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8 film moderni in bianco e nero che sarebbe folle non aver mai visto

Il colore nel Cinema esiste in varie forme da circa un secolo, ma la cosa non ha impedito ai cineasti di creare ancora oggi dei meravigliosi film in bianco e nero Baumbach

Perché produrre e girare un film in bianco e nero oggi? Qual è il senso nel Cinema contemporaneo? 

 

Sebbene questo tipo di scelta possa allietare il palato di molti cinefili nostalgici, da un punto di vista prettamente commerciale una fotografia che fa della monocromia l’elemento principale non genera quasi mai introiti rilevanti.

Questo tipo di decisione perciò riguarda l’estetica e la poetica del film, che mediante il bianco e nero in molti casi può acquistare una potenza espressiva che una fotografia “normale” non può dare. 

 

Il confine tra il vezzo stilistico e un vero e proprio senso cinematografico è di conseguenza molto labile, dato che non basta rendere un film in bianco e nero per far rivivere un’epoca passata, un genere o uno stato d’animo, ma serve anche adattare questa scelta a un’esigenza narrativa ed estetica precisa.

 

Bong Joon-ho aveva pensato il suo capolavoro Parasite inizialmente in bianco e nero, versione poi distribuita sia al cinema sia nel mercato home video.

 

 

[Sono stati i produttori di Parasite a imporre a Bong Joon-ho la fotografia a colori. Il successo planetario del film ha poi permesso al regista di lavorare alla versione in bianco e nero]

 

Il regista coreano dichiarò che la decisione riguardava una sua vanità: "Penso che possa esserci della vanità da parte mia, ma quando penso ai classici, sono tutti in bianco e nero.

 

Così ho avuto l'idea che se avessi trasformato i miei film in bianco e nero, sarebbero diventati dei classici"; una volta vista la versione bianco e nero del film, il senso della monocromia trova nella potenza espressiva della spazialità delle immagini di Parasite una perfetta combinazione.

 

La fotografia esalta il contrasto tra i personaggi e i differenti volumi della casa dei Park, donando verticalità alla storia e acuendo perciò il dislivello sociale messo in scena. 

 

Un caso speculare a quello di Parasite si può trovare in Mad Max: Fury Road, film rilasciato nel 2017 nella versione Black and Chrome.

 

Durante un’intervista per The Indipendent George Miller ha spiegato che l’idea di realizzare un film in bianco e nero è nata durante la post-produzione del secondo Mad Max, Interceptor - Il guerriero della strada: Way back, when the score for Mad Max 2 was being recorded, the orchestra would play to a high contrast black and white slash dupe. 

This was sacrificial print and a lot cheaper than a coloured version. I was struck by how much more ‘iconic’ the images felt – more elemental, abstract and ‘authentic’.

Ever since I wanted to see a Mad Max movie in black and white.” 

 

[Tempo fa, durante la registrazione della colonna sonora di Mad Max 2, l'orchestra suonava su un duplicato in bianco e nero ad alto contrasto.

Si trattava di una stampa molto più economica di una versione a colori. Sono rimasto colpito da quanto le immagini fossero più "iconiche", più elementari, astratte e "autentiche".

 

Da allora ho sempre desiderato vedere un film di Mad Max in bianco e nero].

 

[Il trailer della versione "Black and Chrome"]

 

 

Se il film del 2015 si poteva collocare al Cinema di avanguardia, nella sua versione “Black and Chrome” questo concetto viene elevato al cubo, spogliando i personaggi dalla loro carnalità, creando un vortice di immagini in movimento svincolato da ogni costrizione visivo-narrativa. 

 

I due esempi riportati dimostrano come l’uso del bianco e nero possa cambiare o aumentare la poetica espressiva di un film, un aspetto che muta anche lo sguardo dello spettatore: provate a vedere le due opere sopracitate nella loro “seconda” versione per credere.  

 

Nell’articolo trovate 8 film del XXI secolo in bianco e nero che spaziano tra vari generi, ma realizzati sempre con una precisa idea di Cinema.

 

[Introduzione a cura di Emanuele Antolini]

 

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Posizione 8

Good Night, and Good Luck. 

