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2000-2018: l'evoluzione dei Classici Disney

Avevamo concluso la prima parte dell’articolo (se non l'hai ancora letta, clicca qui) parlando del Rinascimento Disney, la terza era della Walt Disney Animation Studios dopo quella classica coincidente con la vita di papà Walt e quella “minore” immediatamente successiva alla sua morte, che tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 era riuscita a tornare alla ribalta e a mettere a segno un successo dietro l’altro, riacquisendo lo smalto perduto di un tempo e il primato al box office nel campo del cinema d’animazione. 

Questo era stato possibile grazie alla modernizzazione delle storie, all’eccellente qualità del disegno, all’inserimento di azzeccatissimi personaggi secondari comici (quasi tutti animali) e, soprattutto, al riuscito connubio immagini-musica, che rendevano i classici del periodo dei veri e propri musical animati e che avevano portato nelle tasche della major ben undici premi Oscar, nelle categorie di Miglior colonna sonora e Miglior canzone originale. 

 

 

[Elton John e Tim Rice festeggiano la vittoria dell’Oscar come Miglior canzone originale per “Can You Feel the Love Tonight” de Il re leone, edizione 1995]

 

Arriviamo così alle porte del 2000.

 

Se immaginassimo l’intera filmografia dei classici Disney come un parco attrazioni, questa quarta fase storica, che definiremo della sperimentazione e che copre tutta la prima decade del nuovo millennio sarebbe equiparabile alla più impervia delle montagne russe.

Analizzando i film realizzati dal 2000 al 2009, infatti, è facilmente constatabile un’indubbia discontinuità artistica, unitamente alla rottura di schemi storici.

 

In primis, viene meno uno dei più importanti topoi narrativi che era sempre stato al centro dell'intera produzione Disney: la storia d'amore tra il principe e la principessa, tra l’eroe e l’eroina, tra il protagonista e la protagonista.

Viene posta maggiormente l’attenzione sulle storie individuali e si tende dunque a intraprendere percorsi alternativi mai battuti in precedenza, sia nei contenuti che nelle forme.

 

Parlando di forma, non si può non cominciare con il nominare Dinosauri, il primo classico Disney in assoluto a essere realizzato interamente al computer e il secondo, dopo Il re leone, ad avere come protagonisti esseri animali non antropomorfizzati (terzo contando anche Bambi, in cui però la figura dell'uomo non si riduceva a mero contorno, anzi era decisiva nell'indirizzare la narrazione).

Da segnalare la spettacolare sequenza del meteorite, che sembra essere uscita da un film di Terrence Malick.

 

Come non parlare poi de Il pianeta del tesoro, il primo classico Disney fantascientifico, sempre poco citato nei discorsi sui classici.

Prendendo spunto da una storia ultra conosciuta come L'isola del tesoro di Stevenson, i produttori e il regista ebbero la geniale idea di modernizzarla e attualizzarla ai tempi correnti, trasportando trama, personaggi e dinamiche nello spazio profondo, e andando così incontro ai gusti dei millennial, anche grazie a straordinari effetti visivi che abbelliscono oltremodo la già coinvolgente narrazione.

 

E che dire di Atlantis, che ha rinnovato i canoni dell'avventura animata e che ha cercato di rivolgersi anche a un pubblico adulto, attraverso legami con i romanzi di Jules Verne, scene di violenza esplicita e personaggi dalla dubbia integrità morale?

Tra l'altro, nel ricavare la sceneggiatura del film, era stata presa a modello direttamente l’omonima opera di Platone riguardante appunto il mito della città perduta di Atlantide e, al di là delle opinioni che si hanno in merito, è evidente come anche questo film, insieme a Il pianeta del tesoro sopracitato, strizzi l'occhio all'ampia cerchia di appassionati di una certa fantascienza anni ’90; è chiarissima a tal proposito l'influenza che un film come Stargate del 1994 possa aver esercitato sul cartone, basti già solo pensare al protagonista, l’occhialuto Milo, ricreato fisicamente e caratterialmente sul modello del dottor Jackson, interpretato da James Spader nel film di Roland Emmerich.

