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Mank - Recensione: dalla Golden Age al presente in un ciak

C'era una volta David Fincher, feticcio dei cinefili alle prime armi di tutto il mondo, icona del Cinema americano in bilico tra il mainstream e autorialità; con il rischio di venire imprigionato nella sua paternità di Fight Club, David Fincher si è liberato di pellicola in pellicola dell'insormontabile peso del cult fino ad approdare ai lidi di Netflix prima con la serie TV Mindhunter e poi con Mank, basato su una sceneggiatura ideata negli anni '90 da Jack Fincher, il padre defunto del regista.

 

C'era una volta ancora più lontano nel tempo Orson Welles, l'enfant prodige del Cinema americano, il ventiquattrenne con lo sguardo serioso e le idee chiare.

 

Il suo destino sarebbe stato quello di cambiare la Storia del Cinema e dello storytelling, dirigendo Quarto Potere (1941), in barba a qualsiasi dissenso e dissacrando tutti i simulacri del sogno americano.

 

Dietro però la celeberrima pellicola di questo giovane, determinato e vittorioso ribelle c'è la mano sapiente di uno sceneggiatore bizzarro: Herman J. Mankiewicz, il nostro Mank, interpretato da Gary Oldman.

 

[Il trailer di Mank di David Fincher]

 

 

C'era una volta, e ci sarà sempre, il Cinema americano, l'industria brulicante, gli sceneggiatori e le dive, il martellante ritmo di lavoro negli studios, i giorni contati, il capitalismo che divora e sputa autori, produce e spreca milioni, per poi reinvestirli e sprecarli ancora. 

 

Il Cinema è una macchina che si va ad arricchire di nuovi mezzi e tecnologie, metodi e tecnica e David Fincher dimostra di saperne trarre il massimo rendimento: l'elegante bianco e nero di Mank pare quello di un film restaurato, più che di un'opera in digitale del 2020, allo stesso modo il sonoro, a volte lontano e sibillino, rievoca i film della Golden Age

 

La colonna sonora curata da Trent Reznor - leader dei Nine Inch Nails e collaboratore di Fincher dai tempi di The Social Network (2010) - e Atticus Ross potrebbe essere stata composta direttamente dal genio di Bernard Hermann e gli effetti in post produzione che simulano l'effetto della pellicola fanno da macchina del tempo per lo spettatore.

 

La messinscena del passato in Mank non sembra mai forzata, è sempre credibile e, lasciandosi andare, alla fine del film si faticherà persino a pensare di avere assistito a un'opera contemporanea.

 

 

[Gary Oldman è Herman J. Mankiewicz]

 

Eppure Mank è proprio un film contemporaneo; se il Cinema è connubio di arti, Fincher dirige tutti gli elementi con maestria e sapienza, sfruttando il citazionismo spintissimo di matrice post-moderna per raccontare una storia che, ancora una volta, può avere più piani di lettura. 

 

Da un certo punto di vista Mank si presta a stimolare e a provocare i cinefili più incalliti: sullo schermo si susseguono uno dopo l'altro divi e leggende dell'industria hollywoodiana e riconoscerli diventa quasi un gioco, con un tripudio di easter egg per appassionati, tra celebrità e impresari che orbitavano intorno all'universo della Metro Goldwyn Mayer

 

D'altra parte Mank può essere visto anche con un occhio meno esperto, diventando un godibile viaggio all'interno di un mondo passato e sconosciuto, tramite gli occhi di Herman J. Mankiewicz detto Mank, un uomo istrionico, senza peli sulla lingua, dal talento innegabile che lo ha tenuto appeso per anni nel mondo fumoso delle stanze degli studios, nonostante il suo sarcasmo e le sue posizioni anticonvenzionali. 

 

 

[Lily Collins e Gary Oldman]

 

Mank era giornalista e critico cinematografico, trasferitosi da New York a Los Angeles per intraprendere una gloriosa carriera da sceneggiatore, spesso però oscurata sia dal suo temperamento imprevedibile sia dai problemi di gioco d'azzardo e di alcolismo.

 

Mank scrive la colossale e innovativa sceneggiatura di Quarto Potere firmando con Orson Welles un contratto che non prevedeva la sua firma.

 

Il film non si concentra però sul rapporto tra i due se non verso la fine e la figura del giovane Orson è per la maggior parte del film un'ombra di pura ambizione e testardaggine; piuttosto vediamo come il protagonista interagisce con tutti i personaggi secondari e riporta le sue esperienze personali nel prodotto finale. 

