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8 personaggi destinati non al denaro, non all'amore né al cielo

Pochi artisti, nella storia, hanno saputo raccontare l'essere umano meglio di Fabrizio De André.

 

 

De André ci ha chiesto di viaggiare in direzione ostinata e contraria, ci ha meravigliato con luoghi meno comuni e più feroci, ci ha insegnato che non ci sono poteri buoni. 

 

Ci ha suggerito di non credere al Dio degli inglesi, ci ha ricordato che dal letame nascono i fiori, ci ha fatto cercare cosa volesse dire "acqua di spilli fitti". 

 

Ma forse, più di ogni altra cosa, Fabrizio De André ci ha consegnato un vasto universo di personaggi memorabili, ognuno a suo modo portatore di una sorprendente umanità.

E poco importa se a volte si tratta di peccatori, ladri, disperati, tipi strani: del resto, anche se non sono gigli… 

 

E così abbiamo pensato di fare un gioco.

 

Ci sono venuti in mente gli 8 protagonisti di Non al denaro, non all’amore né al cielo, noto album del leggendario Faber, e abbiamo provato ad associarli a personaggi di Cinema e Serie TV

 

 

[Dove se n'è andato Elmer che di febbre si lasciò morire? Dov'è Herman bruciato in miniera?]

 

 

"Avrò avuto diciott'anni quando ho letto Spoon River.

Mi era piaciuto, forse perché in quei personaggi trovavo qualcosa di me.

 

Nel disco si parla di vizi e virtù: è chiaro che la virtù mi interessa di meno, perché non va migliorata.

Invece il vizio lo si può migliorare: solo così un discorso può essere produttivo."

 

Ispirato all’Antologia di Spoon River, di Edgar Lee Masters, quest’album principalmente narra di otto personaggi che sono deceduti, e dormono sulla collina, all’ombra dei cipressi.

Essi incarnano simbolicamente una serie di sentimenti, dall’invidia all’amore, dalla solitudine alla rabbia. 

 

Ma, prima di dedicarsi a loro, De André ci introduce a tutti gli altri residenti della collina, la povera gente morta sul lavoro, in guerra, per amore, per la violenza degli uomini, e per estensione all’umanità tutta.

 

Rappresentati in maniera corale, con il mantra ripetuto al termine di ogni strofa a sottolinearne l’uguale compartecipazione a una stessa comune sventura, e l’appartenenza alla stessa grande famiglia umana, essi rappresentano forse ciò che al viandante appare, macroscopicamente, l’inizio del suo tragitto sulla collina.

 

Da lontano, le varie lapidi appaiono tutte insieme come un unico grande stralcio di umanità.

Solo proseguendo a camminare, e approfondendo le vite dei singoli personaggi, essi risalteranno nella propria individualità.

 

 

[E Maggie uccisa in un bordello dalle carezze di un animale?]

 

 

Nella canzone introduttiva ci viene anche presentato il suonatore Jones, probabilmente alter ego di De André, che tornerà più avanti e il quale modo di intendere la vita dà il nome a tutta l’opera:

 

"Lui che offrì la faccia al vento, la gola al vino e mai un pensiero

Non al denaro, non all’amore, né al cielo."

 

È interessante come questo personaggio venga sin da subito separato dagli altri descritti in questa canzone introduttiva, dei quali pare quasi essersi persa traccia (ci si chiede ripetutamente “dove siano”, senza risposta) mentre di lui si conserva un ricordo forte e vivido (lui sì, sembra di sentirlo cianciare ancora delle porcate”). 

 

Sebbene tutte le storie presenti nell’album abbiano una base nella raccolta di poesie di Edgar Lee Masters, va detto di come talvolta queste ultime vengano ampliate, o modificate in qualche punto, che sia questo per ragioni narrative, o semplicemente metriche: ad esempio il suonatore Jones nell’opera originale suona il violino (Fiddler Jones) mentre qui suona il flauto.

 

 

[Dove sono i generali che si fregiarono nelle battaglie con cimiteri di croci sul petto?]

 

 

Ciò che colpisce in quest’opera d’arte è che, nonostante i personaggi siano ormai morti e sepolti, essi ci appaiono nondimeno del tutto vivi, pulsanti, intenti con ardore a provare a giustificare le proprie azioni, a voler dare un’ultima spiegazione del loro operato. Sono ancora combattivi, rancorosi, disillusi, arrabbiati, coltivano ancora idee di grandeur e amori mai sopiti.

 

È inoltre molto interessante la prospettiva ribaltata che ci offre De André, il quale ci rammenta esplicitamente sin dalla scelta dei titoli che "dietro ogni scemo c’è un villaggio, dietro ogni giudice un nano, dietro ogni blasfemo un giardino incantato", e così via.

 

I personaggi diventano in questo modo espressione di sé stessi, ma anche uno strumento per raccontare la realtà a loro circostante. 

 

Si tratta di personaggi così complessi, così profondi, così umani, che non è difficile riconoscere qualcosa di loro in noi stessi, nelle persone che conosciamo, o anche nel mondo del Cinema o delle Serie TV.