George Clooney, 2005

 

Il bianco e nero in un film come Good Night, and Good Luck. potrebbe sembrare una dovuta formalità di stile, considerando la vicenda raccontata da George Clooney: la storia vera del giornalista Edward R. Marrow e la sua lotta ideologica contro il senatore Joseph McCarthy, le cui visioni politiche durante il teso clima della Guerra Fredda portarono al famigerato Maccartismo.

 

Siamo nel 1953, ma il sogno americano non è quello raccontato dagli Happy Days della famiglia Cunningham creata da Garry Marshall.

 

Il clima è teso, i pilastri del giornalismo vengono messi in pericolo da uno spauracchio venefico, perché mette gli statunitensi uno contro l’altro coltivando una terroristica ideologia del sospetto: il tuo vicino, il lattaio gioviale vestito di bianco, e persino quel distinto anchorman televisivo, tutti potrebbero seguire un’agenda comunista il cui scopo è quello di corrodere il sogno americano.

 

George Clooney decide quindi di girare a colori, ma sul set tutto è in scale di grigio, così da rendere la color correction in post produzione più efficace. Un bianco e nero che, come anticipato, non è banale. 

Perché un po’ come i ricordi e gli umori suscitati dalle vecchie foto, stiamo guardando a un passato chiaroscuro: anni ruggenti del sogno americano, anni di maccartismo e paura, ma anche anni di un giornalismo e di una televisione che credevano ancora negli ideali più virtuosi dell’informazione. 

Edward R. Murrow vuole raccontare il Maccartismo e le sue pericolose derive.

Vuole rendere la giusta dignità al Quarto Potere, parlando al suo pubblico con precisione, eleganza, intelligenza, trattandolo con il rispetto che merita e rifiutandosi di spaventarlo o farsi spaventare.

 

Good Night, and Good Luck., titolo che viene dalla frase usata dallo stesso Murrow per chiudere il suo programma, è un film che trova la sua potenza e la sua importanza nell’identificare la genesi di un male che impera in ogni forma del mezzo stampa. 

 

Il suo bianco e nero, nostalgico e dolente, dona grazia e coraggio ai suoi protagonisti, ma ci spiazza perché tutto, in quella storia, è incredibilmente contemporaneo.   

 

Il film diretto da George Clooney è di quelli da recuperare a tutti i costi, un folgorante caso cinematografico del basso budget che ha conquistato il box office e dominato la stagione dei premi con 6 nomination ai Premi Oscar e ai BAFTA.   

 

Se state cercando una visione di cosa è stato, e cosa potrebbe ancora essere, il Quarto Potere veicolato dalla radio e dalla televisione prima che diventasse tutto un circo di grida, propaganda, populismi e contenuti alla disperata ricerca di un salario, Good Night, and Good Luck. è quello che state cercando.

 

Disponibile su Prime Video

 

[a cura di Alessandro Dioguardi]

 

Posizione 7

Control

Anton Corbijn, 2007

 

La storia di Ian Curtis è una storia tragica: il cantante dei Joy Division si tolse la vita ad appena 23 anni, poco prima di partire per un tour negli Stati Uniti che avrebbe definitivamente fatto esplodere il successo della band.

 

Molti anni prima dell'attuale moda del film biografico musicale, con i vari Bohemian Rhapsody, Rocketman, Judy, Elvis che ci raccontano la vita delle voci più note al mondo, Anton Corbijn girò Control: il film fotografato da Martin Ruhe in uno splendido e contrastato bianco e nero ci porta a Manchester e dintorni, seguendo da vicino Ian Curtis e il suo breve ma intenso cammino su questo mondo. Il ragazzo è un romantico, un poeta, un fanciullo confuso e cupamente innamorato di ciò che ha intorno, uno dei fortunati che vide il concerto di David Bowie & Spiders Mars e quello dei Sex Pistols, due eventi che fecero nascere tutta la scena musicale della sua città. 

