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Intervista a Lorenzo Mattotti, fumettista e regista de La famosa invasione degli orsi in Sicilia

Ho incontrato Lorenzo Mattotti, orgoglio italiano che disegna fumetti e illustrazioni con successo dal 1975, durante il London Film Festival per la promozione del suo ultimo lavoro - ma primo lungometraggio d’animazione da regista - La famosa invasione degli orsi in Sicilia, tratto dall’omonimo racconto di Dino Buzzati del 1945 che uscirà il 7 novembre nelle sale italiane.

 

Il film è una produzione franco-italiana di Prima Linea Productions ed è distribuito da BiM Distribuzione.

 

Fra i doppiatori che hanno prestato la propria voce agli Orsi e ai Cantastorie, troviamo Toni Servillo, Antonio Albanese, Linda Caridi, Corrado Guzzanti e Andrea Camilleri.

 

 

 

Lorenzo Mattotti è un artista nativo di Brescia, che ha lavorato soprattutto tra Francia e Italia, senza farsi mancare collaborazioni internazionali oltreoceano, per riviste come New Yorker, fra le altre.

 

Pur avendo prestato la propria opera in diversi campi dell’immagine e a diversi scopi, la sua operazione culturale con questo film è chiara; non nasce solo da un esperimento come regista, ma si prefissa di parlare ad un pubblico molto giovane, scegliendo un classico della nostra narrativa, per trasmettere valori universali, ma in un contesto immaginario fortemente italiano, dai colori mediterranei, che attinge al nostro patrimonio culturale, in un’epoca in cui i bambini sono bombardati soprattutto dalla cultura d’animazione americana e giapponese. 

 

 


 

Alessandra Gonnella:
Domanda scontata, perché proprio questo racconto di Buzzati?

 

Lorenzo Mattotti:

La scelta è avvenuta abbastanza naturalmente perché Buzzati mi ha influenzato tantissimo da quando avevo 17 anni, sia per le atmosfere misteriose che descrive nelle sue storie, sia per il disegno di immagini molto inquietanti; anche perché lui aveva fatto un poema a fumetti del ‘69.

 

Buzzati è uno dei tanti pilastri della mia cultura; ho sempre amato i suoi racconti.

Mi ricordo quando leggevo Mistero del Bosco Vecchio, che poi ha fatto Olmi, anche se purtroppo non mi era piaciuto.

Leggendo Buzzati c’erano talmente tante visioni, che mi dicevo fosse una miniera d’idee; poi quando la mia produttrice, con cui avevo già fatto Peur(s) Du Noir, mi ha chiesto cosa mi sarebbe piaciuto fare come lungometraggio d’animazione, io le ho fatto leggere proprio La Famosa Invasione degli Orsi in Sicilia perché pensavo avesse molte potenzialità.

 

Ci sono dentro una grande fantasia, situazioni con mostri e creature strane, tutti molto rielaborati in maniera originale.

Un soggetto estremamente profondo ma raccontato con dolcezza, per cui mi dicevo proprio che fosse perfetta.

Non volevo fare una storia che partisse dalle mie storie, mi sentivo più sicuro con un testo che esisteva già.

 

 

Chi sono i destinatari di questo film?
I bambini, gli adulti, entrambi?

 

Dipende tutto da come è fatto il film.

È sicuramente una storia che possono vedere anche gli adulti, però personalmente ho sempre pensato ai bambini come pubblico, perché ho cercato di fare un film che avesse una gioia, una leggerezza, una poesia, che venisse accettata dai bambini.

Ho pensato a loro anche come operazione culturale.

 

A me interessava riuscire a trovare un testo che fosse italiano, europeo, che venisse dalle nostre radici, che facesse parte del nostro patrimonio culturale e che non fosse il solito Pinocchio.

Volevo andare a cercare fra altri grandi classici; penso a Italo Calvino, Dino Buzzati, appunto.

Perché non prendere questi titoli, rielaborarli in maniera moderna, senza tradirli, mantenendo un grande rispetto e proporli ad un pubblico giovane, che viene bombardato da tutto un altro tipo di linguaggio, estremamente potente, imponente? 

 

 

 

 

Proprio perché siamo bombardati da stimoli visivi e comunicativi, l’immaginazione e l’ispirazione sono più difficili da trovare per un artista che ha sempre lavorato con l’immagine, o cerca di vivere al di là di tutto questo?

 

Io cerco di vivere al di là di questo per tutto quello che sono le mie influenze, le voglie di disegnare; vengono da più lontano.

Non siamo obbligati a parlare ai bambini sempre di attualità.

Non hanno la concezione di attualità. Per loro, tutto ciò che vedono è nuovo.

 

Perché dobbiamo sempre parlare loro di attualità per cercare di “acchiapparli”?

Ad esempio, possiamo parlargli dell’antichità, di cose classiche, e raccontargli le tragedie greche; storie visionarie che esistono da secoli, non contemporanee ma con contenuti universali che i bambini possono capire perfettamente.

Per cui non vado a cercare nell’attualità qualcosa da raccontare ai bambini.

Credo sia importante passargli la nostra memoria culturale, la tradizione, le memorie grafiche ed estetiche. Sono ormai tutti influenzati da un’estetica americana, anche giapponese. Se chiedi ad un bambino di disegnarti un bambino o una bambina, te li fanno tutti con la faccia grande, gli occhioni grandi.