 

Anzi, proprio quest'ultimo tipo di associazione risulta particolarmente affascinante e stimolante, poiché ci si muove analogamente un territorio di rappresentazione e creazione artistica, e dove il discorso beneficia significativamente della commistione tra contenuti.

 

Ecco quindi le nostre associazioni.

E voi, chi avreste scelto se foste stati al nostro posto?

 



Posizione 8

Un matto - David Helfgott

Shine (1996)

 

Il matto di Non al denaro, non all’amore né al cielo l’ho sempre trovato un personaggio particolare.

 

È molto facile simpatizzare con il malato di cuore e la sua scelta romantica di vivere l’amore nonostante la malattia.

Lo è altrettanto con il giudice, vessato e deriso fino al momento della rivalsa contro tutto e contro tutti.

 

A una lettura superficiale il matto potrebbe sembrare semplicemente lo scemo del villaggio, il personaggio folkloristico noto a tutti nel paese o nel quartiere.

Lo strambo, il pagliaccio, il pazzoide, compatito e ridicolizzato dai compaesani.

 

Tu prova ad avere un mondo nel cuore

e non riesci ad esprimerlo con le parole,

e la luce del giorno si divide la piazza

tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa,

e neppure la notte ti lascia da solo:

gli altri sognan sé stessi e tu sogni di loro

 

Per me il matto è un persona stravagante, bisognosa di comunicare tutta la meraviglia del suo mondo interiore, bisognosa di avere un pubblico che voglia ascoltarlo.

E se la vicenda del matto fosse un’allegoria per raccontarci la condizione esistenziale dell’artista?

 

E sì anche tu andresti a cercare

le parole sicure per farti ascoltare:

per stupire mezz’ora basta un libro di storia,

io cercai di imparare la Treccani a memoria,

e dopo maiale, Majakovskij, malfatto,

continuarono gli altri fino a leggermi matto

 

Ci sono artisti e artisti.

Chi si accontenta di un successo passeggero, effimero, chi vuole stupire il pubblico fino a rimanere impresso nella sua memoria per sempre.

Così il matto decide di imparare l’intera enciclopedia Treccani a memoria.

 

David Helfgott invece punta a suonare il Rach 3.

 

“Nessuno è mai così pazzo da affrontare il Rach 3!”

“Sono pazzo quanto basta professore? Che dice?”

 

David Helfgott, un Geoffrey Rush da Oscar, è il protagonista del film Shine.

David viene cresciuto con un’educazione rigida tanto da rendere radicato in lui il timore di deludere il padre, di non essere abbastanza.

Il padre lo spinge a studiare il pianoforte ma al contempo prova a fermarlo quando al giovane viene offerta la borsa di studio dal Royal College of Music di Londra, portando a una frattura soffertissima tra i due.  

 

Da piccolo David si innamora del Rach 3, il terzo piano concerto di Rachmaninov, e fomentato dal padre immagina il quadretto felice con lui ad eseguire l’opera e il fiero genitore ad applaudire in platea.

 

Il Rach 3 diventa il simbolo dell’accettazione da parte del pubblico e dei professori, i quali non sono altro che un simbolo dell'autorità paterna.

Per questa ragione David carica su questa esibizione tutto il suo vissuto emotivo, a lungo represso, scivolando lentamente nella pazzia.

Proprio come il matto con la Treccani.

 

E proprio come il matto rifiutato dalla gente del paese, anch’egli viene ripudiato dal padre e rinchiuso in un manicomio.

 

E senza sapere a chi dovessi la vita

in un manicomio io l’ho restituita:

qui sulla collina dormo malvolentieri

eppure c’è luce ormai nei miei pensieri

 

Però nella vita le cose non vanno sempre male.

 

Se la reclusione forzata è stata la fine per il matto di Spoon River, per David Helfgott è stata la salvezza, la possibilità di un nuovo inizio grazie a una fan inaspettata disposta a ospitarlo a casa propria.

Da lì in avanti conoscerà il valore dell’amicizia e dell’amore e avrà un momento di riappacificazione con il padre.

 

E così, mentre il matto inventava parole nell’attesa che una morte pietosa lo strappasse alla pazzia, David mostrava al grande pubblico il mondo nel suo cuore attraverso le note del pianoforte, redimendo, in un certo senso, tutti i matti inascoltati.

 

[A cura di Yorgos Papanicolaou]

 

Posizione 7

Un giudice - Il giurato n.3 

La Parola ai Giurati (1957)

 

“Dietro ogni giudice c’è un nano” è il sottotitolo, poi prontamente censurato, che De André aveva assegnato a Un Giudice, affrontando un tema a lui molto caro: l’uomo di legge che si fa condizionare dal rancore personale e dalla sete di vendetta sociale nella formulazione del suo verdetto.  

 

Il brano è ispirato alla poesia Il giudice Selah Livey, dove Masters racconta la storia di un uomo preso di mira da tutto il paese per la sua statura di “cinque piedi e due pollici” (circa 157 centimetri).

