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#top8

8 Comfort Movie da guardare per sopravvivere a novembre

Novembre è il mercoledì dei mesi. 

Il primo che grida “il giro di boa!” è squalificato.

Come Fantozzi nel suo goffo e disperato tentativo di timbrare il cartellino.

Ottobre è il mese che porta l’ingiallire delle foglie, il marrone delle caldarroste, l’arancione delle zucche di Halloween, spostando l’umore verso il freddo per prendere il corpo quando il sangue caldo scorre via sull’asfalto ghiacciato, abbandonandoci pian piano prede di un rigido blu cadaverico.


Una festività permeata di superstizioni e paure ancestrali sollevate come nebbia da spettri, mostri e terrificanti visioni.


Metafore, allegorie, storie attorno al fuoco, miti e leggende scritte, raccontate e messe in scena per ricordare agli uomini i loro più atavici dilemmi, uncinando le carni agli istinti più basilari per renderli preda del fantasma della morte, parte di vita ed essenziale alla ricerca di un senso.

Quando arriva il 1° di novembre la morte diventa l’ombra scura sopra o forse, come fanno i messicani celebrando El Día de Muertos, occasione di celebrare la memoria di quelli che hanno attraversato un ponte di foglie arancioni verso spazi a noi incomprensibili.

 

 

[Il libro della vita, film prodotto da Guillermo del Toro e arrivato in sala molto prima del pixeriano Coco, incarna magnificamente la festività messicana e porta una storia universale e ben studiata]

 


Novembre è un mese freddo.

 

Gli alberi si spengono del tutto e la ciclicità di ogni cosa, come della nostra vita, e di chi è venuto prima di noi e vive con noi e attraverso noi tramite i ricordi.

Eppure, come anticipato, e come ricordato dal genere stesso e dal buon Woody Allen, i meccanismi fondamentali sono: sesso e decesso.

Vita e morte.

L’infinito loop dell’eternità.

E la vita, la rinascita, o la nascita, arriva a dicembre.

Arriva per Natale.

La festa di tutti.

Anche di chi non crede, come hanno dimostrato quei bontemponi dei giapponesi che sembrano aver preso gusto a celebrarlo.

Però novembre, amici miei, non è dicembre.

Non è ottobre.

Non è genere e non è commedia.

Non è John Carpenter e non è Frank Capra

 

Novembre è il mese figlio di nessuno e dopo questa introduzione siamo preda di una raggelante tristezza degna di Edgar Allan Poe.


Posate però quel sacco di iuta e lasciate stare la cornacchia posata sul ramo della betulla fuori dalla vostra finestra, non avete bisogno di averne una a gironzolare per il vostro studio.

 

 

[Dite: carcassa!]

 


Novembre ha trovato una sua collocazione proprio nel vuoto lasciato nel purgatorio esistenziale e celebrativo del nostro momentum vitale: il conforto.

Novembre apre la breve stagione dei Comfort Movies.


Perché durante questo mese diventiamo tutti un po’ più ispidi. 

Ci trasformiamo in belve abbrutite da un anno lungo e spietato, incapace di fermarsi di fronte al nostro volto tumefatto di colpi che sembra implorare pietà, ma quello è grosso e cattivo e interpreta un tic involontario scatenato da un nervo facciale infiammato come un complice occhiolino.


E quindi giù botte!


A novembre quello che desideriamo ardentemente è strisciare sotto un plaid dalle orribili fantasie e ritirarci stremati su un divano oceanico.
Quello di cui abbiamo bisogno è sentirci rassicurati.

Vogliamo che qualcuno ci tenda una mano per dirci che andrà tutto bene.
Bramiamo il calore di un abbraccio.

Cerchiamo il supporto di un misfit che come noi passa per una tempesta di colpi senza arrendersi mai.
Sentiamo nello stomaco il bisogno di un eroe che ci mostri la via, che sia coraggioso, leale, intrepido, umano, che sappia piangere senza vergogna, sorridendo alla cattiveria del nemico scagliatosi contro di lui con il ghigno avido di brutale viltà.

