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La Guarimba: un Festival che riporta il Cinema ad atto sociale - Intervista esclusiva a Giulio Vita

La Guarimba Film Festival è una realtà giovane e ambiziosa, che è riuscita a radicarsi in un territorio difficile e proporre un modello inedito nel nostro paese. Nato da una chiacchierata tra amici in un bar di Madrid, dopo sei edizioni, è arrivato ad affermarsi come uno dei Festival di cortometraggi più importanti d'Europa, supportata da sponsor nazionali e internazionali, ambasciate estere e Festival di tutto il mondo.

 

film in concorso sono 152, divisi in sei categorie: Fiction, Documentario, Animazione, Videoclip, Film Sperimentali e La Grotta dei Piccoli (realizzata in collaborazione con UNICEF) per un totale di 42 nazioni rappresentate.

 

I film europei sono 87, provenienti da 18 diversi paesi, tra cui 11 italiani.

Nella selezione ufficiale, inoltre, sono presenti cortometraggi provenienti da Asia, Nord America, Sud America, Africa e Oceania.   

 

Abbiamo intervistato in esclusiva uno dei fondatori - e attuale direttore artistico - Giulio Vita, calabrese cresciuto in Venezuela e tornato nella sua terra di origine con il sogno di riportare al cinema alla gente di Amantea, un piccolo paesino della costa tirrenica della Calabria che vive ogni estate un'esperienza culturale senza pari in Italia, con centinaia di ospiti tra registi, volontari, rappresentanti di Festival internazionali, artisti, musicisti e semplici spettatori.

Abbiamo discusso insieme la realtà de La Guarimba, che si pone in forte controtendenza rispetto ai Festival di Cinema e gli eventi culturali italiani, riflettendo anche sulla condizione di un genere spesso poco valorizzato come il cortometraggio e dei circuiti distributivi italiani.

  

 

[Giulio Vita, fondatore e direttore artistico de La Guarimba]

 

Ciao Giulio, raccontami com’è nata La Guarimba, come si è sviluppata da idea a realtà e da novità a evento affermato sul territorio.  

 

GV:
La Guarimba si è sviluppata per necessità.

Per la necessità di voler fare sempre qualcosa di migliore, nonostante le diverse difficoltà che ci sono nel voler realizzare un Festival del cortometraggio in Calabria.


L’unico modo possibile è stato quello di crescere, prima di tutto noi stessi come persone, ma anche lottando per diventare una realtà più grande e consolidarci sempre di più, combattendo la stupidità e la cecità delle istituzioni.   

    

 

La Guarimba è una realtà fortemente radicata sul territorio.
Quali sono le principali sfide dell’essere un Festival Internazionale in Calabria?

 

 

GV:
Innanzitutto, la mentalità della gente.

Soprattutto il senso di delusione e di sconfitta che la società e l’educazione hanno impresso nelle persone che vivono qui.

Si sentono mediocri e hanno una grande paura del fallimento. Il fallimento non è sempre una cosa negativa, ma può essere una parte del processo creativo e organizzativo necessario per la crescita.
 

Il più grande ostacolo è stato vedere che la gente non capisse questa cosa, che non credesse nelle idee partite dal basso.
La Calabria è una terra dominata dalle proprie convinzioni, dai propri pregiudizi e dalle proprie tradizioni.

Per questo motivo è molto difficile far entrare idee nuove.

 

La più grande sfida è stata questa, costruire una nuova narrativa non solo come Festival Internazionale, in dialogo con il mondo, ma anche con le persone del posto.  

 

 

 

[Il parco naturale di Amantea, La Grotta, dove vengono proiettati i film in concorso]

 

La Guarimba potrebbe esistere in un posto diverso da Amantea?
O ci sono dinamiche che si sono create qui e sono irripetibili?

 

GV:

La Guarimba come tale, questa Guarimba, è come il multiverso: può esistere solo così.

È un errore tipico di molte realtà culturali quello di prendere un concept e credere che si possa adattare a tutto e in ogni luogo.


Non è così. Non puoi fare il Coachella in Italia.

Puoi fare un cugino, ma non puoi replicarne lo spirito.


La Guarimba è così, si nutre molto della Calabria e del suo contesto. Il nostro modo di lavorare può essere certamente esportato fuori e, forse, avrebbe molto più successo in assenza di barriere e difficoltà come quelle che abbiamo qui.
Però non si può certamente prendere questa Guarimba e trapiantarla. 

 

 

Quali sono i vostri target più fedeli?

Chi è il “guarimbero tipo”?  

 

GV:

È difficile da dire, abbiamo creato un pubblico molto eterogeneo, da signore di 80 anni a cinquantenni, fino a ragazzini e ventenni.


Sicuramente, gli over 60 ci seguono di più, perché erano abituati ad andare spesso al cinema la sera e ci vedono come una cosa nostalgica.
Anche per questo abbiamo aperto spazi e proposte per tanti target.

Come lo spazio per bambini, La Grotta dei Piccoli, per dare un nuovo taglio e mostrare il mondo dell’animazione indipendente ai più piccoli.

