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I centomila volti dell'indimenticabile Massimo Troisi

Ricordare Massimo Troisi è un'impresa ardua, complessa.

 

È una di quelle imprese per le quali cominci a guardarti intorno cercando di comprendere quale sia il modo più opportuno per intraprendere la narrazione del ricordo della sua voce, della sua gestualità, dei suoi occhi perennemente malinconici e pieni di vita che ha voluto trasporre in Cinema, Teatro e Poesia. 

 

Non basta semplicemente affermare che Massimo Troisi sia stato un attore, un regista, un uomo poliedrico, che ha cercato di costruire una sua visione del mondo partendo dal suo pensare e vivere in napoletano.

 

Un uomo che ha descritto la propria visione del mondo partendo dal racconto della sua amata Napoli, delle tradizioni enigmatiche, dei suoi particolari silenzi e dei suoi profondi respiri. 

 

[Intervista di Isabella Rossellini a Massimo Troisi, tratta dalla trasmissione Mixer]

 

 

Massimo Troisi prese coscienza di questa grande eredità storico-culturale: farlo significa abbracciare una filosofia di vita intensa, rendere universale e comprensibile un modo di vivere, rendere quanto più lucida e limpida possibile la narrazione di uno spaccato di vita e di società napoletana, dove gli strati della medesima si contaminano, si respingono, si odiano ma nel momento in cui sopraggiungono le avversità si tendono la mano e accantonano le ingombranti differenze. 

 

Per rappresentare e far prendere vita a questa particolare dimensione, fondamentale fu il contributo del gruppo teatrale La Smorfia, fondato nel lontano 1970 grazie alla collaborazione di Troisi stesso, Lello Arena ed Enzo Decaro; la notorietà arriverà soltanto nel 1978 con le apparizioni ai programmi televisivi della Rai Non stop e Luna Park.

 

La Smorfia ebbe l'impellente necessità di rappresentare il paradigma napoletano nelle situazioni più disparate possibili: equivoci, inusuali richieste ed eventi paradossali.

Il gruppo teatrale voleva partire dall'assurdo per muovere critiche alla società e alla politica del tempo con una particolare, velata e sottile ironia.

 

Narrare la realtà, per il trio, rappresentava di fatto la sfida di voler abbattere stereotipi, proporre allo spettatore diverse chiavi di lettura che accendessero la sua curiosità e la voglia di vedere ciò che esiste al di fuori del proprio mondo, delle proprie radici.

 

Conoscere se stessi partendo dall'altro: questo era l'imperativo de La Smorfia.  

 

[La Smorfia in Natività, sketch meglio conosciuto come "Annunciazione, Annunciazione!"]

 

Dopo lo scioglimento del gruppo avvenuto attorno agli inizi degli anni '80, in Massimo Troisi iniziarono a prendere vita le prime idee per il suo esordio cinematografico, che avvenne nel 1981 con Ricomincio da tre, film che segnò il suo esordio alla regia.

 

Accolto positivamente e acclamato dalla critica (ai David di Donatello vinse il premio per Miglior Film e Miglior Attore Protagonista), l'opera prima di Massimo Troisi ha diverse chiavi di lettura e particolari percorsi per comprendere quale sia uno dei tanti fili conduttori della narrazione troisiana: disfarsi del pensare e "vivere in napoletano" calandosi in una nuova realtà, con la scoperta e la conoscenza di contrastanti sentimenti, scardinando schemi mentali e culturali. 

 

[Una scena tratta da Ricomincio da tre]

 

 

Alla fatidica domanda posta da un automobilista (interpretato da Michele Mirabella), depresso con evidenti manie suicide e persecutorie, il protagonista Gaetano (Troisi) risponde:

"Sono partito così, per viaggiare, per conoscere..."

 

Questa risposta diviene segno evidente del disagio provocato da un'ingombrante e stretta realtà di provincia napoletana.

Firenze diverrà il luogo simbolo per incominciare a vivere una nuova vita, ma sarà proprio il pensare e vivere in napoletano che catturerà l'attenzione di Marta (Fiorenza Marchigiani) fino a farla cadere  tra le braccia di Gaetano.

