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Shin'ya Tsukamoto al Cineporto di Bari, tra visioni profetiche e gli orrori della guerra

Shin’ya Tsukamoto è il poeta nipponico della carne e del metallo. Appartiene all’altra parte del mondo, alla dialettica ermetica dell’Estremo Oriente, ma la visionarietà della sua filmografia affonda le radici nella psiche umana.

 

Il 28 maggio 2019, l’ottava edizione della rassegna di cinema internazionale Registi fuori dagli sche[r]mi organizzata da Apulia Film Commission, Shin’ya Tsukamoto ha presenziato al Cineporto di Bari dove sono stati proiettati i suoi ultimi due film Nobi (2014) e Zan (2018).

 

Entrambe le opere sono state presentate alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. 

 

 

 

 

Il regista di Tetsuo - di cui quest’anno si festeggia il trentesimo anniversario - si presenta con un sorriso, indossa vestiti semplici e firma autografi volentieri.

 

Ha l’aspetto umile ma decoroso.

Non ci si può non chiedere in che modo una persona apparentemente così semplice lavori una mente così contorta e arguta, come partorisca opere così complesse, morbose, stratificate.

I film di Shin'ya Tsukamoto in effetti sono vere e proprie creature: sanguinano, respirano, pulsano.

 

Sono carnali, si avviluppano in un incrocio di bellezza e orrore.

Il sangue pare rubino colato sulle pietre bianche, un tubercolotico con addosso il sangue dei propri fratelli vaga in un campo di lucciole blu.

 

Le opere del regista urlano e sussurrano.

 

 

[Shin’ya Tsukamoto all'evento Registi fuori dagli sche[r]mi - Credits Apulia Film Commission]



Nell’introduzione i critici Anton Giulio Mancino e Massimo Causo, con il direttore della rassegna Luigi Abiusi, hanno sottolineato per prima cosa quanto fosse certosino il sound check del regista.

 

Ogni suono e il suo volume è concepito per coinvolgere non tanto il cervello, quanto lo stomaco dello spettatore.

L’orrore della guerra può provocare solo la nausea.

 

 

È lo stesso Shin'ya Tsukamoto a rivelarlo, lasciando intuire che il i suoi ultimi due film formano un dittico dai toni profetici. 

 

 



Dopo un lungo periodo di pace i più grandi artisti, sfruttando la loro sviluppata sensibilità, riescono a carpire le tensioni che vibrano nel mondo.

 

Come Edvard Munch dipinse l’Urlo percependo prematuramente l’orrore che avrebbe travolto l’Europa durante la Prima Guerra Mondiale così Tsukamoto scrive, dirige, interpreta, produce Nobi e Zan, li contestualizza in due diversi passati che fungono da paragone per il presente.

 

Dopo la nascita del figlio, afferma l’autore, il suo occhio critico si è spostato dalle città alle foreste, dalle nevrosi dell’individuo a quelle dell’umanità intera.

I cambiamenti climatici ad oggi lo preoccupano più dell'alienazione nella metropoli.

 

 

 


Nobi, ispirato all’omonimo film diretto da Kon Ichikawa del 1959, è ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, mentre Zan in epoca Edo.

 

Nel primo film carne, budella, ferite infettate, cadaveri putrefatti si susseguono uno dopo l'altro, senza sosta.

L’istinto di conservazione rende l’uomo al di sotto della più brutale delle bestie.

 

In Zan i buoni sentimenti vengono pian piano corrotti dal desiderio di vendetta e dalla cecità dell’onore, il rosso delle coccinelle da ammirare con occhio fanciullesco nelle risaie si espande e domina la scena fino a che persino il più fiero dei samurai non sa più perchè uccidere.

 

La spada diventa prolungamento degli arti e parte del corpo, come gli innesti metallici di Tetsuo e dei film più marcatamente cyberpunk del regista di Tokyo.

 

 



Nobi finisce con il fuoco con cui inizia Zan, in quest'ultimo viene alzata la lama che indica l’inizio della guerra.

 

Shin'ya Tsukamoto dichiara che la spada è come l’osso di 2001 - Odissea nello Spazio: se dall’osso lanciato dalla scimmia in cielo nasce l’evoluzione dell’Uomo che lo porterà infine a lasciare la Terra, dalla prima spada alzata si susseguiranno gli avvenimenti che porteranno a una guerra, a un lungo periodo di pace e poi di nuovo un’altra guerra.

 

Tutto è ciclico. 

 

 



Tra un film e l’altro il regista chiede a noi spettatori chi avrà il coraggio di rimanere dopo la visione di Nobi.

 

Assicura che Zan non sarà altrettanto truculento e fa una foto al pubblico coraggioso, con grande ironia.

 

Alla fine delle due proiezioni il Sensei risponde a moltissime domande, rivela che considera David Cronenberg come una sorta di padre artistico, cita Federico Fellini come una delle sue più grandi suggestioni da studente di cinema e Dario Argento, di cui stima la commistione tra eros e thanatos.

 

Apocalypse Now e Platoon sono i suoi film sulla guerra preferiti, perché hanno decostruito la figura dell’eroe americano e de-romanticizzato gli orrori della guerra, da sempre descritta come incrocio di spade o pistole tra uomini coraggiosi. 

 

È la seconda volta che Shin’ya Tsukamoto presenzia a Bari - la prima fu nel 2013 - e non si può non sperare che il caloroso benvenuto e la l’alta soglia di resistenza alla violenza del pubblico siano un incentivo a tornare per i suoi prossimi film.  

 

 



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