Selah dedicò la sua vita allo studio per poter assumere il ruolo di giudice e condannare coloro che lo avevano burlato in passato, ora costretti a chiamarlo “Vostro Onore”.  

 

“E non vi pare naturale/che gliel’abbia fatta pagare?” conclude cinicamente Masters, in linea con l’interpretazione di De André, che aggiunge anche una nota ancora più sadica, sottolineando il piacere saporito della vendetta che il nano prova nell’affidare al boia persone che, forse, non lo avrebbero meritato. 

 

E di affidarli al boia

Fu un piacere del tutto mio

Prima di genuflettermi

Nell'ora dell'addio

Non conoscendo affatto

La statura di Dio

 

Così come in questa storia, il capolavoro di Sidney Lumet La Parola ai Giurati (12 Angry Men) affronta la tematica delicata della vendetta personale attraverso un potere assegnato dallo Stato, che richiederebbe assoluta imparzialità e distacco rispetto alle vicende personali.  

 

Una giuria popolare di 12 elementi deve esprimere un verdetto nei confronti di un giovane delinquente di strada accusato di omicidio del padre. Tutti gli elementi sembrano dimostrare la sua colpevolezza e i giurati chiamati in causa vorrebbero concludere la seduta in fretta.

Il giurato n.8, tuttavia, non riesce a mandare l’accusato alla sedia elettrica senza prima riesaminare il caso e avere l’assoluta certezza della sua colpevolezza.  

 

[da qui in poi: spoiler]  

 

Con moltissimi sforzi, il giurato n.8 affronta di nuovo tutti gli indizi, smascherandone l’inconsistenza, dimostrando che pregiudizi e approssimazione sono stati i principali fautori dell’accusa.

Dopo averlo osteggiato, tutti i giurati sembrano convincersi delle argomentazioni.

 

Rimane solo lui, il giurato n.3, che si ostina a dichiararlo colpevole. Presto però lo spettatore comprende come il suo giudizio fosse pesantemente condizionato dalle sue vicende personali: l’imputato gli ricordava un figlio con cui era in forte conflitto e che gli aveva generato grande astio nei confronti delle nuove generazioni, oltre che un pregiudizio tipicamente borghese per le classi disagiate.

 

“T'ammazzi per loro, e così ti ripagano!”  

 

Il giudizio del giurato n.3 (simbolicamente, come tutti gli altri, mai menzionati per nome) è una vera e propria vendetta nei confronti di un’intera categoria sociale, giustificata dalla posizione di potere di cui era stato investito dallo Stato.

 

È un personaggio complesso, con cui non è facile provare empatia, ma che nasconde ragioni articolate dietro il suo atteggiamento miope e conflittuale.

Proprio come il Giudice deandreiano, la sua rabbia è generata come un veleno che sgorga da ferite profonde che altre persone gli avevano inflitto, che in questo caso però non riguardano l’aspetto fisico, ma i pregiudizi tipici della sua classe sociale, alimentati dalla visione comune di chi viveva ai margini della società e che, in assenza dell’opera di convincimento del giurato n.8, avrebbero portato alla morte di un innocente. 

 

Il film e il brano sono accumunati dalla stessa riflessione sulla fragilità tanto della natura umana, che può rivoltarsi nella vendetta in presenza di ferite profonde, quanto del potere costituito, che in certi casi insegue l’assoluta equità come una chimera irraggiungibile. 

[A cura di Simone Colistra

 

Posizione 6

Un blasfemo - Kim Ki-woo

Parasite (2019)

 

Generalmente un buon film è quello che ci parla di più attraverso le immagini che tramite i dialoghi.

 

Ma un vero capolavoro è sicuramente una pellicola che ci parla attraverso un semplice sguardo di un personaggio.

E dentro gli occhi di Kim Ki-woo, il ragazzino protagonista di Parasite, quando ci guarda sfondando la quarta parete, scorgiamo il suo futuro, che sarà quello raccontato in Un blasfemo di Fabrizio De André.

 

La canzone, infatti, parla di un uomo pestato a morte da due poliziotti dopo aver detto loro che Dio è un imbroglione.

Il malcapitato spiega alle due guardie che siamo stati tutti ingannati, perché costretti a sognare un Eden che non potremo mai avere, visto che, quando il primo uomo ha provato a mangiare il frutto proibito, è stato subito cacciato e destinato alla morte.

 

Dio ci avrebbe fatto godere solo minimamente di questo paradiso, perché se l’uomo se ne fosse veramente impossessato avrebbe capito di non avere più padroni, e Dio avrebbe perso il suo potere su di lui.

Nella lettera che scrive a suo padre prigioniero, il giovane Kim gli svela il suo piano per salvarlo: rimboccarsi le maniche, diventare ricco partendo dal basso e comprare la casa dove il padre è rinchiuso.

 

Ma nel suo sguardo finale, scorgiamo nei suoi occhi come andrà a finire la storia e ci immaginiamo un ipotetico sequel di Parasite.