Control cammina accanto a Ian per tutta la durata dell'opera e ci fa entrare nel mondo e nella testa di un malato di epilessia fotosensibile, che soffre di attacchi anche sul palco, che non sa più che direzione prendere: tutto attorno a lui si muove velocissimo e lui fa altrettanto, si sposa a 19 anni, diventa padre subito, i Joy Division crescono e il primo disco è un successo. 

Ian perde il controllo delle cose e di se stesso. Sam Riley interpreta Curtis in maniera sbalorditiva, la regia e la fotografia lo collocano nell'Inghilterra tra gli anni '70 e gli '80 senza indugiare sulle immagini politicamente pop che ci si aspetta, ma facendoci notare uno stendibiancheria, un muro sbeccato, una giacca che reca la scritta "ODIO" sulla schiena. 

 

Il bianco e nero di Control ci fa provare ciò che prova Ian, perché a pensarci sembra naturale che lui il mondo lo vedesse solo di quei due colori. 

Acceso, spento. 

Il suo timbro di voce profondo e posato, il modo di muoversi sul palco. La città e il cielo grigio, il palco e la musica. I due binari diventano ingestibili e Ian si chiude sempre di più sui suoi errori, sulla sua sofferenza e sulla quantità di vita che ha già alle spalle e su quella che sta per arrivare di colpo, il pensiero di ciò che gli corre addosso lo annienta. 

L'epilessia, la depressione: acceso, spento; bianco, nero. Le linee della copertina di Unknown Pleasures che corrono dritte e poi si increspano, impazziscono, si agitano per poi tornare dritte e nervose. 

 

Control è quel film che riesce a darti un'idea di chi fosse la persona che guardi per nemmeno due ore, proprio perché la scelta cromatica del film non dà spazio alle mezze misure e costringe anche noi a vedere le cose con soltanto due facce; la figura tragica di Ian Curtis non viene romanticizzata in nome dell'arte, né viene in qualche modo giustificato il suo comportamento bensì semplicemente mostrato, standogli vicino, sul volto, sulle mani, sullo spavento e l'agonia, sulla consapevolezza che ciò che ha scelto pochi anni o mesi prima lo segnerà inevitabilmente. 

E che in ogni caso potrebbe svanire tutto in un attimo, senza scegliere niente.  

La dannazione e l'inquietudine, assieme alla poesia e all'amore.  

 

Quell'amore che "ci farà pezzi". 

 

Disponibile su Prime Video

 

[a cura di Teo Youssoufian]

 

Posizione 6

Frances Ha

Noah Baumbach, 2012

 

I film di Noah Baumbach sono spesso frutto di un assorbimento che avviene a monte della loro realizzazione e perciò mettono in scena il bagaglio del regista, la sua appartenenza non solo sociale, economica, geografica ma anche e soprattutto affettiva. 

 

Non si tratta esclusivamente di contenuto (citazionismo, riproduzione della realtà, attenzione al dettaglio) quanto piuttosto di un approccio al contenuto stesso e dunque un rimaneggiamento che è utile ad articolare un discorso preciso, frutto di un'interiorizzazione del regista profonda e fisiologica. 

 

In Frances Ha appare anzitutto chiaro il debito a un certo Cinema, dalla commedia metropolitana di alleniana memoria alla Nouvelle Vague: la scelta del bianco e nero, i riferimenti a Jules e Jim, la colonna sonora (quella di Georges Delerue, Jean Constantin e Antoine Duhamel), la corsa per le strade di New York sulle note di Modern Love di David Bowie, sequenza omaggio a Rosso sangue di Leos Carax.

 

Nel film tale approccio si arricchisce della presenza di Greta Gerwig, come co-sceneggiatrice e attrice: Gerwig modella su di sé il personaggio di una squattrinata aspirante ballerina di 27 anni improvvisamente costretta a rapportarsi con le difficoltà e i timori della vita adulta, quando la sua migliore amica decide di non voler più condividere un appartamento con lei. 

 

L’”undateable" Frances non è in grado di inserirsi nei contesti sociali perché non sa collocarsi realmente in una posizione specifica, generalmente manifestata dalla sicurezza delle ambizioni, degli interessi e degli obiettivi personali.

