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Un Certain Regard - L'insolito sguardo sul mondo

Buonanotte, amici della notte.
Di che parliamo in questa occasione?

Di Un Certain Regard, “un certo sguardo”.

 

Questo il significato del nome di una delle selezioni più interessanti del Festival di Cannes, nata nel 1978 per volontà del regista, produttore e critico cinematografico Gilles Jacob.

Solo dal 1998, però, i film di questa sezione - tradizionalmente proiettati in Sala Debussy - hanno il proprio premio dedicato.

 

Un riconoscimento che viene consegnato a registi esordienti o ancora in formazione - quindi non abbastanza “pronti” a concorrere per la Palma d’oro - o, spesso, a quelle produzioni armate di “prospettive insolite” adatte a palati cinematografici coraggiosi.

 

 

[Una prospettiva insolita la offre sicuramente White God - Sinfonia per Hagen di Kornél Mundruczó, vincitore di Un Certain Regard nel 2014]

 

Virando dal concorso principale per la Palma d’oro e muovendosi verso Un Certain Regard, lo spettatore del Festival più prestigioso del mondo ha l’opportunità di trasformarsi in una sorta di “talent scout”, esplorando opere prime e giovani autori che provengono dai quattro angoli del mondo.

 

Solo nella 75ª edizione del 2022 abbiamo avuto autori originari di Romania, Giappone, Costa Rica, Germania, Norvegia, Australia, Islanda, Austria, Cambogia, Marocco, Polonia, Stati Uniti D’America, Ucraina, Pakistan, Tunisia, Israele, Turchia e - ovviamente - Francia.

 

Parlando di “sguardi particolari”, inusuali, sono emblematici i film vincitori delle edizioni 2009 e 2016, ovverosia Doogtooth di Yorgos Lanthimos e Border - Creature di confine di Ali Abbasi.

Lecito - e quasi doveroso - citare anche Arirang, documentario auto-flagellante di Kim Ki-duk: un’insolita e intima video-confessione che vinse (ex aequo con Halt auf freier Strecke di Andreas Dresen) Un Certain Regard nel 2011.

 

La morte del signor Lazarescu di Cristi Puiu - regista del recente Malmkrog - e California Dreamin’ di Cristian Nemescu sono poi una coppia di vincitori Made in Romania che ben rappresentano il tipo di produzioni fin qui descritte.

 

Tra i premi “collaterali” di Un Certain Regard (Prix du Jury, Prix du scénario, Prix spécial du Certain Regard etc.) ricordiamo quelli conferiti a Oro Rosso, diretto da Jafar Panahi e scritto da Abbas Kiarostami, Dieci canoe di Rolf De Heer, Forza maggiore di Ruben Östlund, Il sale della terra di Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado e Captain Fantastic di Matt Ross.

 

Anche il recente (e particolarissimo) Lamb di Valdimar Jóhannsson è uscito dalla scorsa edizione del Festival con il Prize of Originality, a ragion veduta, oserei dire.

 

 

[La meraviglia de La tartaruga rossa, Prix spécial du Certain Regard nel 2016. Se non è un capolavoro per me ci si avvicina molto]

 

L’esperienza di CineFacts.it al Festival di Cannes 2021 aveva consegnato a voi lettori le recensioni di Great Freedom (vincitore del Premio della Giuria uscito nelle sale italiane qualche mese fa) e Moneyboys (purtroppo da noi mai distribuito in alcuna forma): due film bellissimi, dotati di cuore, cifre stilistiche di livello e ottimi interpreti.

 

Per quanto concerne l’edizione di Un Certain Regard del 2022, la giuria presieduta dalla nostra splendida Valeria Golino ha premiato Les Pires, debutto registico del duo francese Lise Akoka e Romane Gueret.

Il film è una commedia drammatica che racconta la realizzazione di un servizio fotografico con protagonisti bambini e adolescenti: una storia corale che ha come focus la scelta di quattro bambini che dovranno recitare in un film.

 

In Italia Les Pires verrà distribuito da I Wonder.

 

[Un film che avrei voluto non finisse mai: Captain Fantastic di Matt Ross. Prix de la mise-en-scène di Un Certain Regard nel 2016]

 

 

Per una questione di tempistiche sfortunatamente non siamo riusciti ad assistere alla proiezione del lungometraggio vincitore.