 

Mank è supportato dalla pazienza di tre donne: la paziente - e povera, come la definisce anche il suo stesso marito - moglie Sara (Tuppence Middleton), l'esperta dattilografa Rita Alexander (Lily Collins) e un'infermiera tedesca.

Per scrivere dei personaggi di Charles Foster Kane e Susan Alexander lo sceneggiatore si ispira al magnate dell'editoria William Randolph Hearst (Charles Dance) e alla giovane compagna e attrice Marion Davies (Amanda Seyfried): con quest'ultima in particolare instaura un sincero rapporto di confidenza.

 

Marion rivela la sua personalità arguta e malinconica dietro il velo della mondanità, della superficialità e della raccomandazione.

 

Ne viene fuori il ritratto di una donna giovane e bella incasellata in un ruolo prestabilito e al quale sembra essere rassegnata. 

 

 

[Amanda Seyfried e Gary Oldman]

 

Uno dei temi più interessanti e più attuali in Mank è il rapporto tra il Cinema e il Potere: la fabbrica dei sogni diventa fabbrica di propaganda e i cinegiornali diffondono false notizie per favorire il candidato repubblicano a discapito del suo avversario socialista continuamente callunniato.

 

"Puoi fare tutto se hai il potere di far credere che King Kong è alto dici piani o che Mary Pickford è vergine a 40 anni", dice infatti Herman a Louis B. Mayer (Arliss Howard), dispotico boss della major. 

 

Nonostante cambino i formati e il mezzo audio-visivo si sia evoluto ben sappiamo che i video rimangono il più potente mezzo per diffondere un messaggio e ad oggi questa caratteristica è sicuramente amplificata dalla viralità; se da un lato il Cinema, soprattutto quello di intrattenimento, carica sulle proprie spalle la responsabilità di trasmettere messaggi positivi di accettazione, dall'altro i video sopratutto tramite i social network diventano la prima arma di trasmissione di fake news.

 

Nella sostanza cambia ben poco nella fruizione popolare tra il cinegiornale e le clip di sedicenti luminari dai curriculum introvabili e, in entrambi i casi, la contraffazione delle informazioni è oro colato per la manipolazione delle masse.

 

Se un giorno le news ci arriveranno tramite ologrammi proiettati dai nostri smartphone, anche allora non cambierà nulla. 

 

Il mondo intorno a Mank è sconfitto e disilluso da questo sistema, tutti sembrano adattarsi placidamente alle trasformazioni del mondo dell'intrattenimento, cercando maniacalmente di portare un pubblico al cinema a discapito anche della qualità del prodotto finale. 

 

Seppure i rapporti tra il protagonista e Orson Welles siano tutto sommato più che freddi i due sono gli unici a credere di poter portare in sala un'opera complessa e stratificata.  

 

 

[Orson Welles interpretato da Tom Burke]

 

Anche qui risulta semplice il parallelismo con l'attualità: in un periodo storico come il nostro, economicamente complesso e paragonabile a quello della Grande Depressione in cui la forbice sociale diventa sempre più larga, in un momento in cui l'industria dell'intrattenimento ha subìto un freno a causa della pandemia, il discorso sull'attrazione del pubblico è una lama a doppio taglio di cui spesso i grandi studios e le grandi compagnie di streaming hanno in mano il manico. 

 

Paradossalmente David Fincher non ha paura di dirigere un'opera a primo acchito poco appetibile al grande pubblico generalista: il bianco e nero, la fascinazione verso gli stilemi del Cinema classico e le sue figure importanti, lo stretto collegamento tra Mank e Quarto Potere, ma anche la critica pungente nei riguardi di un sistema le cui meschinerie ancora attuali nascono dalle origini; tutto ciò può sembrare complesso, ma il ritmo del film è sempre leggero, cadenzato, appetibile.

 

Per quanto ci si trovi di fronte a un biopic, genere che si presta spesso e volentieri a un approccio documentaristico e didascalico, gli avvenimenti in Mank non sono un segmento che va da un punto A a un punto B, ma anzi si intersecano fra loro, contribuendo a fornirci uno spaccato intimo dell'uomo Herman e del dolore che permea sia il suo rapporto con il contesto socio-politico, sia quello autodistruttivo rivolto verso se stesso. 

 

D'altronde, come ci dice lo stesso protagonista, "Non si può restituire l’intera vita di un uomo in due ore, ma solo provare a darne un’impressione."

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1 commento

Matteo G

9 giorni fa

E' un film che non ho visto ma la recensione mi intriga .Complimenti

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