 

In questo secondo episodio Kim inizierebbe a mettere in atto il suo piano, ma ben presto scoprirebbe che quello che pensava, cioè che per riuscire a risalire la scala sociale basta lavorare onestamente, è una menzogna inventata da chi detiene il potere per tenere sotto controllo le persone.

Illudere la gente che tutti possano avere successo nella vita lavorando sodo è un’ideologia che ha l’effetto di portare le persone a difendere un sistema iniquo, che in realtà crea disuguaglianze sociali insormontabili e che è la causa della sua stessa oppressione.

 

Perché tutti saremmo ricchi se dipendesse solo da noi e dalle nostre abilità, invece di vivere in un nuovo feudalesimo.

Nello scoprire questa atroce verità e sentendosi così in un vicolo cieco, Kim Ki-woo deciderebbe di iniziare a delinquere, pensando che questo sia l’unico modo per riuscire a ottenere i soldi che gli servono per liberare il padre.

 

Tuttavia, come capita spesso ai delinquenti comuni, incontrerebbe sulla sua strada coloro che invece sono preposti a difendere chi amministra il potere: due poliziotti.

Questi, cogliendolo in flagrante mentre commette un furto in una villa, lo picchierebbero a morte, perché per la legge la difesa della proprietà ha più importanza della vita delle persone.

 

Quando vide che l'uomo allungava le dita

a rubargli il mistero di una mela proibita 

per paura che ormai non avesse padroni

lo fermò con la morte, inventò le stagioni

 

[A cura di Enrico Tribuzio]

 

Posizione 5

Un malato di cuore - John Merrick

The Elephant Man (1980)

 

Alcune patologie fisiche possono causare complicazioni esterne, visibili a occhio nudo, o interne, identificabili solo a conoscenza del quadro medico.

 

Al primo gruppo appartiene John Merrick, l’uomo martoriato da terribili deformazioni anatomiche protagonista di The Elephant Man di David Lynch; all’altro Francis Turner, la cui triste vita da cardiopatico narrata nell’Antologia di Spoon River ispirò Fabrizio De André per Un malato di cuore nel suo Non al denaro non all’amore né al cielo.

 

Sebbene i due casi possano sembrare evidentemente molto differenti, esiste qualcosa che li accomuna: l’impossibilità di vivere al massimo delle proprie capacità e il desiderio di poterlo fare come tutti.

  

Questo desiderio, però, porta facilmente all’invidia, sentimento che provano entrambi verso le esistenze di chi li circonda.

 

Infatti, si può notare nelle prime strofe della canzone un misto di gelosia e rassegnazione da parte di Turner, costretto a “farsi narrare la vita dagli occhi” invece che viverla come tutti gli altri.

 

Da ragazzo spiare i ragazzi giocare

Al ritmo balordo del tuo cuore malato

E ti viene la voglia di uscire e provare

Che cosa ti manca per correre al prato

E ti tieni la voglia, e rimani a pensare

Come diavolo fanno a riprendere fiato

Da uomo avvertire il tempo sprecato

A farti narrare la vita dagli occhi

E mai poter bere alla coppa d’un fiato ma

A piccoli sorsi interrotti

 

Tuttavia, quando si trova davanti a un sentimento invincibile come l’amore, decide di superare l’invida – azione che lo differenzia dal matto, dal giudice e dal blasfemo dello stesso album – a costo di incontrare la morte.

 

Turner compie un gesto di infinito coraggio che gli permette finalmente di vivere – o meglio: sentirsi realmente vivo – pur sapendo che sarà l’ultimo. In questo caso un bacio rappresenta la volontà di preferire una morte provocata da sensazioni provate appieno a un’esistenza priva di esse.

 

Ma che la baciai questo sì lo ricordo

Col cuore ormai sulle labbra

Ma che la baciai, per Dio, sì lo ricordo

E il mio cuore le restò sulle labbra

 

Merrick (interpretato da John Hurt), invece, è sicuramente più sfortunato: il suo aspetto fisico attrae solo sguardi di paura, disgusto o al massimo compassione. Viene schiavizzato, vessato e costretto a esibirsi come fenomeno da baraccone. Solo l’intervento del Dottor Treves (Anthony Hopkins) riuscirà finalmente a donargli la dignità che si merita.

 

Merrick dimostra inoltre di essere molto sensibile e sofisticato e viene a poco a poco accettato da tutti quelli che prima invidiava: la moglie del Dottor Treves, l’attrice Mrs Kendal e addirittura la Regina Vittoria in persona che si offre di stanziare i fondi per il suo mantenimento presso l’Ospedale di Londra.

 

Questo idillio viene però rovinato dal rapimento improvviso di Merrick, che viene costretto di nuovo a esibirsi nei circhi. Fortunatamente la polizia riesce a metterlo in salvo e a riportarlo a Londra, ma rimane molto traumatizzato. 

 

La sera stessa, l’attrice Mrs Kendal invita Merrick a un suo spettacolo e, alla fine di esso, gli dedica pubblicamente la sua performance provocando una standing ovation di tutto il teatro in suo onore rendendolo visibilmente felice.