 

L’idea è che tutte le persone, di ogni età ed estrazione sociale, possano trovare qualcosa per loro nel festival.

Abbiamo sempre pensato a quello che ci piacerebbe vedere e quello che ci piacerebbe fare, e lo condividiamo con il pubblico.

 

Come una serata tra amici, quando scegli i film che vuoi vedere. 

È così che vediamo il festival.

 

 

 

[La Grotta dei Piccoli: uno spazio cinematografico di animazione dedicato ai più piccoli]
 

 

Il formato del cortometraggio non è molto popolare tra il grande pubblico, specialmente in Italia.
Perché avete scelto questa tipologia di produzioni?

 

GV:
Onestamente non so perché abbiamo cominciato come festival del cortometraggio, probabilmente perché venivamo da una Scuola di Cinema ed era quello che conoscevamo di più.

 

Negli anni abbiamo sempre pensato se aprirci o no al lungometraggio.

Lo abbiamo fatto con la rassegna nel progetto CinemAmbulante, con film indipendenti su tematiche relative alla migrazione e all’integrazione.


Con La Guarimba abbiamo capito che non vogliamo andare verso quella direzione, perché il cortometraggio non è un format molto famoso e vogliamo renderlo popolare.

Ci sembra più interessante perché c’è più sperimentazione, ci sono più idee nuove.
In un posto come La Calabria, mostrare cortometraggi a 400, 500 persone ogni sera non ci sembra una cosa da poco.         

 

 

Cosa manca al cortometraggio per arrivare alla popolarità del lungometraggio?

 

GV:

Non manca nulla al cortometraggio, ma abbiamo bisogno di una mentalità diversa.

 

In Francia, negli Stati Uniti e anche in Spagna i corti vengono già proiettati nelle sale.

In Italia, a livello culturale, c’è ancora una mentalità molto arretrata.

 

Abbiamo provato a mandare i nostri cortometraggi nelle sale, contattando anche rinomate catene di sale cinematografiche, ma purtroppo i distributori e i gestori non ne capiscono l’importanza.
Ci sono alcuni piccoli casi illuminati: vedere corti con una distribuzione seria nel mercato asiatico e del Nord Europa è una cosa normalissima.

È l’Italia che ha un problema con queste dinamiche, proprio come ha un problema con la distribuzione dei film che non siano dei grandi studios. 


Il problema, fondamentalmente, è con la distribuzione a livello nazionale, non con il format.
Il format funziona!

Netflix lo ha già capito: serie come Black Mirror o Love, Death & Robots - che alla fine sono un insieme di cortometraggi autoconclusivi - hanno avuto un grande successo.

In Italia non si farebbero mai operazioni del genere.

Hanno dato 20 milioni a Celentano, che non è né un animatore né uno sceneggiatore, e infatti è stato un flop.

Ed è normale.

 

Mentre Netflix ha usato molti meno soldi per fare una cosa pazzesca. Quindi diciamo che il problema è un altro.

Soprattutto ora, che viviamo nell’era dei video, di YouTube e delle persone che comunicano in maniera rapida e immediata.

In Italia è come se stessimo entrando negli anni ’90 del mondo.

Noi stiamo riuscendo ad andare controcorrente quando facciamo il pienone con signore di 80 anni che vengono a vedere cortometraggi in lingua originale sottotitolati, un altro grande tabù del nostro Paese!   

 

 

Parliamo un po’ di questa edizione.
Quali sono le novità?

 

GV:

Quest’anno è l’anno della maturità, l’anno dove abbiamo creato una dimensione di Festival Internazionale veramente grande.

Siamo diventati il Festival più importante del cortometraggio in Italia per numeri, novità, premiere italiane e crescita, abbiamo sponsor a livello nazionale e internazionale, cosa che non avevamo mai avuto prima.

Abbiamo un programma trasversale, per tanti target, dal concerto dell’artista sperimentale N.A.I.P. alle 3 del mattino in spiaggia, seguito dalla sezione “Insomnia” di corti sperimentali, al programma per bambini “La Grotta dei Piccoli”, con 80 cortometraggi di animazione.

Da quest’anno siamo parte della Short Film Conference, la più importante organizzazione europea per il cortometraggio.

 

Terremo una serie di conferenze sulla produzione, la realizzazione e la distribuzione di cortometraggi, come quella di Woman in Animation, dove le protagoniste dell’animazione indipendente al femminile racconteranno cosa sta succedendo nel mondo in quell’ambito.

Avremo ospiti che sono stati nominati agli Oscar al fianco di registi giovani ed emergenti, perché proviamo a fare un po’ questo: andare dall’amatoriale al professionale, dalle cose più commerciali a quelle sperimentali.

 

 

[La mostra Artists for La Guarimba, dove diversi illustratori internazionali reinterpretano la scimmia guarimbera nel loro stile]  

 

Ci sarà anche una sezione molto interessante, quella del videoclip, che non sempre è considerata dai festival come se non fosse considerato Cinema.