 

E ancora, le commedie semplici e a basso budget come Lilo & Stitch e Le follie dell'imperatore, entrambe caratterizzate da ambientazioni essenziali, durata limitata e assenza di qualsivoglia tecnicismo formale (a cui al contrario eravamo stati abituati in passato), che registrarono, in particolare, un cambio drastico rispetto al disegno delicato e rassicurante del decennio precedente.

 

E pensare che il primo titolo del periodo sembrava invece porsi in linea diretta con il passato; il riferimento è ovviamente a Fantasia 2000, una specie di remake/spin-off del film originale del 1940, nel quale da una parte si attuava una sorta di adattamento all’epoca coeva (vedi l’episodio delle megattere, di chiaro stampo ambientalista), dall'altra si cercava di conservare lo spirito originario dell’opera, cercando di raccontare le storie dei vari episodi attraverso un calibrato uso della musica classica e ammiccando sia ai nuovi che ai vecchi spettatori (ritroviamo ad esempio il celeberrimo Topolino apprendista stregone).

Fantasia 2000 è in effetti il titolo che più di tutti gli altri simboleggia l’eterogeneità di tale ciclo.

 

Tuttavia, per quanto alcuni fossero davvero meritevoli di lode, i film di questa fase non riuscirono mai in generale a ottenere esiti soddisfacenti al box office e a entrare appieno nella memoria collettiva degli spettatori, soprattutto rispetto alle opere degli appena trascorsi, gloriosi anni ‘90.

Un presagio di quello che sarebbe accaduto per tutto il lustro successivo...

 

Nel 2003, infatti, con l'uscita al cinema del pur lodevole Koda, fratello orso fu ufficiale l'inizio di una nuova fase di crisi per la major, come era già successo nel periodo di transizione quando morì Walt Disney; una crisi economica e di idee.

Titoli mediocri come Mucche alla riscossa, Chicken Little, I Robinson e Bolt non ottennero i risultati sperati, anzi incontrarono lo sfavore di critica e pubblico ed è emblematico come ancora oggi essi vengano considerati come le pecore nere della casa d’animazione o, in casi estremi, risultino addirittura sconosciuti.

 

Storie poco entusiasmanti e personaggi dalla scarsa introspezione psicologica; ed ecco che ci fu, per la seconda volta nella sua storia, un significativo allontanamento anche da parte del pubblico più fedele, che scelse di premiare gli sforzi della nascente casa d'animazione concorrente, la DreamWorks, fondata tra gli altri da Steven Spielberg e, caso vuole, da un ex animatore disneyano, Jeffrey Katzenberg.

E’ curioso, tra l’altro, come l’espressione Rinascimento Disney, che indicava il decennio degli anni ’90, fosse un’espressione coniata proprio dall’animatore Katzenberg, che all’epoca era responsabile della Walt Disney Pictures (e che in seguito diede le proprie dimissioni).

 

Esattamente come durante il "Medioevo Disney" degli anni '70 e '80 giovani e adulti si erano riversati nelle sale per vedere Fievel sbarca in America e Alla ricerca della Valle Incantata, allo stesso modo, a inizio millennio furono i vari Shrek, Madagascar, Kung Fu Panda e Dragon Trainer a macinare una grossa fetta di popolarità e a vincere la sfida a distanza; a questi vanno poi aggiunti validi titoli come L'era glaciale e I Simpson (successoni della 20th Century Fox), i capolavori del cinema nipponico targati Miyazaki, la cui fama aveva varcato l'Europa ed era giunta anche in America (La città incantata venne addirittura premiato con il premio Oscar nel 2003) e altre opere varie, prodotte da case di produzioni minori e/o indipendenti (come il bellissimo Coraline e la porta magica della Laika).

 

In pochi anni, in casa Disney, la divisione Classic divenne il parente brutto, lontano e sfigato della Pixar, che al contrario era meritatamente in ascesa sin dalla fine del secolo grazie a gioielli computerizzati quali Toy Story, Monsters&Co, Alla ricerca di Nemo, Gli Incredibili, Wall•E, Up.

A riprova di ciò, fa riflettere il fatto che ci vollero ben dodici anni prima di vedere trionfare un classico Disney nella categoria di Miglior film d’animazione, istituita dall’Academy nel 2002.