 

Il suo è un percorso irrequieto che la forza costantemente al movimento, lungo chilometri immaginari e sul filo tra l’età adolescenziale e quella adulta. In quei chilometri Baumbach e Gerwig, attraverso una scansione più spaziale che temporale, rappresentano l’idealizzazione del futuro e la difficoltà a scendere a compromessi, l’indole a posticipare le occasioni di svolta, anche sentimentali, per godersi ancora un po’ ciò che rimane della leggerezza incosciente e delicata tipica della gioventù.

 

Frances deve così accettare le trasformazioni di un’amicizia che aveva sempre creduto immutabile, metabolizzando il valore del cambiamento e, al tempo stesso, coltivando i suoi desideri compatibilmente alle sue possibilità.

 

Con questo film Baumbach dimostra ancora una volta di saper manipolare con eleganza e raffinatezza piccoli drammi che in realtà sono veri e propri manifesti.  

Frances Ha simboleggia infatti il senso di inadeguatezza di una generazione stanca e affamata, afflitta dal desiderio di raggiungere a cuor leggero i propri sogni e dall’angoscia di doversi confrontare con la realtà circostante.

 

Disponibile su Prime Video

 

[A cura di Matilde Biagioni]

 

Posizione 5

Computer Chess

Andrew Bujalski, 2013

 

Nei primi anni 2000 il Cinema nordamericano è stato rivoluzionato dal (non)movimento Mumblecore - la questione sul fatto che sia o meno una compagine organica è ancora tutt’altro che risolta, così come la poca storicizzazione di quell’esperienza la rende ancora abbastanza nebulosa - e uno degli esponenti di maggior rilievo è stato indubbiamente Andrew Bujalski che nel 2013 presenta prima al Sundance e poi al South by Southwest e al Torino Film Festival una delle sue opere più importanti: Computer Chess.

 

Il linguaggio degli slackvetes era figlio di un sovvertimento dello schema artistico classico, della rappresentazione dell’individuo nell’arte e di riferimenti estremamente europei, indie e cassavetesiani e nasceva come diretta conseguenza dello sdoganamento del Cinema digitale e della democratizzazione dei mezzi di produzione; questo nuovo protagonismo giovanile fatto di piccole camere digitali economicamente accessibili e di troupe ridotte all’osso composte da appassionati interscambiabili ha provato - forse inconsciamente - a cambiare completamente l’approccio al dramma intimo e alla figura dell’autore.

 

Computer Chess è senza dubbio una delle opere più significative di questa stagione a cavallo tra le istanze dei primi registi Mumblecore e la successiva maturità di alcuni tra loro; non è un caso che in questo film si uniscano una vocazione produttiva dal basso e un recupero dell'uso del bianco e nero, che a priori si potrebbe (erroneamente) immaginare come retrò: una dualità che si ritrova sia all’interno della narrazione in cui  dialogano la dimensione più umana e quella computerizzata, sia nella scelta di fare un Cinema solitamente digitale con una vecchia camera analogica.

 

Computer Chess racconta di un torneo di macchine che giocano a scacchi: diversi team di programmatori e appassionati programmano computer che giocano l’uno contro l’altro cercando il miglior software di simulazione scacchistica, ma il gioco e la partita con (e tra) i calcolatori sono degli espedienti per raccontare l’umanità di un piccolo gruppo di nerd chiusi in un hotel, obbligati da questo microcosmo a relazionarsi tra loro. 

Un bianco e nero che a partire dai colori degli scacchi rafforza molte delle ambivalenze del film di Bujalski e riesce a scavare in maniera ancor più profonda all'interno delle sensazioni e della naturalezza dei giovani protagonisti: una scelta atipica per questo mondo indie-mumblecore (che già era stata fatta su Mutual Appreciation dello stesso autore e che tornerà in chiave di maggior empatia sia in Blue Jay dei fratelli Duplass, sia in Frances Ha, film presente in questa Top 8), ma che racconta di una volontà drammatical, introspettiva e stilistica non casuale. 

