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Mi chiamo Francesco Totti - Recensione: tanto calcio, poca anima

Alla Festa del Cinema di Roma è stato presentato Mi chiamo Francesco Totti, il nuovo documentario di Alex Infascelli.

 

Al centro di uno Stadio Olimpico vuoto, silenzioso e al buio, c'è un uomo con il cappuccio della felpa tirato su e lo sguardo rivolto all'orizzonte.

È Francesco Totti.

Un calciatore che quello stesso stadio ha fatto gioire, palpitare e piangere.

 

Si apre così Mi chiamo Francesco Totti, il documentario firmato da Alex Infascelli e presentato alla Festa del Cinema di Roma nella sezione 'Eventi'.

 

Un omaggio all'icona della Roma, attraverso le immagini di 25 anni di carriera, dal debutto sui campi di Pozzolana all'addio al calcio nel 2017. 

 

[Trailer di Mi chiamo Francesco Totti]

 

 

Ecco.

La recensione sul nuovo film del cineasta romano potrebbe terminare anche qui.

 

Perché Mi chiamo Francesco Totti è la pura cronistoria di uno dei più grandi calciatori di sempre, scandita dalle immagini di archivio della sua carriera commentate dallo stesso ex numero 10 giallorosso, senza interviste o interventi di altre persone.

 

Niente a che vedere con il precedente S is for Stanley - Trent'anni dietro al volante per Stanley Kubrick, che valse al regista il David di Donatello 2016 come Miglior Documentario. 

 

 

[Francesco Totti in un Olimpico vuoto e al buio]

 

 

Mi chiamo Francesco Totti, che sarà nelle sale esclusivamente dal 19 al 21 ottobre, è un omaggio fin troppo spassionato e personale da parte di Infascelli, che si lascia andare a mio avviso troppo al tifo, dimenticando narrazione e struttura drammatica di un film (purtroppo) senza trasporto. 

 

E lo scrivo da romanista, sia chiaro.

Ed è proprio questo aspetto a farmi riflettere maggiormente.

Più volte, durante la proiezione, mi sono chiesto cosa potesse provare uno spettatore con una passione calcistica diversa da quella giallorossa o, addirittura, uno che con il calcio non abbia niente a che fare.

 

È evidente che il pubblico al quale si rivolge Infascelli sia dichiaratamente romanista, ma - sinceramente - mi aspettavo qualcosa di più "universale".

Mi aspettavo più Cinema e meno Curva Sud.

 

Perché il documentario emoziona chi già si è emozionato con l'ex capitano. Finisce per essere ridondante, senza anima.

Ecco: a questo film manca l'anima.

 

Soprattutto nei momenti in cui ci si aspetta qualcosa di inedito. Le immagini sono quasi tutte esclusivamente di archivio, a parte una ricostruzione di Totti da piccolo o un paio di inquadrature di amici e famiglia.

 

 

[Una suggestiva inquadratura di Mi chiamo Francesco Totti]

 

 

Paga, nel giudizio globale, anche la parte di scrittura del documentario.

 

La voce narrante di Totti riempie tutti i 106 minuti della pellicola, ma funziona quando l'indole ironica ha il sopravvento e stenta quando invece il copione si fa drammatico, serio, non adatto a lui.

 

L'impressione, poi, è che il regista di Mi chiamo Francesco Totti abbia avuto poco tempo a disposizione da passare insieme con il campione giallorosso, il che si risolve in un semplice almanacco visivo adatto a più a uno speciale televisivo che alla proiezione in sala. 

 

Ah, quasi dimenticavo.

Imperdonabile, nella ricostruzione della vittoria dei Mondiali di Calcio 2006, l'aver portato sullo schermo solo il secondo gol di Alessandro Del Piero nella semifinale contro la Germania e non il primo, quello di Fabio Grosso, il cui urlo resterà per sempre il simbolo del quarto titolo iridato azzurro. 

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