 

Tuttavia, al ritorno dal teatro, ecco Merrick rispondere alle scuse per l'accaduto da parte del Dottor Treves in un modo che ha tutta l’aria di un addio:

 

“La prego, la prego! Lei non ha alcuna colpa, Signor Treves! Io s-sono felice ogni ora del giorno, amico mio.

A-Anche se sapessi che morirei domani.

La mia vita è bella, perché so di essere amato...

Io sono fortunato!

E non potrei dirlo... se non fosse stato per lei.”
 

Proprio quando Merrick realizza che finalmente, nonostante i suoi limiti, è capace di amare ed essere amato, decide di immortalare quel sentimento ponendo fine alla propria vita, forse per paura di poterlo perdere di nuovo: proprio come per Turner, anche per lui l’amore è l’unica cosa per cui vale la pena vivere.

 

E morire.

 

Risulta inoltre molto significativa la coincidenza delle ultime parole dell’explicit del film (tratto da un poema di Alfred Tennyson), a mostrare un ulteriore punto in comune tra le sciagurate storie dei due personaggi:

 

Mai. Oh, mai. Niente morirà mai.

L'acqua scorre. Il vento soffia. La nuvola fugge.

Il cuore batte.

Niente muore.

 

[A cura di Jacopo Troise]

 

Posizione 4

Un medico - Jimmy McGill / Saul Goodman

Breaking Bad (2008 - 2013)

Better Call Saul (2015 - in corso)

 

Ho sempre creduto che il medico cantato da Fabrizio De André in Non al denaro, non all’amore né al cielo fosse una figura pienamente paradigmatica del pensiero del cantautore-poeta genovese.

Assieme ai solitari, 'gli ultimi' (quelli cantati - ad esempio ma non solo - in Anime Salve), gli insoliti rivoluzionari (penso ai concept album La buona novella Storia di un impiegato), Faber ha sempre avuto un debole per i romantici, i sognatori, gli idealisti.

 

Figure che, però, in gran parte dei suoi testi si ritrovano a dover fare i conti con la durezza della realtà quotidiana, la necessità di lottare contro la fame, le ingiustizie, l'avidità e le leggi dell'uomo.

 

Personaggi come Marinella, la "dea" della Leggenda di Natale, il Fannullone non sono altro che eterni innamorati dell'amore e della bellezza che, fraintendendo la natura del mondo, finiscono per pagarne il tragico scotto.

 

Il medico rientra appieno in questa casistica.


Da bambino volevo guarire I ciliegi

Quando rossi di frutti li credevo feriti

La salute per me li aveva lasciati

Coi fiori di neve che avevan perduti

Un sogno, fu un sogno ma non durò poco

Per questo giurai che avrei fatto il dottore

E non per un dio ma nemmeno per gioco

Perché I ciliegi tornassero in fiore

 

Siamo onesti: James McGill non ha incominciato la sua carriera di avvocato in quanto innamorato del concetto di Giustizia.

Non voleva guarire i ciliegi.


Tutto ciò che desiderava Slippin' Jimmy era bighellonare con l'amico Marco, lanciarsi in qualche truffa divertente e mettersi in tasca dei soldi facili. 

Sarà il fratello Chuck a dettare il cambiamento a Jimmy che, dopo aver toccato il fondo, si trasferirà ad Albuquerque per intraprendere finalmente la retta via.

 

La voglia di riscatto e l'ambizione (come si vede nel flashback della 4x06 di BCS, Pignatta) motiveranno ulteriormente il futuro Saul Goodman a diventare l'avvocato capace di far tornare i ciliegi in fiore.

Dopo la laurea conseguita all'Università delle Samoa americane Jimmy incomincerà a esercitare l'avvocatura - prevalentemente nell'ambito del diritto degli anziani - prendendo davvero a cuore le sorti dei suoi assistiti.


James McGill diventa quindi il nostro "medico" che, superati gli entusiasimi iniziali, si rende conto che fare l'avvocato è solo un mestiere e che a colpi di 100 dollari per ogni testamento redatto non si diventa ricchi. I vecchiarelli suoi clienti, per quanto carini, spesso e volentieri non hanno nemmeno i soldi per per pagarlo (soprattutto per colpa della perfida Sandpiper Crossing).

 

È dunque impossibile conciliare un nobile intento con un ritorno economico elevato ("Sciûsciâ e sciorbî no se pêu", avrebbe probabilmente detto Fabrizio).

 

[...] la diagnosi in faccia e per tutti era uguale

Ammalato di fame incapace a pagare

E allora capii

fui costretto a capire

Che fare il dottore è soltanto un mestiere

Che la scienza non puoi regalarla alla gente

Se non vuoi ammalarti dell'identico male

 

L'avidità, l'ambizione smisurata e la natura furbesca di Jimmy lo spingeranno oltre il limite facendogli perdere la licenza di avvocato che, con grande fatica, riacquisterà nel finale della quarta stagione.

A questo punto James McGill si trasforma ufficialmente in Saul Goodman, l'uomo degli escamotage al limite della legalità, delle mezze verità e degli atteggiamenti truffaldini.