Osserviamo con stanchezza il brulicare del mondo alla ricerca di uno sguardo complice, intercettando quella stessa tristezza negli occhi e quella voglia universale di amore e comprensione.

 

 

[Se il pubblico ha trovato tanto affascinante Iron Man è proprio per via del suo essere un uomo di latta difettoso, coperto da due armature, ma nonostante ciò ferito]


Siamo umani.

 

Uomini e donne che ogni tanto, per quanto stolidi e coraggiosi, cadono al suolo senza difese e con i vestiti stracciati, desiderando solo un riparo, una cortesia, un aiuto da parte di un eroe più grande di noi che ci rimetta in piedi.  
A novembre vibriamo non per il freddo, ma cercando amore, coraggio e ispirazione.

Cari amici e amiche di CineFacts.it, cosa dunque ispira nell’animo degli uomini coraggio, lealtà, amore, forza, compassione, fiducia, ardore?
Le storie!

Le storie sono il linguaggio dei poeti, degli indifesi, dei sognatori, degli illusi e dei disillusi.

Il Cinema è la grammatica di un bisogno viscerale di raccontare qualcosa, di veicolare al prossimo il coraggio, la lealtà, l’amore, la forza, la compassione, la fiducia e l’ardore.

Allora sul divano, feriti ma non sconfitti, ci accartocciamo con una tazza di cioccolata calda, con la compagnia di un cane, di un gatto o di un compagno o una compagna o magari soli con noi stessi, per farci raccontare una storia.
Nella nostra spasmodica ricerca di conforto guardiamo quel film che, anche se visto e rivisto un numero infinito di volte, riesce a farci stare bene.


Ritorniamo nelle trame di una storia della quale potremmo citare ogni riga di sceneggiatura, della quale sappiamo a menadito l’inflessione di ogni battuta, il ritmo del montaggio e delle scene, l’incedere del ritmo narrativo e nonostante tutto piangiamo, ridiamo e ci innamoriamo ancora e ancora.

 

 

[Deve essere un vostro personale tempio, un luogo sacro dove entrate per trovare pace e ristoro]

 

I Comfort Movies sono i film necessari al nostro benessere psicofisico.


Sono quelle storie che guardiamo per riequilibrare il nostro spazio dentro l’universo, per rimarginare la ferita che ha sfregiato la nostra compassione, per risanare un divario troppo grosso tra noi e la naturale credenza che nutriamo verso l’amore e, in definitiva, verso la vita.

Non importa che questo film racconti favole di eroi persi tra le galassie lontane lontane di mondi fantasiosi, non importa se questo film tratti struggenti storie d’amore, di amicizia, di crescita e non importa nemmeno che ci siano tante esplosioni, tante grevi battutacce e tanti assurdi eroi: quello che importa è che la visione sia il vostro personale balsamo per l’anima.

Quelli che trovate qui di seguito sono i nostri 8 Comfort Movie.

Sono 8 balsami.

 

Sono 8 storie per 8 redattori che condividono il loro Comfort Movie; speriamo che voi facciate altrettanto, raccontandoci i vostri.



Posizione 8

Frankenstein Junior

di Mel Brooks, 1974

 

La vita del cinefilo, si sa, è una brutta vita.

Neanche il tempo di terminare una visione e via, bisogna subito farne partire un'altra.

 

Chi si nutre di Cinema, spesso e volentieri, non ha neppure il tempo di assimilare una pellicola: il tempo è breve e sfuggente, il film non può sedimentare nel nostro cervello perché il "tarlo del cinefilo", quel mostro orribile e sempre affamato, ci trasmette immediatamente l'impellenza di passare a quello successivo.

 

Lo ammetto: in passato (e in parte anche adesso) sono stato una sorta di "bulimico cinematografico" intento a cannibalizzare pellicole senza soluzione di continuità.