 

Forse ci sono altre maniere di raccontare le storie, con altri segni.

Quello che mi interessava era fare qualcosa con dei segni legati all’Italia, legati alla mia cultura pittorica, alla luce mediterranea, i colori mediterranei, che sono molto diversi dai colori del Nord Europa, molto grigi, cupi e freddi.

Volevo un film che respirasse la nostra italianità.

 

 

Nella sua carriera ha spaziato lavorando per diverse industrie: moda, architettura, grafica, musica, cinema, letteratura.
Se le chiedessi cosa preferisce disegnare, che mi risponderebbe?

 

Adesso, in questo momento, quello che esce fuori sul mio bloc-notes.

Mi piace scoprire l’immagine al momento, mi piace meravigliarmi. Mi piace mettermi lì, aprire il quaderno senza sapere cosa verrà fuori.

Questo mi arricchisce molto, mi dà energia.

 

Ho sempre voglia di meravigliarmi e di non ripetere strutture, schemi che ho già toccato.

 

 



Per una giovane come me, suona difficile mantenere questa libertà creativa e di sperimentazione, visto che oggi ci vogliono tutti così settoriali, ultra specializzati su una cosa sola.
È un suicidio per un artista.

 

È una contraddizione totale perché il nostro mondo è così ricco.

Si vede in giro, ci sono giovani che non hanno questo meccanismo. Giovani che vengono dal fumetto ma hanno un mondo poetico dentro, che fanno quadri, illustrazioni, mostre.

 

È un mondo che dev’essere complesso, ricco, quello dell’artista.

Però sì, ci sono molti posti dove ti prendono solo se sei specializzato in quella cosa.

 

 

È contento o pentito, dopo anni di lavoro in diverse circostanze nel cinema, di essere passato a fare qualcosa in prima linea?

 

Guarda, fare il regista di un film d’animazione è talmente complicato, complesso e lento.

Non so cosa significhi lavorare con gli attori, però questo procedimento richiede un’enorme pazienza, calma, non bisogna mai entusiasmarsi troppo per qualcosa perché tanto dopo ci sarà altrettanto lungo lavoro.

Vedi pian piano crescere questo monumento, questa cattedrale, che in certi momenti sembra che non finisca mai, e poi ti accorgi che “è finito tutto? Non mancano ancora delle sequenze? Delle cose da disegnare? Abbiamo davvero finito tutto?”.

 

Adesso, visto il risultato, non me ne pento, credo che valesse la pena provarci; ma mentre lo stavo facendo mi chiedevo spesso se ne valesse la pena piuttosto che starmene nel mio studio, da solo, a disegnare.

L’essere in collettivo non mi ha dato per niente fastidio.

La cosa più faticosa probabilmente è, da una parte, parlare tanto con gli altri, dover spiegare tutto in modo preciso e, dall’altra, ascoltare molto gli altri, cioè mettersi in discussione molto.

 

A volte si hanno dei pregiudizi, delle idee, e piano piano ti accorgi che invece è meglio prendere altre strade.

Ci si fa contagiare dall’energia della squadra… Sì, perché il vero lavoro è ascoltare un po’ tutto, utilizzare il talento di tutti.

 

 

 

 

Questo lavoro assume una connotazione in più per lei, adesso che il Maestro Camilleri ci ha lasciati?

 

Non ha avuto modo di vederlo, ma aveva molta stima del mio lavoro.

È stato un gran regalo che ci ha fatto; non vedevo altra figura che potesse fare il Vecchio Orso.

In francese avevo Jean-Claude Carrière: grande sceneggiatore, storico, narratore. Cercavo un’altra figura in Italia che fosse simbolicamente allo stesso livello e l’unico era Camilleri, con la sua voce roca, il suo siciliano, la sua cavernosità, il suo passato; e per fortuna ha accettato di farlo, si è anche un po’ divertito.

 

Io lo ringrazierò sempre, è stato un grande regalo, un cameo nel film.

Credo che colpirà abbastanza questo Vecchio Orso che se ne va nel buio e dice “Ciao a tutti”; sono strane coincidenze.

 

 

E se non fosse stato disegnatore, cosa le sarebbe piaciuto fare, in un’altra vita?

 

Probabilmente sarei stato un clochard (ride, ndr).

 

Non avrei avuto altre capacità.

Non mi ricordo quale regista abbia detto una frase come “Per mettersi a fare la regia, devi stare come quando i pirati ti minacciano di buttarti dalla nave”, cioè devi essere obbligato.

E io mi sentivo obbligato dalla mia inettitudine a fare qualsiasi altra cosa.

 

L’unica cosa che so fare è disegnare, per cui ci provo, ecco.

Quando ero giovane, già se riuscivo a vivere dei miei disegnetti, per me era un miracolo. Perciò tutto quello che è venuto dopo è sempre stato un miracolo per me, come finire questo film.

 

 



Come si articolerà d’ora in poi il viaggio per La Famosa Invasione degli Orsi in Sicilia?

 

Adesso è appena uscito in Francia, le critiche sono state tutte positivissime.

E poi andrà in Svizzera, Belgio, andrò al Festival di Siviglia.

È stato presentato a Roma alla Festa del Cinema e uscirà nelle sale il 7 novembre: l’hanno preso in Cina e speriamo in America, anche se è un mercato difficile.

 

 

[Intervista di Alessandra Gonnella]

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