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Vertigo - Recensione: essere donna in Sud Corea - FEFF2020

La protagonista indiscussa di Vertigo - quarto lungometraggio del regista sudcoreano Jeon Gye-soo - è Seo-young, progettista che lotta per avere il rinnovo di contratto nella sua azienda che opera in un grattacielo nel centro di Seul.

 

 

La trentenne è bellissima, talentuosa e con una carriera promettente davanti. Ma non è tutto oro quel che luccica: la giovane si muove infatti in un contesto sociale fatto di apparenza e menzogne, dove classismo e sessismo sono subdolamente radicati nell'universo lavorativo e nelle dinamiche che regolano i rapporti fra le persone.

Col passare del tempo, scopriremo che la graphic designer soffre di acufene, vertigini ed emicranie derivati dalla rottura del timpano causatagli dalle violenze subite dal padre che non vede da tempo; la madre che vive a Busan ha un rapporto sentimentale fallimentare con un approfittatore mentre anche lei, a sua volta, cerca sistematicamente di rivalersi sulla figlia.

 

Come se ciò non bastasse, Seo-young cerca conforto e amore dalla sua relazione con il capo Lee (Yoo Tae-oh) che, però, sembra poco incline rispetto l'idea di concedere affetto e attenzioni genuine alla ragazza.

 

La protagonista di Vertigo, costantemente vestita di tristezza e solitudine, attirerà le attenzioni di Kwan-woo (Jeong Jae-kwang), lavavetri dell'impresa di pulizie che si occupa della manutenzione del grattacielo.

 

[Il trailer di Vertigo]

 

 

Vertigo è un film che parla di solitudine e amore ma, soprattutto, di due orribili mostri che serpeggiano fra le pieghe della società sudcoreana: il classismo e la discriminazione femminile.

 

Quella raccontata dalla sceneggiatura scritta dallo stesso Jeon Gye-soo è una nazione dove le disparità sono un malcostume consolidato, radicato e persino accettato da ciascuna delle parti in causa: chi sta in cima alla torre d'avorio gode, i sottoposti si prostrano servili e, in coda a tutti, ci sono le donne, costrette ad atteggiamenti più o meno prostitutivi (dal massaggio al capo al balletto sensuale durante il karaoke) per mantenere la loro posizione lavorativa.

 

Lo script di Vertigo, pur sottolineando orrori sociali nauseabondi e dolorosissimi, si esprime sottovoce, con eleganza, senza la necessità di "urlare" la sua denuncia. Un mood perfetto, che viaggia a braccetto con il comparto tecnico tutto: dalla splendida fotografia di Lee Seong-eun, le musiche toccanti e perfettamente aderenti di Kim Dong-ki, fino all'ottimo montaggio della coppia Kim Hyeong-joo/Choi Ja-young.

 

 

 

 

Impensabile non porre l'accento anche sulla prova di recitazione maiuscola della star Chun Woo-hee: l'attrice sudcoreana - oltre a reggere tutto il film sulle sue spalle - riesce a donare alla sua Seo-young un'intensità fondamentale alla piena riuscita del film, conferendole una gamma di sfumature emotivo-espressive eccezionali.

 

A concludere questa brave analisi, si può affermare come quella di Vertigo sia una denuncia drammatica, efferata e bellissima, orchestrata con maestria dal suo bravissimo regista.

E, francamente, se il film diretto da Jeon Gye-soo si portasse a casa qualche premio dalla ventiduesima edizione del Far East Film Festival - oltre ad esserne contenti - non potremmo di certo dirci sorpresi.

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