La "sacra lista" delle cose da vedere è infinita, il tempo non basta mai e si ha costantemente l'impressione di tappare la falla del Titanic con un tappo di sughero.

 

Non si può che andare a fondo, giusto?

 

I frame si sovrappongono con le colonne sonore in un guazzabuglio di protagonisti, generi e trame.

I film che non siano veramente memorabili svaniscono nel dimenticatoio, lasciando spazio solo a quelli che ci hanno davvero emozionato, sorpreso e - magari - sconvolto.

 

Un disastro.

 

I Comfort Movie, quindi, hanno per me l'utilità di "riportare ordine nel caos", placando il folle turbinìo di sequenze accatastate come vecchi mobili nel polveroso magazzino che è il mio cervello.

Sono i film della mia infanzia, con cui sono cresciuto e che so a memoria: Hook - Capitan Uncino, WillowAlice nel Paese delle Meraviglie, Basil l'investigatopo, La spada nella roccia (e tutti gli altri Classici Disney), Corto circuitoLo squalo, Terminator 2, A qualcuno piace caldoBatman, Indiana Jones e chi più ne ha più ne metta...

 

Ma ce n'è uno in particolare che, nonostante le decine di visioni, continua a darmi la stessa, meravigliosa, sensazione di serenità e divertimento.

Parlo ovviamente di Frankestein Junior di quell'adorabile, pazzo genio che è Mel Brooks.

 

L'ho visto con gli amici, da solo, con la famiglia, in versione rimasterizzata al cinema (che bellezza il pubblico che rideva all'unisono e anticipava le battute durante un film del lontano 1974) e l'ho fatto vedere per la prima volta alla mia compagna.

 

Le freddure del film, anche la più dimenticabile, sono da sempre nel mio repertorio citazionistico più utilizzato.

 

Lupu ululì castello ululà, potrebbe essere pericoloso... vada avanti lei, il sedatavo, ab-qualcosa, potrebbe piovere, il lavoro di mio nonno è solo cacca, rimetta-a-posto-la-candela, dai dai: fare anche tu, volevo offrirti anche una sambuca, l'enorme schwanzstuck, il morto di giornata, il verso da ghiottone... basta dai, o finisco col citarle tutte.

 

Frankestein Junior è il mio Comfort Movie perché l'influenza e l'ascendente che ha su di me sono totali.

È il mio Comfort Movie perché Frederick, Inga, ElizabethIgor (ma si pronuncia Aigor!), la creatura, Frau Blücher (IIIIIIIIHHHH!) è come se fossero parte della mia famiglia.

 

È il mio Comfort Movie perché, ogni volta che mi sento perso, lo riguardo e torno a casa.

 

[a cura di Adriano Meis]

 

Posizione 7

Ricomincio da tre

di Massimo Troisi, 1981

 

Dovendo scrivere di un personale Comfort Movie, ossia di un film che possa trasmettere sensazioni positive quando il mondo fuori non lo è altrettanto, allora - mi son detto - posso scrivere di Ricomincio da tre, opera prima di Massimo Troisi realizzata nel 1981.

Perché Ricomincio da tre?

 

Prima di rispondere a questa domanda vorrei brevemente descrivere la trama, che vede come protagonista e mattatore assoluto Troisi stesso: Gaetano, personaggio da lui interpretato, è un giovane meridionale che decide un bel giorno di andare a Firenze da sua zia, per dare una svolta alla sua vita.

 

Emigrante? No!

Lui parte per viaggiare e per conoscere, sia ben chiaro.

 

In Toscana si innamorerà di Marta (Fiorenza Marchegiani), infermiera presso un centro d'igiene mentale e scrittrice.

Fra alti e bassi, questa relazione porterà Gaetano alla maturazione.

Se stessi male e volessi guardare un film per risollevare il mio morale, Ricomincio da tre sarebbe un'ottima idea: è davvero difficile restare impassibili di fronte alla comicità di Troisi, straripante a tal punto da oscurare alcuni difetti della pellicola.