 

Allo stesso modo, guidati dalla volontà di “coprire” la selezione principale di film in corsa per la Palma d’oro, abbiamo colpevolmente tardato nel rendere conto a voi lettori dei lungometraggi di Un Certain Regard che abbiamo avuto il piacere di vedere.

 

Almeno fino ad oggi.

 

Con questo articolo desidero porre l’attenzione su una selezione meravigliosa, spesso foriera di grandi opere e autori: di seguito, in ordine di gradimento personale, la presentazione dei 4 Un Certain Regard che ho visto al 75° Festival di Cannes!

 

Casomai doveste trovare qualcuno di questi titoli nella programmazione cinematografica della vostra città o su un catalogo streaming… saprete a cosa andrete incontro!

 

 

[Kristine Kajuath Thorp in Sick of Myself]

 

Sick of Myself

di Kristoffer Borgli

 

Ultimo nel mio personale indice di gradimento, ma non per questo demeritevole, il secondo lungometraggio di Kristoffer Borgli è la produzione più bislacca del quartetto in oggetto.

 

“In sala stampa il mio film è stato presentato come una ‘quasi commedia’: ecco, io vorrei tranquillizzarvi, questa è una commedia, ve lo confermo.

Una commedia particolare, certo, dove non esistono momenti specifici per ridere: siate liberi, non sentitevi in colpa, ridete quando volete!

L’importante è che lo facciate”.

 

Con queste parole - alla presenza del suo cast e di Thierry Frémaux - il giovane regista norvegese ha presentato il suo ultimo film in Sala Debussy.

 

Tra un ghigno e un applauso avevo già capito dove si stava andando a parare.

La storia di Sick of Myself è sostanzialmente quella di una coppia squinternata.

 

Oslo: Signe e Thomas vivono una relazione tossica, fatta di atteggiamenti assurdi e protagonismi esasperanti. Lui è un artista tra il cialtronesco e il criminale, lei è una cameriera che, a fronte del successo del compagno, comincia a soffrire di disturbo narcisistico di personalità.

 

Per attirare le attenzioni di cui necessita a causa della sua patologia, Signe comincerà a mentire in maniera sistematica e ad assumere farmaci che le causeranno gravi problemi fisici e psicologici.

 

“Come una storia del genere suscitare l’ilarità dello spettatore?”: questa è stata la domanda più gettonata quando ho presentato ad alcuni interlocutori Sick of Myself.

 

Ironizzare sulle storture mentali e culturali dell’essere umano è decisamente una delle cose più ciniche e divertenti che possa fare un autore: Borgli vi riesce in parte, presentando un’opera che non brilla in messa in scena o nella scelta di alcuni suoi interpreti, che si prende qualche pausa di troppo nel ritmo, ma che cova una brillantezza profonda nel suo soggetto.  

 

 

[Situazione ibrida tra presentazione e stand-up comedy: Kristoffer Borgli introduce il suo film al pubblico e a Thierry Frémaux]

 

Rodeo

di Lola Quivoron

 

Altro giro, altro esordio cinematografico. Dalla Norvegia passiamo alla Francia.

 

Julia (un’ottima Julie Ledru) è l’eroina del nostro racconto: motociclista appassionata, ladra di due ruote e membro di una gang alle dipendenze di uno spacciatore che si trova in carcere.

 

La moto è da sempre un simbolo di libertà, cinematograficamente parlando e non (Easy Rider e Come un tuono lo insegnano): in questo aspetto anche Rodeo si iscrive in un discorso articolato su capelli scarmigliati dal vento, ruggiti di motori e alta velocità.

 

Quivoron mette in scena un dramma dalla fotografia morbida, quasi indie, dove la sua protagonista “zendayana” si impone con forza nel mondo degli enduro, dei motard impegnati in “penne” clandestine e dei furti, elementi che, tradizionalmente, sono di pertinenza maschile.

 

Il primo lungometraggio della regista francese dichiara energicamente le proprie idee - visivamente e contenutisticamente debitrici a un certo tipo di Cinema indipendente americano - senza però sorprendere in originalità di scrittura o messa in scena.

 

Come testimonia la Coup De Cœur assegnata dalla giuria del Festival, l’opera prima di Quivoron è dotata di cura formale e una discreta dose di sentimento, tanto da aver fatto sospirare una buona fetta di stampa nostrana e internazionale.