 

Massimo Troisi non vuole semplicemente narrare del viaggio e delle particolari peripezie che avvengono tra Napoli e Firenze, ma desidera condurre per mano lo spettatore alla scoperta dei sentimenti e del pudore a essi associati, trasponendo cinematograficamente una comunicazione formata non solo dalle parole ma da gesti, silenzi, dichiarazioni di intenti.

 

È proprio in una scena sulla gelosia che i due innamorati iniziano a riflettere sul loro particolare e intricato sentimento, per poi iniziare a spogliarsi delle loro inutili certezze. 

 

[Marta e Gaetano discutono sulla gelosia] Massimo Troisi 

 

 

L'attore sfidò poi la sorte, inscenando la propria morte in Morto Troisi, viva Troisi! (1982) e costruendo ad hoc un finto reportage: basato sulla morale del mondo alla rovescia, dove i difetti del defunto prendono il sopravvento sui pregi, la narrazione della dipartita è portata avanti da una serie di inusuali personaggi che ricordano la stravagante personalità dell'attore.

 

Le testimonianze non solo impreziosiscono il finto documentario, ma lo rendono ulteriormente greve e comico, tuttavia non per questo meno profondo e significativo.

L'evasione e il desiderio di esorcizzare la paura della morte stessa diviene il pretesto per parlarne e per evidenziarne ulteriormente le dinamiche contraddittorie e ipocrite.

 

In un certo senso Massimo Troisi ricalca e riprende il pensiero del "principe della risata", in arte Totò:

  

"Non credo che dopo la morte avrò mai un monumento e neanche un monumentino. 

Vedrai che quando sarò morto e non più scomodo per nessuno daranno la stura ai paroloni [...] 

Questo è un bellissimo paese in cui uno ha da morire per essere compreso".

 

[In Morto Troisi, Viva Troisi!, l'attore finge di essere Anna di Inghilterra per sfuggire alle pressioni dei giornalisti]

 

 

Accantonate le atmosfere sentimentali e la dimensione simbolica del viaggio divenne fondamentale, se non indispensabile, il contributo proveniente dal mondo della Storia e della Letteratura, sempre più evidente in Non ci resta che piangere (1983), la cui regia fu curata a quattro mani da Massimo Troisi e da Roberto Benigni.

 

L'incontro tra la comicità napoletana e quella toscana crea un particolare e singolare connubio di idee che trova terreno fertile nella sceneggiatura e nella costruzione del film.

 

Catapultati nel 1492, i protagonisti Mario e Saverio si risvegliano a Frittole, un immaginario borgo toscano dove vivono una serie di singolari e mirabolanti avventure: tra queste è nota la lettera scritta da Mario e Saverio per ottenere la liberazione del caro amico Vitellozzo (Carlo Monni), il cui destinario è addirittura Girolamo Savonarola

 

[La famosa lettera scritta in Non ci resta che piangereMassimo Troisi 

 

 

Dalla fantasia alla Storia: ne Le vie del Signore sono finite (1987) trapela il desiderio dell'attore e regista di ambientare un proprio film durante l'epoca del fascismo, portando avanti diverse trame: storie d'amore, di amicizia, di intrighi e di equivoci con lieto fine memorabile.

 

Per conferire una spinta ulteriore a questa narrazione, la composizione della colonna sonora del film fu affidata a Pino Daniele.

 

Il sodalizio artistico e umano ha prodotto risultati straordinari e tra questi rientra la canzone Qualcosa arriverà, composta appositamente per il film. 

 

[Trailer de Le vie del Signore sono finiteMassimo Troisi 

 

 

Le amicizie sono state fondamentali per accrescere prospettive e visioni artistiche in Massimo Troisi.

 

Oltre al sodalizio artistico e umano costruito con il musicista partenopeo è obbligatorio ricordare anche il fortunato e prezioso incontro avvenuto con il regista Ettore Scola.

 

La collaborazione fu fruttuosa e prolifica, con ben tre film all'attivo: Splendor, Che ora è? (entrambi del 1989) e Il viaggio di Capitan Fracassa (1990).

