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1937-1999: l'evoluzione dei Classici Disney

I Classici Disney. Un’espressione che si carica di significato, ricordi, malinconia, bellezza.

Dagli anni ‘30, decennio dei primi lungometraggi animati Disney fino ai giorni nostri, l’infanzia di ogni bambino del mondo non poteva dirsi completa senza l’iniziazione al cinema Disney, che nel corso del tempo è diventato sinonimo di cinema d’animazione tout court.

 

 

 

 

Oggigiorno, questo risulterebbe essere un giudizio limitativo e offensivo, sia nei confronti dei capolavori del cinema d’animazione nipponico che si è affermato con prepotenza nell’ultimo trentennio (da Takahata a Miyazaki, passando per Oshii, Otomo e Kon), ma che in un qualche modo, anche per la complessità delle trame si rivolgevano a un certo tipo di pubblico adulto ancora prima che a quello fanciullesco; sia nei confronti della stessa Disney, intesa nella sua accezione più ampia di major tra le più grandi e potenti di sempre.

 

Nel 2018, infatti, i “Classici Disney” costituiscono solo una delle tante divisioni in cui è articolata la Walt Disney Company, multinazionale che è riuscita nel corso degli anni a estendere il proprio raggio d’azione su tutti i campi dell’intrattenimento moderno, dall’animazione digitale ai lungometraggi live action, dai parchi a tema alle emittenti televisive.

 

Ma un tempo, in particolare duranti gli anni di vita del suo fondatore Walter Elias Disney (1901-1966), la sezione dei cosiddetti classici (classici perché ideati, prodotti e distribuiti dalla Walt Disney Feature Animation secondo un canone ufficiale) rappresentava a tutti gli effetti il più grande contributo che fosse mai stato offerto al cinema d’animazione americano e mondiale, nonostante il fenomeno degli “Animated Cartoons” avesse già avuto origine e diffusione sin dai primi anni del XX secolo; basti pensare a celebri personaggi come Popeye e Betty Boop, e ad autori quali McCay e i fratelli Fleischer.

 

Cinquantasei titoli in totale, lungo una linea storica che parte da Biancaneve e i sette nani del 1937 e che arriva fino a Oceania del 2016.

In mezzo, si sono alternate epoche storiche e correnti artistiche, che tanto nel cinema tradizionale quanto in quello d’animazione hanno contribuito a definire pagine importanti della storia della settima arte e che, all’interno della stessa Walt Disney Pictures, hanno reso possibile una chiara demarcazione di diverse fasi creative e una conseguente suddivisione critica in ere.

 

Si possono identificare all’interno della casa di produzione cinque grandi macroaree, cinque periodi storici nell'ambito dei quali i lungometraggi realizzati risultano essere accomunati da specifiche caratteristiche, sia a livello di forma che di contenuto, che hanno sempre reso i classici riconoscibili agli occhi del pubblico e che ancora oggi, a posteriori, fanno sì che essi possano essere ricondotti con una certa facilità alla relativa fase storica di appartenenza.

 

 

 

 

La prima fase del ciclo Disney è per definizione quella classica, la cosiddetta epoca d’oro.

 

Si può far coincidere questo primo periodo con la vita e l’opera di papà Walt, che aveva direttamente prodotto tutti i titoli dal 1937 al 1966 (anno della sua scomparsa), supervisionandone la realizzazione in prima persona.

Da Pinocchio a Cenerentola, da Peter Pan a La bella addormentata nel bosco, da Alice nel paese delle meraviglie a La spada nella roccia, da Dumbo a La carica dei 101, da Bambi a Lilli e il Vagabondo, ognuna di queste opere è dotata di un’aura magica e di un fascino immortale, che avevano permesso a critica e spettatori dell’epoca di indicare nella figura di Walt Disney il più importante cineasta di tutti i tempi nel cinema d’animazione.

 

L’avvento dei classici Disney si inseriva nel più generico quadro del cinema narrativo hollywoodiano, che a quel tempo era già al suo apice; i lungometraggi animati targati Disney avevano quindi come prima esigenza quella di rispettare tutte quelle regole e quegli stilemi, definiti appunto classici, che avevano attirato nelle sale americane spettatori di ogni strato sociale e che costituivano il punto di riferimento per ogni addetto ai lavori.