 

Serviva insomma un cambio di rotta immediato, una nuova rivoluzione, che si sarebbe verificata solo a partire dalla stagione 2009-2010…

 

 


Prima di parlare dell’ultima fase, quella contemporanea, urge una precisazione: sono assolutamente consapevole che per poter analizzare al meglio un determinato periodo storico bisognerebbe guardarlo da lontano, solo una volta terminato, anche per poterne cogliere maggiori sfumature e dettagli, come se fosse un campo lungo di Lubezki.

 

Detto ciò, sono comunque ravvisabili alcuni tratti essenziali comuni, che si può dire caratterizzino quest'ultimo ciclo, definito a più riprese di “Restauro”:

 

1) L'influenza della Pixar, sia nella forma che nei contenuti.

Emblematico il fatto che in quasi tutti i film di questo periodo ci sia lo zampino anche di John Lasseter, il direttore creativo della Pixar nonchè naturale erede di Walt Disney, nelle vesti di produttore o produttore esecutivo.

Un tipo di ruolo che da giugno di quest'anno ha cessato di ricoprire, a seguito delle accuse di molestie sessuali che l'hanno costretto ad abbandonare definitivamente l'azienda.

 

2) Una rivoluzione narrativa.

Le storie raccontate sono emotivamente più coinvolgenti rispetto alla fase antecedente e ricche di spunti e riflessioni sulla società odierna; le trame sono ben articolate e dotate di profondi (e nemmeno troppo nascosti) messaggi di fondo: il diritto di essere sé stessi e l’assenza di una distinzione manichea tra buoni e cattivi per natura in Ralph Spaccatutto; il tema del razzismo bianchi/neri e la paura del diverso in Zootropolis; la possibilità di ottenere la vita dei propri sogni malgrado il destino ti abbia dato in mano carte perdenti ne La principessa e il ranocchio, in cui la principessa in questione, tra l'altro, è in assoluto la prima protagonista afroamericana di un classico Disney; il sacrificio in nome dell'amicizia in Big Hero 6; il messaggio ecologista in Oceania (Moana nel titolo originale).

Non c'è più spazio dunque unicamente per le risate, ma anche per momenti di sincera commozione e riflessione; questo attento equilibrio è uno dei principali fattori che hanno consentito il successo degli ultimi film.

 

3) Gli incassi vertiginosi.

Era dai tempi de Il re leone che nella sezione Classic della Disney non si registravano cifre di tale portata; sono addirittura due i film ad aver superato il miliardo di dollari di incasso (senza tener conto dell’inflazione): Frozen e Zootropolis.

Frozen, in particolare, con i suoi 1.276.480.335 $, detiene anche il record di film d'animazione in generale con il più alto incasso della storia del cinema; tale record apparteneva precedentemente a Toy Story 3 della Pixar, uscito nel 2010.

 

4) L'investitura ufficiale da parte dell'establishment americano, attraverso la vittoria dei premi più ambiti.

Negli ultimi anni, infatti, sono arrivati in totale quattro premi Oscar e due Golden Globe; la vittoria del 2015 nella categoria Miglior film d'animazione in particolare fu clamorosa, visto che Big Hero 6 dovette superare la concorrenza dei più quotati Dragon Trainer 2 e The LEGO Movie (io tifavo per il film DreamWorks, ma questa è un'altra storia).

Da segnalare inoltre anche la vittoria dell'Oscar alla Migliore canzone originale da parte di "Let It Go" di Frozen, singolo cantato da Idina Menzel, che il 15 febbraio 2017 ha toccato la soglia di un miliardo di visualizzazioni su YouTube, record assoluto per una canzone di un cartone animato. Tra l’altro, era dall'edizione 1995, con "Can You Feel The Love Tonight” firmata Elton John/Tim Rice, che mancava in bacheca la statuetta di questa categoria.

 

5) Le ambientazioni fantasiose, colorate e variegate.

La New York animalesca di Zootropolis; il regno di ghiaccio di Frozen; la metropoli futuristica di Big Hero 6, un incrocio tra Tokyo e San Francisco; la splendida New Orleans di inizio novecento de La principessa e il ranocchio; la Mitteleuropa, tipica dei fratelli Grimm di Rapunzel; lo sfondo videoludico di Ralph Spaccatutto; l'affascinante continente oceanico di Moana.

 

6) Il fattore duo.