 

Per dire: il film si apre con un dialogo surreale fra Gaetano e l'amico Lello (Lello Arena), che discettano animatamente delle tipologie di miracolo (anzi: "o' miraaaacoloo!").

E la storia prosegue così, dipanandosi attraverso tanti piccoli sketch, in cui Gaetano interagisce con un'umanità tanto variegata quanto stramba: l'aspirante suicida, l'uomo di Dio, il figlio prigioniero della madre e altri ancora.

Si ride, ma non solo: spesso Gaetano si lancia in discorsi che possono indurre lo spettatore a riflettere su tematiche quali la gelosia, il tradimento, o il nome da dare ai propri figli (ok, qui scherzo); è un film insomma meno banale di quanto possa sembrare a una visione superficiale.

Un altro motivo per cui cito Ricomincio da tre come mio Comfort Movie prediletto è il sentimento di immedesimazione in Gaetano: un alter ego cinematografico, timido, insicuro, un pochino impacciato con la donna che gli piace...

 

Nonostante ciò, il nostro (anti)eroe saprà farsi valere e il finale è sempre da interpretare come una botta di ottimismo, un buon auspicio per il futuro.

Quindi sì: Ricomincio da tre è un film da vedere, rivedere e far vedere, non fosse per altro che per tenere vivo il ricordo di Massimo Troisi, uno degli artisti più grandi che Napoli e l'Italia intera possano annoverare.

 

[a cura di Marco Batelli]

 

Posizione 6

Ritorno al futuro

di Robert Zemeckis, 1985

 

Siete tra coloro che passano intere giornate in laboratorio, sommersi da grafici e tabelle, circondati da computer e macchinari che sputano simboli e numeri?

Costruite contatori geiger, saldate a mercurio, fate esperimenti rischiando di mandare in corto interi dipartimenti?

O forse passate i weekend a costruire futuristiche automobili solari in fibra di carbonio?

 

Se come la sottoscritta fate parte di queste categorie di persone, potete ben capire le motivazioni per cui Ritorno al futuro, film diretto da Robert Zemeckis, è il mio Comfort Movie: come non sentirsi a casa in mezzo a tutta quella tecnologia, tra quegli stravaganti personaggi dalle idee strambe che sfidano le leggi della fisica?

 

Cult di fantascienza imprescindibile per gli amanti dei viaggi nel tempo (presente!), Ritorno al futuro racconta le avventure dello stralunato e iconico scienziato Dr. Emmett “Doc” Brown - un indimenticabile Christopher Lloyd - e del suo compagno di avventure, il diciassettenne Marty McFly - un giovanissimo Michael J. Fox.

 

“Dovendo trasformare un’automobile in una macchina del tempo perché non usare una bella automobile?”

 

A bordo di una delle auto più desiderate dai cinefili e non solo, la mitica DeLorean DMC-12 in versione macchina del tempo, i due ne combineranno di tutti i colori, viaggiando in ogni direzione della linea temporale: avanti nel futuro, indietro nel passato, trasversalmente su linee temporali parallele (sì, sì, lo so: quello fa parte del secondo capitolo della saga). 

E intanto, mentre seguiamo le emozionanti (dis)avventure di Marty e Doc, capiamo l’importanza di pensare quadrimensionalmente, scopriamo che il cuore di una macchina del tempo è un avveniristico aggeggio chiamato flusso canalizzatore, alimentato nientepopodimeno che a plutonio (nei capitoli successivi sostituito da un più eco-friendly Mr. Fusion), che a bordo c’è un sistema di circuiti temporali al posto del Tom-Tom, che... che…

 

Capite quanto può essere folgorante un film del genere per una bambina che ama costruire cose e fare esperimenti e che, crescendo… continua a costruire cose e fare esperimenti?

 

Non sapete quante volte avrei desiderato essere al posto di Marty e farmi confondere da Doc con le sue mille nozioni di fisica sparate a raffica, accelerare fino a 88 miglia orarie o farmi abbagliare dalle strisce di fuoco lasciate dalla DeLorean subito dopo la sua scomparsa verso un altro tempo.