Così come implicavano, sul piano meramente contenutistico, storie dall’andamento lineare, personaggi squisitamente stereotipati in cui identificarsi (il principe coraggioso, la bella principessa da salvare, un cattivo da sconfiggere) e l’immancabile lieto fine con il trionfo del bene sul male, intesi nella loro accezione più generica, allo stesso modo, sul piano strettamente tecnico, essi cercavano anche di rispettare il cosiddetto decoupage classico, assimilando quindi i principi teorici che governavano ogni aspetto della produzione di un film, dall’uso armonioso delle inquadrature alla regia invisibile, passando per il montaggio analitico.

 

Molte di quelle storie avevano un vero e proprio impianto narrativo fiabesco, in cui l’elemento fantasy, testimoniato dalla presenza di incantesimi, mostri e, soprattutto, di fate e maghi/e (Azzurra in Pinocchio, Smemorina in Cenerentola, Merlino ne La spada nella roccia, Malefica ne La bella addormentata nel bosco, ecc.) ben si sposava con l’esigenza di un buon divertissement infantile, da sempre priorità essenziale nella filosofia disneyana.

 

Nel quadro della Hollywood classica degli anni ’30 e ’40, risulta facile capire come Disney sia stato certamente una delle figure, alla pari di Frank Capra o di Howard Hawks, che più sono riuscite a cogliere e a far loro lo spirito cinematografico del tempo, pur senza mai perdere una certa indole di sperimentazione, non così scontata per l’epoca.

Emblematico a questo proposito è il caso dei cinque film collettivi a tecnica mista realizzati consecutivamente dal ’42 al ’48: Saludos Amigos, I tre caballeros, Musica Maesto, Bongo e i tre avventurieri e Lo scrigno delle sette perle; ma anche (e soprattutto) del precedente Fantasia (1940), straordinario terzo lungometraggio che cercava di unire le idee delle avanguardie europee (tedesche, su tutte) con il modello commerciale made in USA, e in cui la narrazione di ogni singolo episodio era accompagnata da pezzi di musica classica diretti dal maestro d’orchestra Leopold Stokowski.

 

 

 

 

Il cambiamento della società e della cultura americana di inizio anni ’60 si rifletté inevitabilmente anche sul cinema, e la venuta della televisione nel mercato contribuì a far precipitare in una profonda crisi l’intero sistema hollywoodiano, compreso dunque quello d’animazione (che era il riflesso del cinema narrativo classico).

 

Se per la pellicola tradizionale questo significava un’esigenza di un rapido cambiamento, che sarebbe poi stata bene impersonata dalla generazione di nuovi talentuosi registi della New Hollywood, in casa Disney al contrario, complice anche la tragica scomparsa di Walt nel ‘66, le cose andarono diversamente e un processo di rinnovamento faticò a compiersi.

Con l’uscita de Il libro della giungla nel 1967, diciannovesimo lungometraggio che può essere considerato quindi come l’ultimo dei classici in senso stretto, si aprì per la casa d’animazione un difficile periodo di crisi, protrattosi per circa un ventennio.

 

Senza la presenza carismatica di Walt Disney, che aveva indirizzato le scelte e le produzioni della major per tutta la sua esistenza, i nuovi animatori e registi sembravano come sperduti, come un gregge senza pastore.

L'incertezza interna si riverserà sullo scarso rendimento commerciale dei film, che nonostante avessero comunque continuato a far breccia nel cuore dei più piccoli (chi non è affezionato a Robin Hood o a Gli Aristogatti?), risultavano qualitativamente inferiori ai classici dei decenni precedenti.

In particolare, erano la qualità del disegno e la profondità delle storie a risultare ridimensionate, palesemente lontane dai fasti del passato.

 

Questa fase storica viene oggi definita “Medioevo Disney”.

 

Fu un periodo di transizione difficilmente inquadrabile, che registrò in primis un netto allontanamento degli spettatori, i quali iniziarono a rivolgere la propria attenzione ad altri celebri film d’animazione dell’epoca.

Le vicissitudini della casa di Burbank, infatti, si intrecciavano in quel periodo con il lavoro di Don Bluth, assistente e aiuto animatore della Disney a inizio carriera, regista e produttore indipendente nei decenni a seguire. Negli anni ’80 girò i suoi due film più famosi con la Sullivan Bluth Studios (fondata insieme all’amico Gary Goldman), destinati a riscuotere maggior successo rispetto ai coevi classici Disney: Fievel sbarca in America e Alla ricerca della valle incantata.