Ritorna con prepotenza il protagonismo della coppia di turno, composta da improbabili colleghi, diversi ma dal cuore generoso, impegnati nel portare a termine la loro missione (un topos da sempre caro alla casa d’animazione): Hiro e Baymax; la coniglietta Judd e la volpe NickFelix Aggiustatutto; e il sergente Tamora; la graziosa Moana/Vaiana e il semidio Maui.

 

7) Il ritorno della "Febbre sequel".

Esattamente come i successi della Rivoluzione Disney avevano convinto i produttori a realizzare i vari Mulan 2, Il re leone 2, Pocahontas 2, ecc., destinati però al solo mercato Home Video, allo stesso modo è stato già messo in cantiere il seguito di Frozen, annunciato per il 2020, si mormora di un secondo episodio di Zootropolis (che per alcune fonti è già in produzione) e si è in attesa dell'uscita di Ralph Spacca Internet, prevista per fine novembre di quest'anno.

A proposito di questo punto, c’è da precisare che la scelta di ricavare sequel dai recenti classici rientra in un piano più generico e strategico della Walt Disney Company, che con la nuova politica aziendale di Bob Iger è decisa a sfruttare al massimo i propri marchi e beni intellettuali, e che ha quindi coinvolto anche le altre divisioni della casa: Lucasfilm, Marvel e, come si è visto negli ultimi anni, anche la Pixar, che ha infatti deciso, dopo la fusione totale con la Disney, di alternare opere originali (Inside Out, Coco) a seguiti di successi precedenti, quali Monsters University, Cars 2 e 3, Alla ricerca di Dory, Gli Incredibili 2 (uscito in Italia proprio in questi giorni) e Toy Story 4 (previsto per il 2020).

 

8) La supremazia della CGI.

Cinque film su sette (gli esclusi sono La principessa e il ranocchio e Winnie the Pooh) sono stati realizzati interamente al computer; dagli anni '90 fino al 2009 era successo solo in altre quattro occasioni.

A tal proposito, è innegabile costatare il miglioramento delle espressioni facciali dei protagonisti e come la grafica eccelsa sia capace di curare anche il più piccolo dei dettagli. Dall'altra parte, è altrettanto legittimo considerare questo ottavo punto come più debole rispetto ai precedenti, vista la larga cerchia di proseliti disneyani che, vuoi o non vuoi, continuano a restare romanticamente legati al disegno tradizionale e ai fogli lucidi del passato.

 

In ogni caso, anche l’ultimo lavoro, Oceania è stato realizzato in tecnica CGI e a giudicare solo dalla precisione con cui i capelli ricci della protagonista vengono increspati dal vento o dall’attenzione rivolta alla realizzazione dei movimenti dell’acqua, è pacifico pensare che questa nuova formula vincente continuerà a essere utilizzata dalla major per diversi classici a venire…

 

 


Da quasi un secolo, i Classici Disney formano l’infanzia di milioni di bambini in tutto il mondo e li accompagnano lungo il loro percorso di crescita, pur senza mai aver nascosto (in modo più o meno velato) un certo rigetto nei confronti del nucleo famigliare tradizionale: Cenerentola che viene cresciuta dalla crudele matrigna; Pinocchio che viene “creato” da Geppetto, che lo cresce come un bimbo in carne e ossa; Aurora che viene cresciuta dalle tre madrine; Dumbo che viene strappato alla madre quando è ancora in fasce; l’orfano Semola de La spada nella roccia, che vede in Merlino la figura paterna che non ha mai avuto; la piccola Penny de Le avventure di Bianca e Bernie che ha trascorso l’infanzia in un orfanotrofio; e ancora, per arrivare ai giorni nostri, Belle e Ariel cresciute solo dai rispettivi padri; il piccolo Simba costretto a vedere in diretta la morte di Mufasa; lo scavezzacollo Jim de Il pianeta del tesoro, cresciuto invece solo con la madre (e abbandonato dal padre); e così via, gli esempi non mancano.

 

E’ sempre stato il sublime paradosso disneyano: film per famiglie, ma senza la famiglia al loro interno.

Questo carattere rivoluzionario e anticonformista (con qualche sporadica eccezione qua e là) è forse uno dei pochi fili rossi che collegano tutti e cinquantasei i lungometraggi classici.