 

I mezzi illeciti utilizzati dai due personaggi sono differenti nella forma ma non nella sostanza: invece che imbottigliare fiori di neve con l'etichetta elisir di giovinezza, l'avvocato a sonagli di Albuquerque spaccerà telefoni usa e getta, dispenserà "speedy justice" ed entrerà in combutta con il Cartello messicano e altri personaggi poco raccomandabili.

 

Anche la sua sorte non è completamente assimilabile a quella del medico.

 

Saul non finirà a sfogliare i tramonti in prigione per volontà di un giudice con la faccia da uomo ma, curiosamente, si ritroverà in esilio in Nebraska a fare cinnabon rolls per colpa di un chimico morto in un esperimento sbagliato.

Buffo, no?

 

Quel che è certo è che il nostro Jimmy/Saul ha una natura malinconica del tutto simile a quella del medico di Spoon River: entrambi sono delle anime buone che vorrebbero agire per il bene, ma che - per motivi differenti - si ritrovano a muoversi in maniera subdola e scorretta approfittando delle persone.

 

Alla fine dei conti, ancora una volta, Jimmy si ritroverà accumunato al medico di Fabrizio De André. 

 

Bollato per sempre truffatore imbroglione

Dottor professor truffatore imbroglione

 

[A cura di Adriano Meis]

 

Posizione 3

Un chimico - Reynolds Woodcock

Il filo nascosto (2017)

 

La scienza è un porto sicuro. Il linguaggio decodificato e ben chiaro della chimica è il rifugio più caldo quando il mistero bussa alla porta. 

L'ignoto è la forma più sottile di paura, nonché la più profonda: si insinua nel terreno del proprio essere mettendo spesse radici. 

 

Cosa c'è di più inesplicabile dell'amore?

 

Non basta la produzione di dopamina o di feniletilammina per esplicare le centinaia di possibilità di variazioni e mutazioni del corpo 

 

Treinor, il farmacista di cui parla Un chimico, ha passato tutta la vita a fuggire dal mistero, morire tra provette e domande, dubbi e reagenti, abitudini e formule. 

 

Le mura del laboratorio son state per lui l'unica casa, una prigione che ha costruito con le sue stesse mani e da cui è riuscito a fuggire solo con la morte.

 

Da chimico un giorno avevo il potere

Di sposar gli elementi e farli reagire

Ma gli uomini mai mi riuscì di capire

Perché si combinassero attraverso l'amore

Affidando ad un gioco la gioia e il dolore

 

 

Allo stesso modo Reynolds Woodcock (Daniel Day-Lewis) - il protagonista de Il filo nascosto, l'ultima fatica di Paul Thomas Anderson - ha costruito un castello di pizzi e merletti circondandosi di collaboratori-fantasmi e marcendo in una rigidissima solitudine. 

 

La sua ossessione non è la chimica, ma la sartoria. 

 

Il tessuto è materia, i sentimenti sono astratti: ciò che si può tastare con le dita è ricchezza, tutto il resto è volatile. 

La sua vita trascorre tra accumulo di tesori e di costruzione di mura tra se stesso e gli altri. 

 

Continua il percorso di Anderson alla scoperta delle incongruenze e dei limiti dell'uomo moderno. 

 

Quando Alma (Vicky Krieps) entrerà nella sua vita e con lei il mistero Reynolds si piegherà pian piano alla fascinazione dell'amore. 

 

Sarà un percorso tanto lungo, quanto insidioso, costruito su pazienza e dispetti, passione e tenerezza; un amore maturo, in cui due mondi completi a se stessi si avvicinano guardinghi con piccolissimi scatti di fiducia. 

 

Alma porta Reynolds sulla collina, fuori dal suo atelier, battendo sul tempo la morte. 

 

[A cura di Lorenza Guerra]

 

Posizione 2

Un ottico - Vincent Willem van Gogh

Van Gogh - Sulla Soglia dell'Eternità (2018)

 

Daltonici, presbiti, mendicanti di vista

il mercante di luce, il vostro oculista,

ora vuole soltanto clienti speciali

che non sanno che farne di occhi normali.

 

Non più ottico ma spacciatore di lenti

per improvvisare occhi contenti,

perché le pupille abituate a copiare

inventino i mondi sui quali guardare.

Seguite con me questi occhi sognare,

fuggire dall'orbita e non voler ritornare

 

A invitarci nella sua bottega, quasi fosse un banditore di piazza, è un ottico.

 

Ma non è un ottico qualunque, di quelli che propongono lenti per farci raggiungere le dieci diottrie e il cui risultato sarà una visione uguale per tutti.

È qualcuno che si è annoiato della limitata capacità dell’essere umano di vedere, qualcuno che vorrebbe donare la possibilità di guardare, non solo con gli occhi ma con tutti i sensi.

 

Dippold, l’ottico dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters di cui Fabrizio De André ci ha raccontato nella sua Un Ottico, ha deciso di essere spacciatore per i suoi clienti: ciò che offre sono lenti speciali che liberano le pupille dalla mediocrità della realtà.