Il secondo titolo, in particolare, fu un successo strepitoso sia di pubblico che di critica, nel vecchio come nel nuovo continente, al punto da generare una miriade di sequel e spin-off, una cosa mai vista nel cinema d’animazione fino a quel momento; basti pensare che al suo debutto nel 1988, il film di Bluth incassò al botteghino nordamericano una cifra record di 7.526.025$, contro i 4.022.752$ di Oliver&Company, ventisettesimo classico uscito al cinema nello stesso anno.

 

Fu certamente uno dei punti più bassi di tutta la storia della compagnia, ben testimoniato appunto dal sorprendente sorpasso che la casa di Burbank dovette subire nel circuito cinematografico prima, e nel mercato Home Video poi. 

 

La debacle servì da scossa decisiva, che fece risvegliare i produttori dal loro torpore creativo e ritrovare lo smalto perduto di un tempo; fu proprio Oliver&Company il titolo che in un certo senso sancì la fine di questo secondo periodo e che allo stesso tempo funse da punto di partenza per il successivo, soprattutto grazie alla sua inusuale abbondanza di pezzi cantati, che gli fece comunque attirare critiche positive.

 

Ritengo la definizione di "Medioevo Disney" pienamente appropriata, soprattutto per la visione che si ha oggi del medioevo inteso come periodo della storia dell’uomo. Fu certamente un'epoca funestata da guerre, epidemie, carestie, peste bubbonica, ma anche un momento di profondo cambiamento e rinnovamento sul piano artistico e culturale, che avrebbe preparato il terreno per il magnifico Rinascimento (e tutto ciò che ne è conseguito).

Anche per questo oggi, riflettendo sulla fase Disney in questione, molti spettatori non riescono comunque a disdegnare i titoli che ne hanno fatto parte.

E in effetti, analizzando questo periodo con gli occhi del nuovo secolo, si sente comunque l’esigenza di una rivalutazione, dettata più che altro dall’affetto che lo spettatore degli anni ’80 e ’90 ha continuato imperterrito a nutrire nei confronti di questi titoli.

 

Dovendo avere invece uno sguardo prettamente critico, la sensazione è che la pur innegabile bellezza di singoli e precisi momenti delle pellicole, come ad esempio la separazione della piccola volpe Red dalla sua anziana padrona in Red&Toby, che resta uno dei momenti più toccanti, dunque emotivamente più efficaci nella storia dei classici, o lo scontro finale all’interno del Big Ben tra Basil e il malvagio Rattigan, che è certamente degno di un moderno film d’azione, sia per spettacolarità che per ambientazione, non riesca comunque a garantire nel loro insieme un livello qualitativo ottimale in confronto ai classici del periodo precedente.

Titoli deboli quali Taron e la pentola magica e Le avventure di Winnie the Pooh non riuscirono mai a far pienamente breccia nei cuori degli spettatori; e furono per questo dimenticati in fretta.

Detto ciò, nulla vieta che possano comunque essere apprezzati nella loro interezza, anche grazie a un certo fascino vintage che essi conservano.

 

Oggi si tende ad essere benevoli nei loro confronti e a considerare il periodo in questione come intermezzo, piuttosto che come una crisi di idee vera e propria.

Questo è stato possibile anche grazie al giudizio dei millennial, la cui collezione di VHS non ha mai conosciuto discriminazioni temporali.

 

 

 

 

Si tende a far terminare questo periodo nel 1989, con l’uscita al cinema del grande successo de La sirenetta.

Se il periodo precedente era stato ribattezzato “Medioevo Disney”, questo ha segnato a buon merito il Rinascimento della casa d'animazione, dopo le apnee e gli smarrimenti dei decenni bui '70 e '80.

I produttori hanno capito che serviva un cambio di strategia, una svolta radicale sia nelle forme che nei contenuti, per poter riportare in sala gli spettatori e riappropriarsi di nuovo di quella magica aura nella quale la major era stata avvolta per tutti i suoi primi trent'anni di vita.

