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I-Documentary of the Journalist - Recensione: a lezione di deontologia da Mochizuki - FEFF 2020

Tatsuya Mori in I-Documentary of the Journalist segue serratamente la giornalista Isoko Mochizuki, la pedina, lasciandoci spiare dalla lente dell’obiettivo ogni sfumatura del suo lavoro.

 

 

Isoko Mochizuki è una reporter del quotidiano Tokyo Shinbun, si occupa di politica nazionale, ma soprattutto è un simbolo, una donna gracile e sorridente capace di provocare le più alte cariche del Giappone.

 

[Trailer di I-Documentary of the Journalist]

 

 

La politica confluisce nell’informazione e l’informazione nella politica. per un sistema tanto radicato una personalità come quella di Isoko Mochizuki rappresenta un ostacolo.

 

Quando i vertici del governo coincidono con quelli dei media la democrazia è in pericolo.

 

Un giornalista ha il dovere morale di promuovere e custodire il diritto di cronaca rifiutando la censura e i compromessi.

 

Al di là del codice deontologico e della vacuità della carta stampata la realtà dei fatti spesso risulta diversa.

 

I-Documentary of the Journalist ci mostra, tramite l’esempio di Isoko Mochizuki, come dovrebbe agire un giornalista; Tatsuya Mori non vuole descrivere un’eroina, ma una donna che svolge il proprio mestiere con professionalità e che, per questo motivo, diventa una martire.

 

Seguiamo alternatamente quattro casi: lo stupro di una stagista da parte del biografo e amico di Shinzo Abe - Primo Ministro in carica nel 2006-2007 e poi ininterrottamente dal 2012 - il caso dell’interramento della baia di Oura e dei dati falsati sull’inquinamento, soprattutto per un utilizzo eccessivo di argilla rossa inquinante nel pietrisco, la vendita a prezzo stracciato di una proprietà demaniale e la costruzione di una base militare altamente a rischio a causa di una pericolosissima vicinanza del deposito di munizioni a un distributore di carburante e a un centro abitato.

 

In un modo molto delicato Tatsuya Mori impedisce allo spettatore qualsiasi forma di morbosità tracciando un identikit molto abbozzato di Isoko Mochizuki come donna, preferendo concentrarsi sulla sua integrità professionale.

 

Nonostante ciò non è possibile trovare antipatica la giornalista, inseparabile dal trolley e dallo smartphone, mai sopra le righe anche nelle sue accuse, risoluta e dolce in egual misura.

 

 

 

 

Tatsuya Mori non si esime dal rivolgersi al pubblico, invitandolo a ragionare individualmente e non conformarsi, a comportarsi come un io e non come un noi.

 

È a questo che si riferisce la "I" nel titolo.

 

Nella società occidentale iper-individualista pare un’affermazione quasi banale ma in quella nipponica, dove l’apparenza di forza e coesione è più importante delle crepe interne, la posizione del regista è più provocatoria.

 

D’altra parte forse l’aspetto più provocatorio, ma anche il più sottile, di I-Documentary of the Journalist è quello di esprimere tutte le paure del nostro tempo.

Pur parlando di storie tutte giapponesi, l’ombra della destra ultraconservatrice su ogni frangia del potere, lo spettro del razzismo, della distruzione del pianeta, della limitazione della libertà di espressione e di movimento sono i mostri che sembrano minacciare il Primo Mondo.

 

Molto peggio di Godzilla e King Kong.

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