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Consigli cinematografici - Ovvero: come non ho imparato a non preoccuparmi di non sapere come renderli efficaci

Amanti di Cinema, con il crescere della nostra passione cominciamo a sperimentare la spiacevole sensazione di non sapere più bastarsi (cinematograficamente parlando).

 

La condivisione per alcuni di noi è alla base della fruizione cinematografica stessa.

Non parlo della comunicazione istantanea dell’atto della visione (il “sto guardando X” pubblicato sui social network), né necessariamente dello scambio di opinioni sul prodotto dopo la visione.

 

Parlo semplicemente della volontà di condivisione dello stesso oggetto filmico con persone di solito scelte istantaneamente al termine: alle quali si pensa per associazione alle tematiche di cui si è stati spettatori.

Quello che si desidera è di procurare piacere all’altra persona sapendola in prospettiva di fronte a un’esperienza che abbiamo già vissuto e di cui pensiamo di prevedere le reazioni cognitivo-emozionali.

 

Vedere molti film significa entrare in contatto continuamente con decine di argomenti di carattere generale, più o meno associabili alle relazioni più disparate che si possiede.

È quasi inevitabile non riuscire a tenere per sé un oggetto responsabile della propria gioia, ma che si sa essere di dominio pubblico.

 

Sorge allora un problema: come convincere un altro a fidarsi di noi?

Come essere persuasivi al punto di far sì che affidi a noi una presunta promessa di felicità?

C’è forse qualcosa di più invasivo, rapportato alla frequenza con cui questa richiesta viene attuata?

 

Dopotutto parliamo di ore di tempo da dedicare al nostro consiglio, non di uno sguardo a un’istantanea o ai pochi minuti che richiede l’ascolto di una canzone.

 

Talvolta quando inconsciamente questi pensieri ribollono accade che si cerchi di agevolare la fruizione al destinatario indicandogli i mezzi per un reperimento rapido dell’oggetto consigliato (“Lo trovi su...”, “Se vuoi te lo posso prestare...”).

 

Ad agevolare questi rapporti, da un lato c’è l'affinità fra le parti, e dall’altra il principio di autorità:

1) L’idea che la persona che ci indica come usare il nostro tempo “per il nostro bene” sia una persona che ci conosca abbastanza - per cui la frase “sono sicuro che ti piacerà” abbia effettivamente qualche possibilità di suonare verosimile - è di solito una prima condizione necessaria a far sì che questo atto di affidamento si possa effettivamente compiere;

 

2) Una condizione sufficiente è che la persona che dà il consiglio sia riconoscibile da chi ascolta come un’autorità in quel campo.

Una certa stima di fondo sembra essere la condizione necessaria e sufficiente. 

 

Altre volte è sufficiente l’attrazione verso chi ci dà il consiglio - il proverbiale “pendere dalle sue labbra” - a portarci a visionare una pellicola consigliataci da quella persona, pressoché aprioristicamente.

 

Più spesso invece il consiglio viene recepito e dimenticato a una velocità che rasenta la simultaneità.

 

Ogni volta che scrivo è perché ho un problema.

E scrivo tutto questo perché ho questo problema.

 

È evidente che faccia parte della schiera di cinefili quasi quotidianamente assillati dalla necessità di scegliere con cura le parole per persuadere l’interlocutore a fidarci di noi e usare il suo tempo “sulla nostra parola”.

 

Tentando di arginare la questione analiticamente individuerò ora una scala di gradi di difficoltà nel convincimento, direttamente proporzionale al crescere del proprio dispiacere; scala che stenderò in prima persona per agevolare il senso di immedesimazione. 

 

1°) La persona che mi sta ascoltando è obbligata a farlo o pende dalle mie labbra: come risultato il film che le consiglio sarà visto entro le successive 24 ore con commento ricco di particolari in calce (e così io di rimando se interessato);

 

2°) L'individuo che mi ascolta è un cinefilo che ha perfettamente idea del film del quale gli sto parlando: non si scorderà nessun dettaglio del mio consiglio, perché già voleva vedere da tempo il film in questione e con il mio suggerimento accelererà la visione.

 

“È un po’ che ci giro intorno”, dirà.

Il fatto che mi contatterà con un commento sul film a visione terminata è implicito nella definizione di cinefilo;

 

3°) La persona a cui consiglio il film è cinefila, sa qual è il film di cui gli sto parlando ma non pensava di vederlo in quel periodo.

Però, assicura, lo aveva nella fantomatica watchlist da sempre (così di solito si dice).

 

Lasciamo ora la placida baia dell’amicizia fra cinefili e cominciamo ad accusare i primi colpi da frustrazione che compaiono quando la persona alla quale si consiglia un film lo guarda per puro piacere personale, senza avere alcun interesse per l'attenzione ai dettagli tecnici né tantomeno per la collocazione del film all’interno della Storia del Cinema.

 

È doveroso rilevare che in queste circostanze è del tutto plausibile non ricevere alcun commento post-visione, se non espressamente richiesto, e anche allora è raro che questo si avventuri oltre all’aggettivo affermato o negato “bello”; ma in questo, va detto, non vi è alcuna malizia.

 

4°) Quello che la suddetta persona farà o non farà, facendomi sentire sempre più demoralizzato, è in sequenza:

 

 4a) Segna subito il film del quale sto parlando sul blocco note del cellulare;

 4b) Mi chiede a fine conversazione di ripetere il titolo del film e/o lo ripete a voce alta;

 4c) Non mi richiede come si intitola il film, ma mi ascolta.

 

Passiamo al campo delle conoscenze, o delle amicizie acerbe o delle relazioni univoche (dal nostro senso, naturalmente)

 

5°) Non ascolta. (Dovrebbe?);

 

6°) La persona a cui consiglio il film mi piace, non è cinefila, non mi ascolta mentre parlo.

 

* non esiste un 7° grado di dispiacere.

 

Naturalmente i toni che ho utilizzato sono profondamente autoironici, tuttavia il problema della totale assenza di meriti autoevidenti quando si tratta di richiedere l’attenzione prolungata degli altri su di un proprio invito è un tema che ritengo cruciale in questo e altri contesti.

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