 

Impossibile?

Sì, per ora (Elon, ti prego, fa’ qualcosa che non sia solo la macchina per Iron Man!)

 

Nel frattempo posso solo continuare a godermi i viaggi di Marty e Doc, riguardando Ritorno al Futuro ogni qual volta ne ho bisogn… ne avrò bisogn… ne avevo... 

Riguardando Ritorno al Futuro trovandomi in un qualunque punto della linea temporale!

 

[a cura di Morena Falcone]

 

Posizione 5

La storia fantastica

di Rob Reiner, 1987

 

La storia fantastica porta sullo schermo un racconto d'avventura, una storia letta dal nonno al nipote costretto a letto da una brutta influenza.

Il racconto è una sorta di Odissea fiabesca, condensando l'epica avventura di Omero in una storia di "amore vero", pirati, vendetta, intrighi, malvagi principi e molta comicità.

 

Il film, già nella sua idea di partenza, adattamento del libro di William Goldman che è anche autore della sceneggiatura, grida "Comfort Movie" da tutti i pori.


Cosa c'è di più confortante del ricordo di quando da bambini si stava a letto influenzati, contenti di non dover andare a scuola, e poter spendere tutto il tempo a guardare la TV e giocare ai videogiochi, coccolati dal tepore di una calda coperta e un ridicolo pigiama di pile?


Di più confortante c'è forse la memoria di nostro nonno, un po' contrariato dalla nostra passione per i videogiochi, che si ostina a volerci raccontare una storia, per stimolare la nostra fantasia, la nostra curiosità, la nostra voglia di avventura.

O forse, per molti altri, il ricordo delle ore spese immersi in quei fantastici libri per ragazzi, capaci di portarci in mondi dove una principessa chiamata Bottondoro diventava la nostra principessa, il nostro sogno d'amore, il coraggio che portava l'eroe a superare ogni avversità senza paura.

 

E per quanto retorico e nostalgico possa sembrare, il racconto d'avventura, al cinema, è quasi praticamente scomparso.

Ma La storia fantastica era questo: un racconto d'avventura per ragazzi.

Un film girato e prodotto con grande mestiere e che non riteneva di minore rilevanza il pubblico di riferimento, profondendo nella realizzazione uno sforzo di primo priano.

Stiamo parlando di una pellicola che, a partire dalla sceneggiatura, si poneva l'obiettivo di dare ai ragazzi un film che non svilisse la loro intelligenza, regalando loro una storia avvicente, epica, divertente e divertita, utilizzando una serie di stilemi del romanzo d'avventura.

 

La storia fantastica parla di amore, eroismo, amicizia, lealtà, onore, vendetta e porta al pubblico leggende di pirati, racconti di coraggio, prove da superare, ignanni e lo fa facendo dei suoi eroi non degli sbruffoni muscolosi e nemmeno dei perfetti macho man, quanto invece uomini e donne fallibili, spesso impacciati ma capaci di tuffarsi nell'aventura, a discapito delle loro mancanze e delle loro paure, quando si rende necessario.

 

Una pellicola d'avventura che è riuscita a entrare nell'immaginario di migliaia di ragazzi e bambini di tutto il mondo e che ancora oggi citano con ardore e divertito entusiasmo l'iconica battuta:

"Hola. Mi nombre es Inigo Montoya. Tu hai ucciso mi padre.

Preparate a morir!"

 

La storia fantastica è il film che guardo quando ho voglia di avventura, quando sento di dover tornare a credere nell'epica degli eroi, quando ho la necessità di nutrire la certezza che a questo mondo esistono storie di lealtà e amore vero portate avanti da uomini e donne che non hanno paura delle avversità, quale che siano.

 

Se non avete mai visto La storia fantastica dovete necessariamente rimediare, perché un film così, oggi, difficilmente lo vedrete ancora. 