Come avrete intuito non faccio parte della categoria.

 

Ma la ragazza è forte, si farà.

 

 

[Julie Ledru in Rodeo di Lola Quivoron]


Plan 75

di Chie Hayakawa

 

Nato dal segmento di un precedente film corale (Jû-nen: Ten Years Japan) che raccontava il Giappone del futuro immaginato da tre registi, il primo lungometraggio diretto da Chie Hayakawa si posiziona al secondo posto nella mia classifica di gradimento.

 

Immaginando un domani non troppo lontano, Hayakawa scrive e rappresenta sullo schermo un Giappone dove non c’è più spazio per gli anziani: il Governo incentiva il Plan 75, un progetto che invita all’auto-eutanasia i cittadini over 75.

 

La regista di Tokyo articola in suo script rappresentando le storie di una donna anziana che non ha più mezzi di sostentamento e alcuni impiegati del progetto governativo attraverso una regia posata con un respiro tipicamente nipponico.

 

Il film di Hayakawa naviga attraverso alcuni dei temi più delicati della cultura nipponica, l'intolleranza dei giovani verso l'idea di "senilità improduttiva" e il concetto di “utilità comune”, fino alla sovrappolazione del Giappone e la sua intrinseca carenza di lavoro: elementi che creano tensioni, disagi sociali e, tristemente, un ampio numero di suicidi. 

L’unica cosa che resta da fare è guardare a un orizzonte bellissimo, ma senza futuro.

 

Elegante, posato, intenso e acuto: Plan 75 si è conquistato una menzione speciale dalla giuria Camera d'or.

 

 

[Un frame da Plan 75 di Chie Hayakawa, presentato in concorso in Un Certain Regard]

 

War Pony

di Riley Keough e Gina Gammell

 

Al termine della settimana di CineFacts a Cannes - stando alle voci di un insider più che affidabile - War Pony era il principale indiziato per la vittoria di Un Certain Regard. 

Poi è arrivato Les Pires…

 

Il film diretto da Keough e Gammell racconta un segmento di vita di due ragazzini della tribù Lakota, Matho e Bill (uno poco più che bambino, l’altro poco più che adolescente), nella riserva indiana di Pine Ridge.

 

Nel percorso dei due si percepisce il calore delle immagini di Chloé Zhao e la poetica - scevra di retorica e patetismi - della regista cinese.

 

Nonostante la drammaticità senza filtri delle dinamiche rappresentate (si parla di discriminazioni, furti, spaccio di droghe e dinamiche da realtà degradata), War Pony mostra quindi un popolo incastrato in situazioni ingenerose ma dotato di dignità, identità culturale e capacità d’unione di fronte alle difficoltà.

 

 

[Jojo Bapteise Whiting è Bill in War Pony]

 

Toccante e delicato, ma al contempo crudo e impattante, il film d'esordio diretto dalla coppia di registe americane si presenta allo spettatore attraverso una fotografia funzionale e calda come il South Dakota che mette in scena.

 

Keough e Gammell hanno dichiarato alla stampa che War Pony è stato pensato e diretto “non per il pubblico” ma girato in maniera intima, personale e creato quasi appositamente per i membri del cast, per il popolo Lakota e per tutti gli abitanti delle riserve dei nativi americani.

 

I due attori protagonisti, LaDainian Crazy Thunder e Jojo Bapteise Whiting, sono stati semplicemente straordinari durante le riprese dando vita a due personaggi che - visto il loro impatto - probabilmente non si discostano troppo dalle loro personalità o da contesti quotidiani a loro familiari.

 

Mi si conceda la nota personale, permettendomi di confidarvi come le lacrime sui volti emozionati di attori e attrici e gli abbracci fra le due registe e i membri del cast al termine della prima mondiale sono una delle cose più belle che mi porto via da Cannes 75.

 

War Pony si è aggiudicato il premio Camera d'or, riconoscimento per la migliore opera prima di tutto il Festival di Cannes.

 

 

[Le registe e il meraviglioso cast di War Pony]

 

- Sick of Myself, Kristoffer Borgli, 2022

- Rodeo, Lola Quivoron, 2022

- Plan 75, Chie Hayakawa, 2022

- War Pony, Riley Keough e Gina Gammell, 2022

 

Buonanotte, cercatori di pepite cinematografiche

 

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