 

Tre le mosse vincenti che hanno ridato linfa vitale, si segnalano:

 

1) Le canzoni e il soundtrack. Credo che nessuno si possa scandalizzare se questi film venissero definiti come dei musical animati; una media di cinque-sei canzoni per titolo, che diventano quindi parte attiva della narrazione e non fungono solo da semplice cornice. Un ritorno alle origini, per certi aspetti, perchè c'è da precisare che anche i pezzi musicali di Cenerentola o Biancaneve erano rimasti impressi nella mente, ma è indubbio che qui il passaggio avvenga in un modo ancora più esasperato.

Vennero chiamati autentici giganti del mestiere a comporre musica e testi, da Elton John a Phil Collins, passando per Hans Zimmer, Alan Menken e Tim Rice. La scelta venne premiata: oltre venti nomination totali all'Oscar in dieci anni e ben undici statuette conquistate, contando appunto le categorie di Miglior canzone originale e Miglior colonna sonora; l'unico Oscar vinto in carriera da Hans Zimmer fu proprio quello del 1995 per Il Re Leone, ad esempio. 

 

2) Una nuova generazione di talentuosi registi/animatori, tra i quali spiccano gli eclettici e prolifici Ron Clements e John Musker, che resero il disegno meno spigoloso rispetto al passato e maggiormente riconoscibile.

 

3) Nel mettere a punto le sceneggiature, l'aver preso a modello celebri opere preesistenti, conosciute e già apprezzate da una moltitudine di appassionati in tutto il mondo: dalle fiabe di Andersen al mito di Ercole, dalle novelle de Le mille e una notte al ciclo di romanzi di Tarzan, passando per il Notre-Dame de Paris di Victor Hugo.

 

4) L'aver dato vita a splendidi personaggi secondari, usati come spalle comiche ed entrati nella memoria collettiva, in alcuni casi anche in maggior misura rispetto ai protagonisti veri e propri: Lumière, il Genio, Mushu, Sebastian, Filottete, Timon&Pumba.

 

5) L'universalizzazione e la modernizzazione delle storie: un eroe arabo in Aladdin; una eroina cinese in Mulan, la prima principessa Disney a non essere "salvata" dal principe azzurro di turno (anzi, avviene l’esatto contrario); gli animali non antropomorfizzati protagonisti assoluti per la prima volta, ne Il Re Leone (Bambi non fa testo, visto che in quel caso l'uomo, pur non mostrandosi in modo esplicito, era una presenza decisiva che influenzava comunque la narrazione); una guerriera nativa pellerossa in Pocahontas, primo film che vede personaggi di colore tra i protagonisti.

 

Le risposte di pubblico e critica furono entusiasmanti, in poco tempo la Disney si era ripresa lo scettro di major dominante nel cinema d’animazione.

 

L’incredibile successo del Rinascimento è testimoniato da due eventi in particolare: la nomina all’Oscar per il Miglior film de La bella e la bestia all’edizione 1992, primo lungometraggio d’animazione della storia a riuscire nell’intento; e il record d'incassi vicino al miliardo di dollari per Il re leone, che divenne (e lo è tuttora) il film d’animazione tradizionale di maggior successo economico di sempre.

 

Furono dieci anni incredibili: per coloro nati tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, titoli quali Aladdin, Il re leone, La sirenetta, Hercules, Il gobbo di Notre Dame o La bella e la bestia furono immediatamente riconosciuti come fondamentali per la corretta formazione cinefila di ogni bambino.

I progressi tecnologici, inoltre, permisero la realizzazione di alcune straordinarie scene d’azione, impossibili da realizzare fino a qualche decennio prima; esemplare il caso di Mulan, la cui battaglia sulla neve resta una delle sequenze d’animazione più spettacolari del decennio, o di Tarzan, per cui l’animatore ricreò al computer le acrobazie di un noto snowborder freestyle per ricreare quelli stessi movimenti che l’uomo delle scimmie avrebbe compiuto sugli alberi e tra le liane.

Fu proprio Tarzan nel 1999 il titolo fanalino di coda che chiuse trionfalmente il decennio.