 

L’incontro tra l'analogico delle riprese, il loro bianco e nero e il digitale di una storia di computer si fondono così in un linguaggio allo stesso tempo dosato nella componente di indagine interiore dei protagonisti e straripante nella sua deriva più onirica e psicanalitica: questa ambivalenza è la vera cifra del film di Bujalski che qui sembra quasi cercare di compiere un passo in più a livello concettuale rispetto al suo primo film Funny Ha Ha, paradigma del linguaggio mumblecore uscito ben 11 anni prima, unendo e facendo così dialogare due opposti.

 

Come i colori che lo compongono.

 

Disponibile in home video

 

[a cura di Fabrizio Cassandro]

 

Posizione 4

Ida

Paweł Pawlikowski, 2013

 

Un esempio in cui l’uso del bianco e nero risulta riuscito in nome della narrazione è sicuramente Ida di Paweł Pawlikowski, che nel 2015 vinse il Premio Oscar per il Miglior Film in Lingua Straniera.

 

La pellicola si apre nella Polonia del 1962 e racconta la storia di Anna (Agata Trzebuchowska), una giovane donna polacca che vive in convento e sta per diventare suora.  

Prima di prendere i voti la madre superiora le chiede di mettersi in contatto con l’unica parente in vita, sua zia Wanda (Agata Kulesza), affinché possa conoscere qualcosa del suo passato e, soprattutto, dei suoi genitori.

 

Arrivata dalla zia, Anna scoprirà tante nuove verità, tra cui il suo vero nome, Ida, e la sua origine ebraica. Queste rivelazioni danno origine a quattro giorni di ricerca assieme alla zia, mettendo in discussione tutto il suo mondo. 

 

La maestria di Paweł Pawlikowski in questo tipo di racconto si situa nel costante lavoro di sottrazione, ovvero nel bisogno di ridurre al minimo una storia che, di primo acchito, può essere inquadrata “uguale a tante”, ma che invece riesce a distinguersi non per artificio quanto proprio per la sua essenzialità.

 

Il bianco e nero non è casuale, ma parte di una scelta ponderata e fondamentale: assieme ad altri elementi quali i profondi momenti di silenzio, la quasi assenza di dialoghi, la presenza imperante di musica diegetica e, in gran parte, la staticità della camera da presa, Ida riesce a imporsi in una maniera imperante e inaspettata.  

 

Nonostante la durata ridotta del film (appena un’ora e venti minuti), ne risulta un interessante lavoro introspettivo sulla vita con tutte le incertezze e le disillusioni alla ricerca del proprio Io, non risparmiandosi una breve riflessione critica sull’identità del popolo ebraico in Polonia.

 

 

Attraverso il confronto tra le due donne protagoniste, infatti, si evidenzia come non vi sia un modo univoco di essere, della possibilità di affrontare “i demoni e i santi” del proprio passato per confermare o capovolgere il presente. 

 

Forse la vita è proprio questo: riscoprirsi in continuazione e abbandonare le proprie certezze, provando anche a vivere la vita degli altri, traendo infine le proprie conclusioni sul cammino intrapreso. 

 

Disponibile a noleggio su AppleTV e Google Play 

 

[a cura di Eris Celentano]

 

Posizione 3

The Whispering Star

Sion Sono, 2015

 

Quando si pensa a Sion Sono non si può che pensare a violenza parossistica, colori lisergici, famiglie disfunzionali e giovani alla dolorosa e spesso granguignolesca ricerca del proprio posto nel mondo.  

 

Nulla di più lontano da The Whispering Star, film che si inserisce con grazia nel filone della fantascienza intimista contemporanea, i cui tempi dilatati, le parole centellinate, il minutaggio contenuto e l'anacronistico bianco e nero che vira sui toni del seppia sembra - ma solo in apparenza - rompere qualsiasi soluzione di continuità con le produzioni precedenti. 

 

The Whispering Star racconta la storia - o meglio la routine - di un'androide identificata con il codice 722, che fa il corriere per gli esseri umani e viaggia a bordo di una nave spaziale che ha l'aspetto di un'abitazione del XX secolo.