 

[a cura di Alessandro Dioguardi]

 

Posizione 4

Tutto su mia madre

di Pedro Almodóvar, 1999

 

"A Bette Davis, Gena Rowlands, Romy Schneider... A tutte le attrici che hanno fatto le attrici, a tutte le donne che recitano, agli uomini che recitano e si trasformano in donne, a tutte le persone che vogliono essere madri. A mia madre".

 

Per iniziare a parlare di Tutto su mia madre scelgo sempre di partire dalla fine.

Forse perché basta quella dedica finale, quelle poche righe con cui Pedro Almodóvar sceglie di ringraziare le donne che hanno influenzato la sua arte e la sua passione, di omaggiare la femminilità in tutte le sue espressioni, per comprendere la sensibilità e la profondità di un film epocale, in grado di attrarmi a ogni visione come se fosse la prima.

 

La storia di Manuela che, una volta perso suo figlio Esteban nel giorno del suo diciassettesimo compleanno, sceglie di partire alla volta di Barcellona alla ricerca del padre del ragazzo, trovando invece sulla propria strada Rosa, Agrado e Huma è complessa, agrodolce, pregna di temi ed emozioni.

Ci si trova, dunque, calati in un dramma profondissimo che ben presto viene innervato di sorrisi, ironia, paure e nuove spinte vitali.

 

Un'epopea che vive di registri narrativi differenti, colori caldi, movimenti di macchina impercettibili e quadri di una bellezza abbacinante.

Un'opera che poggia su delle interpretazioni indimenticabili, che paga tributi continui alla bellezza della recitazione e alla magia sospensiva del palcoscenico.

Un racconto che si snoda tra il viaggio e il palcoscenico, regalandoci brevi e meravigliosi  monologhi sull'effemerità della fama e sull'importanza autenticità. 

 

Il filo conduttore dell'opera è la femminilità in ogni sua sfumatura.

Ogni nuance è trattata con la stessa delicatezza dal regista madrileno che, senza mai esporre un giudizio, in quest'opera avvolge personaggi e spettatore in un unico grande abbraccio, vergando un inno sulla forza delle madri, sulla libertà delle scelte, sulle varie sfaccettature dell'amore e sulle seconde occasioni che la vita ci regala.

 

Tutto su mia madre è il mio Comfort Movie per la sua capacità di mostrare sempre uno spiraglio di luce anche nelle situazioni più buie, di infondere tranquillità e speranza, di prendere per mano e poi travolgere con un mix di emozioni perfettamente dosato da un regista che amo alla follia, ispirato come mai in vita sua.

 

Per la sua capacità di declinare il desiderio comune di speranza con un'eleganza impareggiabile.

Per la sua ironia che non conosce divisioni.

 

Se cercate un'opera che condensi e sublimi la poetica di Pedro Almodóvar, che che vi faccia provare ogni emozione dello spettro umano, Tutto su mia madre è sicuramente ciò che state cercando.

 

Se cercate un film che potrebbe arrivare a cambiarvi la vita, Tutto su mia madre è probabilmente il film che vi consiglierei.

Con me ci è riuscito.

 

[a cura di Jacopo Gramegna]

 

Posizione 3

The Walk

di Robert Zemeckis, 2015

 

Lui: Robert Zemeckis.

Lui e Robin Williams sono per la mia sensibilità i responsabili della sensazione di homefullness. 

Seguire le rispettive filmografie mi ha sempre fatto sentire a casa, che poi è quella sensazione che di solito si portano appresso, agganciata alla loro aura, parenti e amici stretti.

Quella sensazione di quando affrontiamo l'ultimo svincolo per la nostra via con le buste piene della spesa o di quando atterriamo in aereoporto dopo un viaggio all'estero.


Poco c'è di più personale del giudizio dato in questa specifica Top 8, e non può essere mio compito, qui, testimoniarvi un perché di questa scelta, perché che certamente mi sfuggirebbe.