 

Nonostante le crisi e gli stravolgimenti temporali, comunque, la casa di Burbank non ha mai smesso di far sognare intere generazioni, riuscendo a conservare nel tempo il proprio inconfondibile tratto distintivo e a risollevarsi dalle cadute, ogni volta più forte.

 

In un periodo storico in cui lo streaming e il web rendono difficoltoso il lavoro delle case cinematografiche, la Disney è forse quella che più di tutte gode di buona salute; non solo grazie alle azzeccatissime scelte e logiche imprenditoriali del nuovo corso, impersonificato dal già citato CEO Bob Iger, ma soprattutto grazie al continuo impegno messo in campo da animatori e sceneggiatori, nel far sì che le storie raccontate potessero continuare ad andare incontro ai gusti dei più piccoli e allo stesso tempo a strizzare sempre più l’occhio al mondo degli adulti.

A giudicare dal successo strepitoso degli ultimi titoli (Frozen, Zootropolis e Oceania su tutti), appare evidente l’avvio di un ennesimo, prosperoso “New Deal” disneyano.

 

Lunga vita ai Classici.

 

 

Chi lo ha scritto

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92 commenti

Matteo Tocci

1 anno fa

Complimenti Pierluca per la splendida analisi divisa in due articoli. 
Poco da dire sull'ultimo decennio, ogni film sfornato dalla Pixar l'ho adorato alla follia, in particolare "Inside Out", "Coco" (che mi hanno emozionato fino alla commozione) e "Zootropolis", forse un po' più per bambini rispetto ai precedenti nonostante la tematica di fondo importante, tuttavia mi ha divertito tantissimo ed ho apprezzato le numerose citazioni presenti.

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Danilo Canepa

1 anno fa

per me zootropolis è un piccolo gioiellino, un film d'animazione estremamente attuale nelle tematiche trattate e al tempo stesso molto divertente(chiamare flash un bradipo è un ossimoro geniale e spiritoso)

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Tazebao

1 anno fa

Ralph Spaccatutto, per me, dovrebbe essere la linea guida della Disney del futuro. Perfetto in ogni aspetto, rivoluzionario nel vero senso della parola. 
Atlantis, nonostante sia lontano nel tempo l'ultima visione, è stato un cartone per me fondamentale: l'amore e lo studio che riverso sulle antiche civiltà, è un merito che va anche al sognatore e linguista Milo.

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Maria Angelillis

1 anno fa

Sarebbe interessante approfondire lavori forse sottovalutati  dalla critica ma apprezzatissimi dal pubblico come Le follie dell'imperatore, soprattutto riguardo al suo stampo ironico.

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Filippo Soccini

1 anno fa

L'unica cosa che i un po' mi spaventa è che il futuro cinematico della Disney sembri sempre di più puntare su live-action dei classici e personalmente io ne farei anche a meno. Comunque bellissima analisi complimenti😃

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Samantha Mandurino

1 anno fa

Anche la seconda parte dell’articolo è interessantissima come la prima.
Io tra l’altro faccio parte di quella cerchia di romanici legati al vecchio foglio lucido e al classico stile disney. Sicuramente le tecniche al computer sono migliorate e non poco, ma continuerò sempre ad amare il vecchio stile. Anche se ho amato tanto classici come Rapunzel e Oceania... per non parlare di Coco.
Riguardo ai sequel...mmm... non mi hanno quasi mai fatto impazzirre. Pochaontas 2 è stato un trauma, così come La Sirenetta- Ritorno agli abissi. L’unica eccezione forse è stata il Re Leone 2. Quindi ho sinceramente paura del sequel di Frozen

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Luca Rodo

1 anno fa

Lunga vita ai Classici.

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Giorgio Bizzaro

1 anno fa

Solo leggendo "Dinosauri" mi sono venuti i brividi, guardavo così tanto quel film che la cassetta VHS era distrutta, idem per Hercules, accompagnato dal gioco per la Playstation 1 che era una bomba

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Pierluca Parise

1 anno fa

Giorgio Bizzaro
Vero, l’avevo consumato quel gioco. Una vera chicca!

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Il Cionco

1 anno fa

Giorgio Bizzaro
Che bello Hercules per la Play cosa mi hai fatto ricordare!

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