 

Il film è ambientato in un futuro lontano in cui le intelligenze artificiali hanno preso sopravvento sugli esseri umani; l'impassibile protagonista è interpretata da Megumi Kagurazaka, moglie e musa del regista.

 

L'incursione di Sion Sono nella fantascienza non trascende dal presente, ma ha a che fare con la Storia contemporanea: dopo Himizu (2011) e The land of hope (2012) il regista ritrae ancora una volta in modo originale le conseguenze nefaste del disastro dello tsunami a Fukushima nel 2011. 

The Whispering Star presenta uno scenario silenzioso e post-apocalittico e le scene non girate nello spazio sono ambientate nella stessa regione di Fukushima, tra luoghi abbandonati e relitti di barche.

 

La consegna richiede ore e ore di viaggio spaziale e ogni pacco contiene un solo oggetto: la protagonista non sa spiegarsi la necessità degli esseri umani di conferire agli oggetti inanimati un valore emozionale, ma ne è affascinata.

L'umanità si sta affievolendo - la comunicazione tra i terrestri consiste in un sussurro non superiore ai 30 decibel - ma non rinuncia a se stessa, al bagaglio emotivo e all'importanza dei ricordi che distinguono la nostra specie da qualsiasi altra.

 

The Whispering Star guarda tanto a Yasujiro Ozu e alla sua poetica del quotidiano quanto ai grandi interrogativi esistenziali della fantascienza intimista di Andrej Tarkovskij.

 

Disponibile su MUBI, sul canale CG Collection di Prime Video, Am.TV

 

[a cura di Lorenza Guerra]

 

Posizione 2

L'amant d'un jour

Philippe Garrel, 2017

 

Ennesimo tassello di una filmografia che trova la sua unità anche negli scarti più marcati (come ha di recente riaffermato Le grand chariot), L'amant d'un jour getta nuova luce sull'inesauribile umanismo del proprio autore, ancora alle prese con le solite ronde sentimentali.

 

Inutile in questo senso soffermarsi troppo in sede critica su queste tranches de vie che, invero, colpiscono davvero solo perché la vita la trasfigurano, tra influenze letterarie e tarda Nouvelle Vague, Jean Eustache in testa.

Anche considerando il fecondo confronto che è possibile istituire rispetto a esperienze del XXI secolo come il Mumblecore o il percorso di Hong Sang-soo (per gli sviluppi presentati all'ultima Berlinale, per l'ascendente di Éric Rohmer, per la dimensione del gioco), conviene piuttosto chiedersi come Philippe Garrel possa parlare alla contemporaneità.

 

Il sublime bianco e nero su pellicola del fidato Renato Berta, il minutaggio contenuto, la maniera con cui il montaggio incastra ciò che s'incastra già troppo (o troppo poco): tutto rimanda a un Cinema che nel passato rispondeva a esigenze del passato, tutto sembra arrivare fuori tempo massimo, soprattutto tenendo conto del dato biografico. 

 

In un momento storico in cui gli apocalittici sembrano prevalere sugli integrati - per recuperare le tesi di Umberto Eco - nella querelle sulla fiducia accordata/da accordare all'immagine, come può una storia vista come tante altre, apparentemente immobilizzata dal bianco e nero, dire qualcosa che superi il livello del realismo più ingenuo? 

 

Garrel non è certo contemporaneo come hanno cercato disperatamente di esserlo tanti altri, o come lo è stato quasi suo malgrado il giovanilismo di un certo Mumblecore: parafrasando Giorgio Agamben (che parafrasa Friedrich Nietzsche), è contemporaneo perché inattuale, è realmente inattuale perché animato da un umanismo mai sopito, non passatista, non nuovista.

 

Lo sguardo è filtrato, le differenti temporalità sono esposte: Garrel immortala un mondo che non è né la copia carbone di quello delle nuove onde, né una bolla atemporale che potrebbe assomigliare a una torre d'avorio.

 

Nell'impiegare tutto sommato in maniera tradizionale strumenti come il voice-over o il commento musicale, la finzione garreliana porta in superficie la verità dei suoi personaggi e dei sentimenti; lo fa con una leggerezza e assieme un rigore che conducono nei pressi del concetto di classico, che - citando Hans-Georg Gadamer e tralasciando il riferimento specifico alla ricezione del film - è "una specie di presente fuori del tempo, […] è contemporaneo a ogni presente".

