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Quei bravi ragazzi e l'antropologia della malavita

Nella Storia del Cinema sono stati utilizzati due modi per descrivere la criminalità organizzata italoamericana: quello romantico e quello naturalista, prendendo in prestito i termini dal mondo letterario.

 

L’esempio per antonomasia del primo è senza dubbio Il Padrino di Francis Ford Coppola, che con la sua trilogia illustra in una chiave romanzata e quasi epopeica 96 anni di vita di una famiglia mafiosa.

 

Per quanto riguarda il secondo, invece, il caso migliore è Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese, che in maniera fotografica delinea la realtà psicologica e sociale della malavita tra gli anni ‘50 e ‘80.

 

 

 

Il capolavoro di Scorsese spegne quest’anno 29 candeline: fu presentato il 9 settembre 1990 alla 47ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (dove il regista vinse il Leone d’argento - Gran premio della regia) e uscì dieci giorni dopo nelle sale americane.

 

Quei bravi ragazzi (GoodFellas) è tratto dal romanzo biografico Il delitto paga bene di Nicholas Pileggi, che narra la vita del criminale di origini italo-irlandesi Henry Hill e di come sia arrivato a diventare un esponente della potente famiglia Lucchese, una delle cinque cosche che controllano la criminalità organizzata di New York.

 

 



"Che io mi ricordi, ho sempre voluto fare il gangster" 

 

Questa prima battuta pronunciata fuori campo da Henry Hill (interpretato magistralmente da Ray Liotta) mostra già la profonda abnegazione del protagonista.

 

Henry infatti inizia appena dodicenne a lavorare per il boss Paul Cicero (Paul Sorvino) assieme a Tommy DeVito (performance mostruosa di Joe Pesci, premiato con l’Oscar come Migliore Attore non Protagonista).

 

I due vengono successivamente affiancati dal navigato criminale Jimmy Conway (Robert De Niro).

 

Conoscerà poi Karen Friedman (Lorraine Bracco, candidata all’Oscar come Migliore Attrice non Protagonista), con la quale costruirà una famiglia e che verrà – suo malgrado – assorbita dalla spirale malavitosa del marito.

 

 

 

 

Come accennato al principio, Scorsese approccia la trama di Quei bravi ragazzi con uno stile naturalista, coadiuvato da particolari tecnici che sono veri e propri marchi di fabbrica suoi e del suo Direttore della Fotografia: movimenti di macchina veloci ed emozionanti, inquadrature penetranti (soprattutto i dettagli), zoom lenti e rapidi, vertigo - come nella scena tra Ray Liotta e Robert De Niro nella tavola calda - i fermo immagine e i jump-cuts.

 

Per non parlare dei pianisequenza nel locale Copacabana: il primo per presentare i ragazzi della banda e il secondo, celeberrimo, in cui Henry e Karen entrano dalla porta del retro.

 

Il quadro viene completato dalla fotografia fluida e vivida del tedesco Michael Ballhaus - frequente collaboratore di Scorsese - e dal montaggio frenetico e compulsivo di Thelma Schoonmaker, la fedele montatrice del regista newyorkese.

 

 

 

Ciò che rende Quei bravi ragazzi così importante è l’impostazione dello script.

 

La trama passa in secondo piano rispetto alla descrizione quasi documentaristica dell’ambiente in questione e dei suoi maggiori interpreti. Il linguaggio, i comportamenti, le abitudini, i gusti, gli eccessi, gli atti criminali e soprattutto gli alti e bassi delle carriere malavitose sono presentati in maniera quasi naturale e fisiologica, come se fosse il normale percorso di chi appartiene a questo tipo di mondo.

 

Ovviamente non parliamo solo di mera etologia umana, ma anche di mentalità.

 

Ci sono dei punti cardine che nel codice mafioso sono di vitale importanza: i valori del rispetto, della famiglia, dell’amicizia e della lealtà.

A tutto ciò invece si contrappone il tradimento, l’atto più disonorevole mai concepito da questo tipo di etica delinquenziale.