 

GV:

Scorsese fa videoclip dagli anni ’80.

Se molti festival non considerano i videoclip come forma cinematografica, è perché sono dementi.

 

Michel Gondry è nato dai videoclip, prima di iniziare con i lungometraggi. Non vedo proprio che differenza ci sia con il resto.

Anzi, nei videoclip ci sono cose pazzesche, innovative e sperimentali, anche con musicisti più commerciali.
Il videoclip è un mezzo di una potenza incredibile, fin dai Beatles, che avevano capito come poter narrare attraverso le immagini con una potenza mediatica assurda.

E oggi si continua a sperimentare, anche con i social e sul video interattivo.

 

A noi interessa stare sul pezzo, essere nel mondo moderno.

Non siamo un Festival che invita Tim Roth, ora che è vecchio, a dirci qualcosa, come fanno questi Festival di m**** in Italia che invitano le star di una volta, come Richard Gere o Harrison Ford, ma che non inviterebbero mai Donald GloverKristian Mercado, che invece avrebbero delle cose da dire.

 

Preferiamo invitare gente nuova, che fa cinema adesso.

Anche per questo motivo ci piace molto il cortometraggio: perché ci piace scoprire, portare registi che stanno emergendo.
Non ci interessa cavalcare l’onda e arrivare in ritardo alle cose.

Un problema nei grandi eventi italiani. 

 

 

 
Quali sono le differenze tra La Guarimba e i grandi Festival più istituzionalizzati?

Perché un appassionato di cinema dovrebbe venire anche da voi?

 

GV:

Festival come la Berlinale, Cannes e Venezia hanno un ruolo diverso dal nostro: quello di palestra commerciale dove Studios, produttori e distributori vanno per presentare i loro titoli, per venderli e inaugurare la nuova stagione, per capire quello che ci sarà.


Noi abbiamo più una funzione di scoperta.

Che è molto diverso.

 

Poi, ovviamente, c’è un’altra grande differenza: qui non c’è nessuna ricerca del glamour, nessun red carpet, ma è una grande festa di comunità, un atto sociale, quello di togliere il cinema dalla borghesia e riportarlo dove è nato, tra la gente, in piazza, come arte di strada e spettacolo, vivendolo tutti insieme, godendosi l’esperienza comunitaria. 

 

 

[Proiezione notturna della sezione Insomnia , dedicata ai film sperimentali]

 

Il vostro motto è “riportare il cinema alla gente e la gente al cinema”.
Cosa manca per convincere i giovani a tornare a riempire le sale?

 

GV:

Colpa della distribuzione, dell’anacronismo che c’è in Italia.

È tutto parte dello stesso problema.

 

Se vai a vedere un film della Marvel, i ragazzi riempiono le sale perché a loro piace questo tipo di film.

Il problema in Italia è che hai o film pesantissimi fatti di seghe mentali, o la commedia di Checco Zalone.

Non ci sono vie di mezzo e alternative credibili, non ci sono programmazioni a lungo termine, c’è molta imposizione e poca abilità nel comunicare.

 

È un grande problema, i grandi distributori italiani fanno proprio schifo a livello di comunicazione social… sono vecchi!
Come la storia del doppiaggio.

Ci sono molti fattori, ma sono sicuro che il problema, più che dai giovani, sia causato dai distributori, che fanno schifo e non capiscono un c***o di Cinema.

Roma di Cuarón ha fatto il pienone nelle pochissime sale in cui è stato distribuito e lo volevano pure boicottare.

Non è normale.

 

Poi anche i prezzi sono una cosa terribile.

Siamo nel periodo in cui si consuma continuamente Cinema, video, contenuti audiovisivi.

I giovani conoscono decine di serie TV, tutti hanno visto Game of Thrones, perché il bel Cinema ora si è spostato lì.

E infatti tutti guardano Netflix, Amazon Video o HBO, tutti i giovani conoscono quelle serie.

Certo, se devo pagare 10 euro per un singolo film e, allo stesso tempo, posso pagare un mese di abbonamento Netflix… c’è anche una questione economica dietro quelle scelte.  

 

 

Come vedi La Guarimba nel futuro?

Come crescerà?

 

GV: 

Abbiamo trovato un modello che ci piace e dentro cui ci troviamo comodi. Vorrei continuare così.

La proposta ci sembra vincente, cercherò solo di farla crescere, tentando di aumentare il budget per poter pagare i miei collaboratori in modo più adeguato.

 


Però la struttura è quella, non credo che vorrei cambiarla.

Però con l’associazione ci piacerebbe crescere e creare una Casa della Cultura, aperta a tutti, dove poter costruire una progettualità che possa generare un impatto profondo sul territorio, consentendoci di non fermarci ai singoli eventi.

 

 

[Guarimberos in posa per la fine del Festival]

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1 commento

Francesco Viscusi

22 giorni fa

Gran bella iniziativa e ottimo articolo!! Entrambi offrono parecchi spunti di riflessione su una tematica che riguarda tutti, fondamentalmente

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