 

[Intervista a Massimo Troisi, Ettore Scola e Marcello Mastroianni a cura di Gianni Raviele, durante la trasmissione televisiva Prisma (1989) per la promozione del film Splendor]

 

 

Massimo Troisi ritornò in seguito dietro la macchina da presa per Pensavo fosse amore... invece era un calesse (1991), impreziosendo la sceneggiatura del film con particolari intarsi e riferimenti artistico-letterari.

 

L'obiettivo dichiarato di Trosi era "Prendere quell'angolino di love story che c'è in tutti i film e tenerlo in primo piano tutto il tempo".

 

Dalla famosissima citazione del Marchese de Sade all'immagine del calesse, fino alle atmosfere create dalla colonna sonora di Pino Daniele e dall'amata ambientazione partenopea, il film sembra un vero e proprio ritorno alla riscoperta delle origini di Massimo Troisi. 

 

[Trailer Pensavo fosse amore... invece era un calesseMassimo Troisi 

 

 

Massimo Troisi riprende il classico schema del triangolo amoroso formato da Cecilia (Francesca Neri), Tommaso ed Enea (Marco Messeri) per evidenziare ulteriormente le dinamiche complesse che muovono l'intricato universo amoroso.

 

Il regista, oltre alla classica immagine e rappresentazione del triangolo, si ancora alla metafora del calesse, per raccontare come si possa accettare con filosofia la fine di un amore: 

"Quando non è più amore ma 'calesse', bisogna avere il coraggio della fine, piano piano, con dolcezza, senza fare male... ci vuole lo stesso impegno e la stessa intensità dell'inizio.

 

Le storie d'amore non mancano mai nei film, quindi farne un'altra mi sembrava una cosa né stupida, né eccezionale, ma raccontata in questi termini mi incuriosiva".

 

Dalla visione agrodolce dell'amore si passa a quella totalizzante e imperitura, espressa nell'ultimo film dell'attore partenopeo intitolato Il postino (1994) e tratto dal romanzo di Antonio Skàrmeta intitolato El cartero de Neruda (Il postino di Neruda, edito da De Borsillo nel 1986).

 

Per realizzare questo film Massimo Troisi ebbe bisogno della regia di Michael Radford, dato che aveva riscontrato una serie di difficoltà nel far prendere vita l'opera letteraria e trasporla magistralmente in chiave cinematografica.

 

L'esperienza del regista britannico fu fondamentale per compiere e completare la summa del panorama umano che Massimo Troisi ha voluto raffigurare attraverso parole, suoni, poesia e immagini: in una sola parola, Cinema. 

 

[Una clip tratta da Il postino] Massimo Troisi 

 

 

La parabola della poesia (incarnata dal poeta cileno Pablo Neruda, interpretato da Philippe Noiret), dell'arte, delle atmosfere create dalla colonna sonora di Luis Bacalov, della rappresentazione di un sentimento così appassionante e irrazionale rappresentano l'ultimo respiro cinematografico dell'attore partenopeo. 

 

I suoni dell'isola di Procida, la rappresentazione dell'amore intenso, raro, etereo, rappresentato dalla bellezza di Beatrice (nei cui panni si cala Maria Grazia Cucinotta), la volontà di Mario (Troisi) di scoprire la natura dell'amore partendo proprio dalle poesie di Neruda, il tutto immerso nella Storia contemporanea: il film racconta una vicenda emozionante, impossibile per lo spettatore da dimenticare o da abbandonare negli anfratti del suo cuore. 

 

Il cuore malato di Massimo Troisi a un certo punto non resse più a tante contrastanti e intense emozioni: il pomeriggio del 4 giugno 1994 ci abbandonò lasciandoci attoniti, mutilati e privati di una grande umanità e di una sconfinata sensibilità artistica. 


[Alcune immagini della mostra Troisi Poeta Massimo a Napoli]

 

 

È possibile percorrere i momenti salienti della carriera dell'attore a Napoli, grazie alla mostra Troisi Poeta Massimo: allestita a Castel dell'Ovo grazie alla sinergia tra CoopCulture Napoli e Istituto Luce, la mostra si incarica di custodire e condividere col pubblico i successi, gli oggetti e gli stimoli culturali che hanno reso indimenticabile e inestimabile questo genio napoletano.

 

Massimo Troisi non c'è più, ma la sua arte è ancora più viva che mai. 

 

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