 

Proprio perché viene da lontano, proprio perché non coincide con il presente, L'amant d'un jour vive pienamente oggi.

 

Disponibile in home video

 

[a cura di Mattia Gritti]

 

Posizione 1

Summer

Kirill Serebrennikov, 2018

 

Come avete potuto apprezzare in questa rassegna, il bianco e nero si presti perfettamente a tutti i generi cinematografici.

 

A dimostrarlo una volta di più c'è Summer, di Kirill Serebrennikov, un film interamente fondato su scelte stilistiche controintuitive e per questo entusiasmanti.

 

Si tratta di un musical biografico - in cui si inseriscono tanto inserti da commedia romantica quanto schegge di ribellione politica - che mette in contatto la scena musicale russa con alcuni dei più noti pezzi della musica rock occidentale. 

L'opera narra di Victor Coj, musicista rock sovietico e fondatore dei Kino: la nascita di 45, primo album della band, è tra gli eventi cardine della pellicola, che però si sofferma maggiormente sull'incontro del protagonista con il musicista Mike Naumenko e sua moglie Natal'ja

A far da collante tra Coj e i Naumenko, infatti, c'è anche la passione per la musica rock occidentale, ai tempi quasi introvabile nell'URSS perché censurata. 

Sullo sfondo c'è la scena rock musicale di Leningrado e la storia del Leningradskij rok-klub. 

 

Presentato in concorso al Festival di Cannes 2018, il film ha vinto il Cannes Soundtrack Award per lo straordinario lavoro compiuto da Roman Bilyk e German Osipov nell'amalgamare sonorità così distanti nel tessuto cinematografico composito dell'opera.

 

La semplice scelta di ricostruire un ambiente caotico ed esplosivo attraverso un bianco e nero sognante e ovattato ci lascia comprendere quanto Summer sia fondato sui contrasti: caos e ordine, oriente e occidente, amicizia e amore sono solo alcuni dei poli opposti su cui è costruita la pellicola del controverso ed eclettico regista russo.

 

Pur conservando sempre un'innata eleganza, l'opera lascia però trasudare tutta l'inquietudine giovanile dei propri personaggi attraverso la messa in scena di Serebrennikov, che ama muovere la macchina da presa e seguire i protagonisti in tutta la propria vitalità, animando i quadri e costruendo negli inserti musicali alcune delle più assurde coreografie di recente memoria.

In questo modo, l'autore riesce in una delle più mirabolanti imprese cinematografiche in cui vi capiterà di imbattervi nella vostra carriera di spettatori: un mix di generi, temi e tradizioni che si amalgama perfettamente, fluendo con grazia lungo i suoi 128 minuti di durata.

 

Se tutto ciò non dovesse bastare a vincere la vostra diffidenza, sappiate anche che a fine 2018 Summer è stato inserito al 9° posto nell'annuale Top 10 dei Cahiers du Cinéma.

 

Disponibile su iWonderfull

 

[a cura di Jacopo Gramegna]

 



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5 commenti

Nic Cage

10 mesi fa

Ottimo articolo; film da recuperare assolutamente!!!!

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Terry Miller

10 mesi fa

Articolo e Top curatissimi come sempre, non mi sarei aspettato di meno.
Faccio solo una piccolissima postilla per una grave mancanza, a mio avviso, di uno dei film più influenti e importanti degli ultimi 20 anni, inizialmente distribuito a colori e poi riproposto in bianco e nero per mostrare al meglio la straordinaria visione del regista: Justice League: Justice is gray di zack Snyder

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Terry Miller

10 mesi fa

Terry Miller
Specifico che è una supercazzola, non bannarmi Teo

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Claudio Bertelle

10 mesi fa

Altra super Top 8 da parte della Top redazione della galassia 👏

Rispondi

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Teo Youssoufian

10 mesi fa

Claudio Bertelle
❤️❤️❤️

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