 

Niente acidi, ma stesso risultato: espandere la coscienza per esplorare la propria spiritualità, arrivare a una percezione di sé e del resto del mondo oltrepassando i limiti imposti dalla banalità del reale, ordinario e poco stimolante.


Tramite i racconti allucinati dei suoi clienti, capiamo che l'ottico non è un ciarlatano ma ha davvero realizzato degli straordinari filtri vitrei con cui si riesce a vedere il mondo in maniera del tutto nuova e assolutamente personale.

C'è chi vede se stesso salire fino in cielo, rubare il Sole e custodirlo nei propri occhi per non soffrire più a causa di momenti bui; chi è capace di osservare lo scorrere del sangue nelle proprie vene, il quale rompe le stesse in un moto malinconico.

E ancora, c'è chi vede immagini di uomini, donne, sembianze umane ma comportamenti animali, quasi come se riuscisse, ora, con il solo sguardo, a superare la carne e a guardare l'animo e la natura delle persone.

Chi, alla vista di una strada, rincontra le vecchie amicizie e viene abbracciato da quella gioiosa luce d'infanzia, quando il suo mondo era nient'altro che un negozio di giocattoli.

 

Che sia stato tramite l’uso di lenti, di droghe, grazie all’ingegno o alla più sfrenata fantasia, la storia è piena di menti fuori dagli schemi, geniali, che hanno regalato all’umanità la loro visione delle cose.

Una visione spesso difficilmente condivisibile, almeno all’inizio, perché troppo distante dal modo di pensare comune.

 

Tra le menti che più di tutte hanno mostrato un loro originalissimo punto di vista e che ben si accosta alla figura dell’ottico di De André, spicca il pittore olandese Vincent van Gogh, di recente interpretato dall’immenso Willem Dafoe in Van Gogh – Ai Confini dell’Eternità.

 

Stanco della vita a Parigi e insofferente per le persone da cui era circondato, van Gogh decide di trasferirsi nel sud della Francia, nella città di Arles, nella speranza di trovare quella calda luce che Parigi, con il suo grigio, la sua nebbia, non era in grado di offrirgli.

 

Per cercare di farci entrare nell’immensa mente di van Gogh, la scelta registica della prima persona.

E se in The Acid House voliamo con il protagonista-mosca ubriaco durante le sue vendette e in Requiem for a Dream siamo vittime delle allucinazioni per le troppe anfetamine, nel film di Julian Schnabel siamo gli occhi di Vincent, occhi sempre entusiasti di posarsi su ciò che è Natura, partecipiamo al suo modo unico di vedere il mondo.

 

Siamo lo sguardo del bambino che si emoziona per i colori accesi, quello del pittore che quei colori, mobili, cangianti, mai uguali, li vuole toccare, sentire con tutto il suo corpo e più velocemente possibile trasporre su tela per offrirli a chi non può goderne, a chi non ha i suoi occhi, a tutti al di fuori di lui.

 

Van Gogh come colui che ha donato la vista a chi era ancora fossilizzato nel passato impressionismo di Monet, di Degas, a chi si stava perdendo negli sterili esperimenti scientifici di Seurat, a chi, ostinato e ottuso, non voleva vedere altro, a chi purtroppo non era ancora pronto per quel dono ma si è accorto troppo tardi del tesoro ricevuto.

 

Abbiamo detto prima persona, ma non si tratta di una prima persona singolare, bensì plurale: delle lenti così assurde da farti vedere doppio, intendendo il riflessivo in maniera letterale perché fanno vedere te stesso come sdoppiato.

 

Le crisi del pittore, che lo portavano a una sorta di estraniazione dal mondo tale per cui, alla fine, non ricordasse quasi niente, causano disagio e confusione anche allo spettatore che passa dall’essere van Gogh all’essere il suo tormentatore, il fantasma che lo ossessiona, le voci nella sua testa, il dolore che lo punge, la paura che lo atterrisce.

 

Siamo l’uno e l’altro allo stesso tempo, siamo colore e scala di grigi, siamo Forza e Lato Oscuro.

 

Ci si sente, se non addirittura schizofrenici, comunque mentalmente instabili e si ha necessità di quiete.

Il montaggio frammentario, la camera a mano, i frequenti fuoco/fuori fuoco rendono il risultato delle lenti dell’ottico Dippold: è il modo con cui van Gogh vede il mondo.

 

Forse ve l’hanno sempre tenuto nascosto ma Vincent van Gogh, per guadagnarsi da vivere faceva l’ottico, il suo nome era Dippold e ha sperimentato di persona le lenti speciali che tanto amava spacciare.

O… un momento… forse era Dippold ad avere la passione della pittura e a firmare con quel famoso pseudonimo olandese tutti i suoi dipinti.

 

O, ancora, forse è solo che a chi scrive piacerebbe che questo fosse vero!

 

[A cura di Morena Falcone]

 

Posizione 1

Il suonatore Jones - Lucky 

(Lucky, 2017)

 

In un vortice di polvere gli altri vedevan siccità

A me ricordava la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa…

 

Sin dall’inizio il suonatore Jones, unico personaggio dell’album e dell’Antologia di Spoon River ad avere un nome proprio, emerge differentemente rispetto alle altre personalità finora analizzate.

