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I Care a Lot - Recensione: lo specchio nero degli USA di Trump

Guardando I Care a Lot ho provato sensazioni in contrasto fra di loro: da una parte ero soddisfatto a fine visione mentre dall’altra ho avuto l’amaro in bocca per degli aspetti del film diretto da J Blakeson che non mi hanno convinto appieno.

 

La storia è quella di Marla Grayson (Rosamund Pike), una donna che da anni usa la sua posizione di tutrice legale per sfruttare fino alla morte le persone anziane di cui si prende cura.

 

Un giorno però quella che sembra essere l’occasione di una vita diventa un incubo, una strada senza apparente via d’uscita.  

 

[Il trailer di I Care a Lot]

 

 

Uno dei primi aspetti che balza agli occhi di I Care a Lot è la capacità di creare dei personaggi per cui difficilmente si fa il tifo.

 

Marla - Rosamund Pike che torna alla meschinità di Gone Girl - è una donna deplorevole sotto molteplici punti di vista e le persone che la circondano non sono da meno.

Il personaggio che scatena il falling down degli eventi è Dianne Wiest nei panni di un’anziana signora tutt’altro che amorevole e l’antagonista principale - se si può chiamare così - è uno spietato boss della mafia russa - Peter Dinklage in parte, ma nulla di più - con cui è difficile empatizzare.

 

Nel mondo di I Care a Lot non c’è una sola figura che non sia uno squalo, un personaggio corrotto, avido e pronto a tutto pur di sopraffare l’altro.

 

 

[L'avvocato interpretato da Chris Messina, nonostante il poco screen-time, è fra i personaggi più carismatici del film]

 

Alla fine si torna sempre lì: alla nostra natura, al nostro essere in quanto animali.

 

Per Marla la sopravvivenza in questo mondo è determinata dalla scelta tra essere prede o predatori.

 

Lei ha scelto di vivere come una leonessa - ci viene ripetuto più volte durante il film - e per farlo non guarda in faccia nessuno, nemmeno la mafia russa.

 

 

 

 

J Blakeson sceglie quindi attraverso i suoi personaggi di sferrare delle feroci critiche alla sanità, alla giustizia e al sistema capitalistico statunitense.

 

Durante I Care a Lot ci chiediamo più volte se tutto ciò sia possibile anche dopo l’ObamaCare - il titolo da questo punto di vista non è casuale - e se ci siano ancora falle così grandi nel sistema sanitario degli Stati Uniti: purtroppo la risposta è data dallo stesso film.

 

Marla infatti agisce nella - quasi - completa legalità per raggiungere i suoi obiettivi che non giustificano però i mezzi.

 

Il personaggio della Pike, così come quello della sua compagna interpretata da Eiza González, si serve di un sistema di sanità e giustizia tutt’altro che perfetto non per chissà quale scopo benevolo, ma solo per migliorare il proprio stile di vita, per far vedere al mondo che anche lei ce l’ha fatta, che anche lei è riuscita a raggiungere e toccare con mano il sogno americano.

 

Un successo che è specchio degli Stati Uniti, in cui se sfrutti abilmente le carte che hai a disposizione puoi raggiungere qualsiasi posizione sociale, soprattutto - come dice la protagonista - se nel mondo si è nati donna. 

 

[Ottima la colonna sonora di I Care a Lot, composta da Marc Canham]

 

 

In I Care a Lot a tessere le fila del racconto sono quasi tutti personaggi femminili ma - per voler ribadire un concetto che era già esplicito - si è voluto però dal mio punto di vista renderlo eccessivamente didascalico con poche battute che macchiano uno dei punti forza del film. 

 

La voglia di dire che I Care a Lot sia un’opera che mette in contrasto il mondo maschile contro quello femminile è tale che in situazioni che non lo richiedevano ci viene ribadito.

 

In un dialogo nel primo atto il figlio di un’anziana signora truffata da Marla inveisce insultandola e lei risponde:

“Ti brucia perché sono donna?

Ti brucia essere sconfitto da una che ha la vagina? 

Non mi fai più paura solo perché hai un pene.

Sarai anche un uomo ma se ti azzardi ancora a minacciarmi ti afferro l’uccello e le palle e te li stacco di netto.”  

 

Nonostante ciò J Blakeson dirige abilmente il film, mantenendo per quasi due ore un buon ritmo perdendo però la bussola del racconto alla fine del secondo atto.

 

I Care a Lot - dopo l’evento che ci porterà alla resa dei conti finale  - passa da essere una commedia nera a un film d’azione in cui tutto è possibile, dove delle tutrici legali sono in grado di mettere in seria difficoltà dei killer professionisti.

 

 



Una scelta che fa perdere di mordente e che scombussola troppo soprattutto lo sviluppo di alcuni personaggi, oltre a sconfessare ciò che avevamo visto fino a poco tempo prima.

 

Maggiore coraggio da parte del regista sia alla fine del secondo atto sia sul finale avrebbe sicuramente giovato a un film che, forse, diventerà uno degli ultimi ritratti dell’America di Donald Trump

Chi lo ha scritto

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2 commenti

andrea politano

1 mese fa

Non ho colto il collegamento con l'America di Trump

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