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The house of us - Recensione: un'agrodolce storia di formazione - FEFF 2020

La ventiduesima edizione del Far East Film Festival si apre con The house of us, nuovo film di Yoon Ga-eun:  un’opera delicata e armoniosa, non priva però di una vena malinconica come la brezza della fine dell’estate.

 

 

La giovane regista si era già distinta al festival con la sua opera prima alla regia The world of us. 

 

Il titolo dei due lavori sottolinea la continuità stilistica e teorica: viene proposta di nuovo un’opera realistica, uno spaccato di vita comune, le difficoltà della vita sorrette dalla bellezza della sorellanza.

 

[Il trailer di The house of us]

 

 

Yoon Ga-eun in The house of us offre uno spaccato su due famiglie disfunzionali, il cui punto di intersezione sta nell’amicizia tra le figlie.

 

Sono proprio le bambine il “noi” a cui si riferisce il titolo dell’opera, nonché il focus della vicenda e lo dimostra anche l’utilizzo frequente di soggettive e di primi piani sulle protagoniste.

 

Da un lato c’è Lee Hana, la protagonista principale: la madre è ossessionata dalla carriera, il padre ha una doppia vita, il fratello si rifugia nell’indifferenza e nelle relazioni adolescenziali, nessuno sembra volerla accontentare nel suo unico desiderio, cioè partire per un viaggio di famiglia.

 

La ragazzina cerca in ogni modo di adoperarsi per la serenità della casa, ad esempio adempiendo alle faccende domestiche sulla cui divisione i genitori si scontrano continuamente.

 

Dall’altro lato abbiamo Yoo-Mi e Yoo-Jin, due sorelline che devono badare a sé: i genitori sono fuori per lavoro, lo zio le controlla saltuariamente e non hanno nessun altro se non loro stesse, a causa dei numerosi traslochi.

 

Fra le tre bambine di The house of us si instaurerà non solo un rapporto di amicizia, ma un vero e proprio surrogato del legame familiare.

 

Lee Hana infatti si occupa di cucinare per le altre due il pranzo e condividono il pasto allo stesso tavolo; è un piacere banale, ma che non riescono a provare da troppo tempo. 

 

Yoon Ga-eun conferma grandi doti nella direzione attoriale, soprattutto delle protagoniste più giovani.

Il film infatti si regge in primis sulle spalle della quattordicenne Kim Na-yeon nel ruolo di Hana e poi delle altre due giovanissime attrici. 

 

 

[Kim Na-yeon, Joo Ye-rim e Kim Si-a in The house of us]

 

 

In The house of us notiamo un utilizzo piuttosto chiaro dei colori; quando le tre bambine sono insieme spiccano colori pastello e accesi nel mobilio, nell’abbigliamento, nelle cover dei cellulari, nei giocattoli.

 

Questa caratteristica si nota soprattutto nell’appartamento di Yoo-Mi e Yoo-Jin il cui stile naif ed estroso sottolinea l’assenza di adulti e la loro prematura indipendenza. 

 

Contrapposta è la casa di Lee Hana, dove non si vedono mai giochi ma documenti e computer portatili.

Le stanze sono poco illuminate con pareti di un eloquente e opprimente grigio.

 

Hana, nonostante sia la più grande delle tre, è anche quella più testardamente ottimista: vuole, a tutti costi, sistemare le due famiglie.

 

A questo scopo rischierà anche di mettere in pericolo le sue amiche con un viaggio lontano da casa, il cui unico risultato sarà la consapevolezza che, a volte, nonostante tutta la buona volontà, non si può cambiare la piega delle cose.   

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