 

"Hai imparato due grandi cose della vita: non tradire gli amici e tieni sempre il becco chiuso" dice Jimmy Conway a Henry Hill.

 

 



Sembra girare tutto attorno a questi punti essenziali che diventano delle vere e proprie leggi alle quali sottostare.

 

Il concetto viene perfettamente riassunto negli ultimi venti minuti di Quei bravi ragazzi, parte in cui si assiste a diversi momenti della frenetica giornata del protagonista prima di essere arrestato.

 

Henry Hill, infatti, in una corsa contro il tempo attribuisce la stessa priorità alla famiglia (cucinare la cena e andare prendere il fratello disabile in macchina) e all’affare di droga che deve chiudere, come mosso da un forte senso del dovere.

 

 



Quei bravi ragazzi non è un film semplicemente sulla mafia italoamericana, ma sulla vita di determinati individui facenti parte di una comunità che per certi versi assomiglia di più a una congregazione.

 

E in ogni collettività che si rispetti ci sono delle regole da seguire, che se infrante portano a determinate conseguenze e pene.

 

Il tutto seguendo una morale precisa, anche se in questo caso molto ambigua: il gangster si crea delle norme su misura che quasi sempre vanno ad opporsi ai valori con i quali tanto si vuole identificare. Il matrimonio è sacro solo in chiesa, l’amicizia dura solo fino a quando gli affari vanno bene.

 

Ecco: Quei bravi ragazzi tratta perlopiù delle contraddizioni e delle incoerenze di uno spaccato di società che, sebbene rappresenti la delinquenza, è comunque riconducibile ad una visione d’insieme dell’ambiente ordinario in cui viviamo ogni giorno.

 

 

[Quei bravi ragazzi ottenne 6 nomination agli Oscar 1991, ma vinse una sola statuetta: quella per Joe Pesci]

 

Quei bravi ragazzi si distingue dall'opera di Coppola anche per un altro importante motivo: se ne Il Padrino spicca la figura del Don, in Quei bravi ragazzi risaltano i gangster comuni, quelli di basso livello, quelli in cui lo spettatore si può rispecchiare con più facilità.

 

E a impersonare questo trait d’union tra la cruda prospettiva del regista e il pubblico vi è Henry Hill, il personaggio principale.

 

Il protagonista, infatti, non solo accompagna il pubblico per quasi tutto il film con la sua voce narrante, ma rappresenta anche il lato umano di tutta l’atroce realtà alla quale stiamo assistendo.

Henry è un criminale allo stesso livello dei suoi simili, tuttavia per assurdo non lo vediamo mai togliere la vita a nessuno, nonostante sia una pratica sovente usata in tutta la pellicola.

 

 



Infine, Hill compie anche l’empio gesto di tradire la cosca per proteggere la propria famiglia.

 

Egli simbolizza quindi la personale morale dello spettatore, che lo salva da una potenziale immedesimazione con il mondo malavitoso che vediamo in Quei bravi ragazzi.

 

Henry dunque è, a modo suo e a modo nostro, un 'bravo ragazzo'.

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4 commenti

DOGMAN

25 giorni fa

A seguito dell’oscar per il suo ruolo in Goodfellas, Joe Pesci fece il più memorabile discorso di ringraziamento: “It’s an honor, thank you” 😂

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Benito Sgarlato

27 giorni fa

L'avevo in watch-list da tempo e finalmente poco tempo fa sono riuscito a vederlo... uno dei migliori gangster movie di sempre, che riesce a trascendere i gusti di genere

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Cristiano Bottoni

28 giorni fa

Da neocinefilo ho un numero spropositato di film da recuperare, "Quei bravi ragazzi" sarà senz'altro uno dei primi.

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Pentothal

28 giorni fa

Film splendido, da rivedere ancora solo per le due scene improvvisate.
Quella in cui Joe Pesci domanda a Liotta se sembra un pagliaccio, e il mitico pranzo con la madre di Scorsese 😂

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