Non mi resta che aderire quanto più possibile alle emozioni che ancora mi suscita la pellicola che ho eletto e cercare di trasportarle a voi, ma prima sarà mio compito incuriosirvi.


Fin da piccolo sono rimasto affascinato dalla vicenda del giovane funambolo francese, che un mattino dell'agosto 1974 unì con un cavo da 200 chili le Torri Gemelle di New York per poi camminarci sopra.


Ho riportato di proposito il peso perché vi rendiate conto delle problematiche tecniche e logistiche che costituirono l'impresa.

Si fa presto ad annunciare il proprio sogno, un altro paio di maniche è dimostrargli vera fedeltà. 

Come fece a trasportare quei due quintali fino al 110° piano, e oltre?

 

Come lo fece arrivare a 42 metri di distanza tra l'angolo di nord-ovest e quello di sud-est degli enormi grattacieli?

Il tutto, badate, nella più completa illegalità: le Torri erano ancora in fase di costruzione e certo nessuno gli avrebbe dato l'autorizzazione di spingersi in un rischio simile.

Non gratuitamente, almeno.


Questo è soltanto uno dei centinaia di piccoli problemi tecnici che separarono Philippe Petit dal colpo artistico del secolo, come amava definirlo.

Percorrere il film signica aderire all'imbastimento perfezionistico di sogno, un atto che per definizione è personale e, in questo caso, impopolare. 

Se c'è un elemento che come esseri umani ci differenzia dagli animali è proprio quello di essere capaci di azioni strutturalmente inutili: io ora posso abbandonare improvvisamente la sedia sulla quale scrivo e dirigermi verso il fondo del mio corridoio e toccare il muro dopo aver effettuato un salto * l'ho fatto *.

 

Tutto ciò non ha alcuna finalità che non sia quella di dimostrare il mio umano-libero-arbitrio.

Questo fece Philippe Petit.

Joseph Gordon-Levitt è commovente nella serietà e nel cuore che dedica a una rappresentazione attoriale alla quale crede a fondo.

Il pianoforte, i cori e gli archi di Alan Silvestri sanno dare voce tanto ai momenti più disperati della costruzione del colpo quanto al picco di beatitudine e gratitudine esplosi da sdraiato sul filo (sì: sdraiato) a 400 metri di altezza. 

The Walk è il mio Comfort Movie perché rappresenta ciò che di me già c'è e la parte migliore di ciò che vorrei essere. 

Consiglio in chiusura anche la lettura del libro che Petit scrisse una volta terminata l'impresa, che ha l'evocativo titolo di Toccare le nuvole.


Come è tipico delle migliori trasposizioni su pellicola di storie vere, le immagini di Zemeckis onorano anche da sole questo tentativo di alzare l'asticella del sogno e del possibile che il francese ha regalato ai newyorkesi e all'umanità intera.

 

Lo segnalo come consiglio per coloro che volessero addentrarsi ancor di più nei pensieri del funambolo e lo segnalo perché un evento di così ampia ispirazione si merita tutte le parole necessarie a raccontarlo, perpetuarlo e ad applaudirlo.

Come ho cercato di fare con questo mio elogio.

[a cura di Sebastiano Miotti]

 

Posizione 2

Paterson

di Jim Jarmusch, 2016

 

Paterson racconta di Paterson (Adam Driver), un autista di bus che abita nella statica cittadina di... Paterson. 

Vive con una dolcissima moglie di nome Laura (Golshifteh Farahani) e con Marvin, un imbronciatissimo bulldog.

 

Il film segue un andamento orizzontale e ci mostra, giorno dopo giorno, la vita del protagonista.

Lunedì, martedì, mercoledì, venerdì... ogni giorno è sempre molto simile al precedente, ma mai identico.

 

Paterson capta tutte le piccole ingerenze del mondo esterno, da attento ascoltatore le fa proprie; scrive poesie in un taccuino dove emerge tutta la sua sensibilità nascosta dal carattere taciturno e dall'aspetto comune. 

