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Il collezionista di carte - Recensione: la mano vincente di Paul Schrader - Venezia 2021

Paul Schrader ritorna alla Mostra del Cinema di Venezia con Il collezionista di carte - il suo nuovo lungometraggio - a 4 anni di distanza da quando presentò in concorso lo stupendo First Reformed.

 

I temi del film con protagonista Ethan Hawke erano quelli che da sempre attanagliano la vita dello sceneggiatore di Taxi Driver: colpa, fede e redenzione.

 

Una trinità che in First Reformed prendeva vita guardando da vicino Robert Bresson e Ingmar Bergman (Il diario di un curato di campagna e Luci d'inverno), e che in questo suo nuovo lavoro invece si rivela molto più vicina alla ruvidezza del Cinema anni ‘70 con il quale Schrader si è formato come autore.

 

[Il trailer de Il collezionista di carte]

 

 

Le tematiche come detto sono sempre le medesime, sviscerate talmente tante volte da risultare quasi un'ossessione, un incubo dal quale Schrader non riesce o non vuole liberarsi.

 

Questa continua riproposizione di elementi narrativi però non soffre mai di una sterilità latente, frutto di una capacità di scrittura e di rielaborazione sempre pronta a rinnovarsi, a trovare una chiave di lettura laddove non vi è in apparenza una serratura.

 

Anche il protagonista, un glaciale Oscar Isaac, vive di routine consolidate, tra partite a blackjack e notti in motel.

Come un moderno Travis Bickle, William si trova a vagare per le strade di notte rielaborando i propri pensieri per cercare di liberarsi da degli incubi di un passato tanto pesante quanto oscuro.

 

Se lo stile registico guarda il modello scorsesiano - anche qui assistiamo a un alto uso del voice over - la sceneggiatura si sviluppa rielaborando sia Diario di un ladro, citato anche nel finale, sia Taxi Driver.

 

Le stanze del motel diventano rifugio di un'anima in perenne tormento, che trova serenità apparente solo quando si gioca ai tavoli dei casinò, solo quando si riesce a tenere la mente occupata.

 

Una variante però della logorante routine - nello specifico il personaggio di Cirk (Tye Sheridan) - sarà la scossa che farà crollare il castello di carte di William, portando a galla i suoi demoni.

Il papà di Cirk era infatti un carceriere, ma è più corretto chiamarlo torturatore, della prigione di Abu Ghraib, lo stesso lavoro che svolgeva lo stesso collezionista di carte.

 

Per i crimini commessi però William ha pagato il suo debito, essendo stato per anni in prigione, ma non tutti - soprattutto nei cosiddetti piani alti - hanno scontato la propria pena.

La regia di Schrader nel momento in cui ci viene rivelato il passato del protagonista muta, facendosi violenta, indomabile ma molto ispirata.

 

Se nel primo atto le immagini sono controllate, quando gli incubi vengono mostrati assistiamo a mirabolanti sequenze, come un long take che segue le torture di una prigione in Fish Eye, simbolo di una contrapposizione netta tra normalità e pazzia.   

Il passato da torturatore di William è quello che per Travis Bickle era la sindrome da stress post traumatico del Vietnam e lui come il personaggio di Robert De Niro cercherà di riscattarsi prendendo sotto la sua ala protettrice Cirk.

 

 

Ma, come spesso avviene nei film scritti da Schrader, il titolo è una professione che descrive perfettamente il tormento del protagonista e anche in questo caso Il collezionista di carte è funzionale a descrivere la condanna a cui William è sottoposto. 

 

Per vincere a Blackjack è risaputo - viene spiegato anche all’interno del film stesso - che bisogna avere un’ottima memoria, ed è propria l’ottima memoria del protagonista a farlo camminare in un corridoio senza via d’uscita, destinato a ricordare il suo passato per sempre.

 

Come espiare allora un dolore così grande?

Attraverso due scelte che rimandano ancora ai due film a cui questo lungometraggio guarda: la violenza di Taxi Driver e l’amore di Diario di un ladro.

 

La partita contro il suo passato, ma anche contro il suo stesso Paese - al tavolo da gioco l’avversario imbattibile è un uomo che urla perennemente "U.S.A.!" - è impari, e allora la mano vincente per affrontare un destino inevitabile ha due scelte: fare un All in oppure un Bluff talmente grande da riuscire ad ingannare anche se stessi.

 

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