 

Laddove pare non esserci altro che polvere e desolazione, egli ci vede della poesia.

In ragione di una particolare sensibilità (non necessariamente artistica) ha sempre percepito che ci fosse qualcosa in più in ciò che lo circondava: “sentivo la mia terra vibrare di suoni, era il mio cuore”. 

 

Egli non ha dedicato la propria vita a una causa, ma l’ha condotta ricercando – ed invero interiorizzandolo direttamente in prima persona – un ideale di libertà, da intendersi come scollegata dalle reti del cielo (alle quali tentò di opporsi il blasfemo) del denaro (che corruppe il medico) o dell’amore (la cui mancanza tormentò il chimico, e il quale sentimento non poté essere sostenuto dal malato di cuore) reti che mantengono la libertà, secondo il suonatore Jones, imprigionata e “protetta da un filo spinato”.

 

Non significa rifiutare in toto la spiritualità, il lavoro e l'amore, ma al contrario vivere tutto ciò liberamente, pienamente e genuinamente, senza cadere nella trappola di appartenervi in maniera cieca, dogmatica, totalizzante, caratterizzante e morbosa... e dunque limitante e limitata. 

 

Già introdotto nella canzone iniziale dell’album, di lui sappiamo che morì vecchio, attorno ai novant’anni, ma che “con la vita avrebbe ancora giocato”.

Portatore di sregolatezza, di profonda leggerezza, e in definitiva di autenticità, il suonatore Jones non vede il suo lavoro come un mestiere, ma semplicemente come la propria più naturale collocazione, la cosa che più gli piace fare. 

 

E poi se la gente sa – e la gente lo sa – che sai suonare

Suonare ti tocca per tutta la vita, e ti piace lasciarti ascoltare…

 

Ed è per questo che la sua non è una maschera.

Non è stato ingabbiato in un ruolo in accordo a ottiche pirandelliane: anzi, si realizza in lui una corrispondenza totale tra ciò che viene percepito all’esterno e ciò che egli è davvero, sicché il suonatore Jones non sarà obbligato a fare altro che… suonare, la sua vera passione.

 

Similmente, Lucky, protagonista dell’omonimo film diretto da John Carroll Lynch (curiosamente nell’opera è presente anche il Lynch più famoso, David, nella parte del miglior amico del protagonista – i due comunque non hanno alcun legame di parentela) è un personaggio atipico, un vecchio ribelle, sgangherato, fumatore, nichilista, ateo e tuttavia carico di un certo spiritualismo sotterraneo.

 

Interpretato da un grande Harry Dean Stanton, all’ultima prova della sua maestosa carriera, Lucky ci tiene a ricordarci che “quello che vedi tu, non è quello che vedo io” – uno statement degno del suonatore Jones, con il quale manifesta una lunga serie di analogie.

 

Oltre infatti alle similitudini coincidenziali, di natura pratica – Lucky suona l’armonica, si diletta col canto, ha un’età simile a quella di Jones, come lui apprezza i liquori e, c’è da scommetterci, mangia in strada porcate nelle ore sbagliate – a colpire sono le affinità profonde dei due personaggi, entrambi slegati da ogni genere di catena, di vincolo, di ideologia, entrambi fulgida manifestazione di libertà e autenticità.

 

Entrambi votati non al denaro, non all’amore, né al cielo.

 

Finì con i campi alle ortiche e finì con un flauto spezzato

E un ridere rauco, e ricordi… tanti,

E nemmeno un rimpianto

 

[A cura di Simone Braca]

 



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8 commenti

Claudio Bertelle

13 giorni fa

Grazie di cuore per questo articolo meraviglioso

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Chiara Demasi

23 giorni fa

Quando le tue due passioni si incontrano 😁 Articolo fantastico davvero accurato

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Angelo Di Domenico

24 giorni fa

Un articolo Fantastico... giocare con uno dei miei artisti preferiti e con la mia più grande passione (La settima arte)...molto bello... grazie!

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Giorgio Raffaeli

24 giorni fa

Avete messo insieme due delle cose che preferisco al mondo: Faber e ovviamente il cinema.
L'articolo è sicuramente interessante, forse però alcune letture dei personaggi sono talmente personali che non riesco a ritrovarmici o a capire le analogie di cui si parla.

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Adriano Meis

24 giorni fa

Giorgio Raffaeli
Tipo? Dicci la tua! Queste top sono belle anche per il dialogo che può nascere con voi! 😉

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Morena Falcone

23 giorni fa

Giorgio Raffaeli
E io sono curiosa di sapere che personaggi cinematografici avresti accostato tu ai personaggi della collina!
Sono sicura che ce ne son tanti a cui magari non abbiamo proprio pensato! :)

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Marco Spazzi

24 giorni fa

Articolo meraviglioso, complimenti!

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Erison

24 giorni fa

Un articolo davvero eccellente, non è possibile trovare personaggi più indicati!!!

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