 

Paterson è un inno alla vita, non intesa come una corsa affannosa verso un obiettivo e nemmeno come una ricerca spasmodica di un senso, ed è anche un inno all'amore; non intendiamo però l'amore come innamoramento, ma come qualcosa di immanente, necessario a vivere e che viene nutrito ogni giorno.

 

Laura e Paterson dedicano l'uno all'altro piccole ma indispensabili attenzioni che rivelano la tenerezza di un amore maturo tra due persone opposte e complementari, un amore che non necessita di grandi gesta per non venire travolto dalla noia dell'abitudine. 

 

La poesia in Paterson si rivela nel suo obiettivo primigenio: non per venire mostrata, decantata, diffusa, ma come l'espressione di un fuoco inestinguibile che pulsa a ritmo del cuore.

Chi scrive - ma anche chi disegna, compone, dirige, dipinge, ecc... - sa molto bene ciò di cui parlo: non lo si fa per costrizione, si fatica a farlo con delle scadenze, l'ispirazione è imprevedibile e fugace, ti coglie nei momenti più disparati e non poterla esprimere è frustrante.

 

L'ispirazione è la scintilla a vivere, gli apprezzamenti vengono dopo. 

 

Perché scegliere Paterson come Comfort Movie?

Non racconta di eroi, principi e battaglie e non è nemmeno strettamente divertente.

Paterson racconta la storia di un uomo che somiglia a noi, gente comune.

In tanti lo bollano come film noioso o, addirittura, fastidioso.

 

Per me questo film è come un delizioso té allo zenzero con cannella: riscalda il cuore, lo stomaco e le mani.

 

Perché in fondo mi sento come Paterson; per quanto le cose possano sembrare precipitare intorno a me, fin quando avrò una penna e l'affetto di chi amo andrà tutto bene anche sotto il cielo plumbeo di novembre.  

 

[a cura di Lorenza Guerra]

 

Posizione 1

C'era una volta a... Hollywood

di Quentin Tarantino, 2019

 

Quando mi è stato chiesto quali fossero i miei Comfort Movie ho pensato a film come Collateral di Michael Mann, Il Gladiatore di Ridley Scott o Il grande Lebowski dei Fratelli Coen, ma c’è un’opera che nell’ultimo anno ha monopolizzato questa categoria: C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino.

 

 

Dal momento in cui vidi il film, ormai più di un anno fa, periodicamente quando non sono di buon umore o semplicemente ho voglia di guardare qualcosa che mi faccia star bene apro la custodia del blu-ray, infilo il disco nel lettore e clicco play.

 

La storia - come in molti saprete - è ambientata nella Los Angeles del 1969 e vede come protagonisti principali Rick Dalton (Leonardo DiCaprio), Cliff Booth (Brad Pitt) e Sharon Tate (Margot Robbie).

 

Durante le quasi tre ore di film percorriamo assieme a loro le strade di una Los Angeles in cambiamento - un'annata, quella del 1969, punto di svolta per la cultura e il Cinema americano - viviamo la musica di quel periodo e assaporiamo ogni particolare di un’epoca che non c’è più.  

 

Ciò che amo di C’era una volta a… Hollywood - oltre alla minuziosa ricostruzione della città - è che al suo interno posso trovare tutto ciò che desidero da un film: c’è la commedia ma anche l’omaggio a un Cinema, in particolare western, che non esiste più, c’è la componente thriller mischiata con la celebrazione del divo hollywoodiano e infine una malinconia agrodolce dettata da un amore sconfinato per il mezzo cinematografico.  

 

 

Tutto ciò è confezionato in modo impeccabile dalla regia di Quentin Tarantino e dalle prove attoriali dei tre personaggi principali fra le migliori delle loro rispettive carriere. 

 

Come suggerisce il titolo e lo splendido finale, C’era una volta a… Hollywood ha il sapore di una favola e proprio come la miglior favola la leggerei - in questo caso guarderei - ogni volta prima di andare a dormire.

 

[a cura di Emanuele Antolini]

 



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