 

Dall’uscita successiva, la Disney sarebbe stata costretta a rimettersi totalmente in gioco…

 

 

 


*** Per leggere la seconda parte dell’articolo, clicca qui ***

Chi lo ha scritto

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109 commenti

Matteo Tocci

1 anno fa

Bellissimo articolo! 
Tra i motivi elencati del Rinascimento disneyano ritengo il salto di qualità nelle musiche e nelle canzoni il più significativo. 
Nonostante sia nato nei primi anni '90 e dunque cresciuto parallelamente al terzo periodo, il mio cuore appartiene ai primi classici, difatti i miei tre Disney preferiti ad oggi sono ancora "Pinocchio", "Dumbo" e "Fantasia". Per quanto riguarda invece la fase del Medioevo, fatta eccezione per "Basil l'investigatopo", nessun film mi ha mai fatto impazzire, e mi ha incuriosito il fatto che, a fine lettura, mi sia reso conto che appartenessero ad un periodo storico preciso della compagnia.

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sharon_holmes

1 anno fa

Secondo me sono proprio le colonne sonore e la musica in generale ad aver fatto la differenza rispetto agli altri film d'animazione

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Tazebao

1 anno fa

Un articolo unico e meraviglioso che amo rileggere. Un résumé condito alla perfezione da ottime analisi. 
Attenzione!
Il commento che segue è, ahimè, di parte!
Sono lontano anni luce dal mondo Disney o per meglio dire dal mondo dei classici Disney (questa distinzione risulterà fondamentale alla fine del commento). 
Dei periodi esaminati trovo unico, fondamentale, innovatore e ricco di ispirazione solo lo spezzone che annovera opere del calibro di Mulan, Aladdin, Pocahontas etc. Credo che questo ricco periodo sia l'unica vera e grande rivoluzione nel mondo Disney. Donne indipendenti, sangue, vero dolore, emarginazione sociale ecc. sono temi, soggetti e situazioni che hanno reso immortali opere come queste; così come credo che siano fin troppo mortali i film della nuova generazione Disney definiti impropriamente da critica e pubblico "rivoluzionari". 
Il periodo degli inizi non mi ha mai entusiasmato: oggettivamente e soggettivamente parlando. Pur peccando di partigianeria, trovo che il lavoro condotto dai Fleischer Studios o dalla Warner  non sia inferiore al lavoro svolto dalla Disney. L'unica realtà degli inizi che trovo geniale, piena zeppa di invenzioni, una fonte inesauribile di materia creativa sono i capolavori dei corti animati Disney. Insomma: esiste qualcosa di più geniale della serie Mickey Mouse o di quella di Donald Duck o di Pippo? Ancora oggi li riguardo con amore, ancora oggi sono qualcosa di inarrivabile. Ancora oggi mi chiedo perché non distruggiamo - simbolicamente parlando - i classici Disney e innalziamo sull'Olimpo dell'animazione questi corti?

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Maria Angelillis

1 anno fa

L'inserimento dei personaggi comici si è rivelato a mio avviso una mossa vincente! Presente ancora adesso anche nei titoli più recenti (chi non ama il polletto idiota di Oceania? 😂)

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Marta Fancello

1 anno fa

Bellissimo articolo! Tutti i cartoni Disney, compreso l'inquietante Taron e la pentola magica, mi hanno fatto sognare da bambina e continuano a farlo oggi! Curiosissima di leggere la seconda parte 😊

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Vi.

1 anno fa

Articolo stupendo! Devo leggere la seconda parte! La Disney ha fatto e continua a far sognare, naturalmente cambiano le morali dei film ma penso che questo sia il progresso e il bisogno di adattarsi ai tempi moderni! Lo scopo finale resta sempre quello di aiutarci a crescere con dei sani principi 😊

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Dav 9000

1 anno fa

Non esisterà mai nulla di così emozionante e, allo stesso tempo, così classico. Walt Disney va messo di diritto tra i più grandi ideatori della storia.

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Alessandro Davani

1 anno fa

Praticamente qua si parla di una grossa fetta della mia vita. Ci sono cresciuto e tutt'ora non riesco a fare a meno dei Classici Disney.

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Sam_swarley

1 anno fa

Non posso commentare, son troppo di parte 😊 siamo cresciuti con i vhs della disney, inattaccabili

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Jambo

1 anno fa

Credo che alla Disney, dopo la morte del Genio signor Disney, si siano voluti allontanare dall'infantilità paradisiaca disneyana classica, per potersi concentrare anche su temi al di fuori della storia, come uguaglianza tra i popoli e tra i sessi, e poi anche qualche "gag" che intrattenesse anche i genitori che accompagnavano i propri pargoli, producendo scene che potessero piacere e divertire più generazioni. Scelta a mio parere più che azzeccata.

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