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Dolor y Gloria, di Pedro Almodóvar - Festival di Cannes 2019 - Recensione

Fa sempre un certo effetto capire quando in un film un regista ci mette tanto del proprio vissuto, della propria esperienza, quando si percepisce che si sta mettendo a nudo e sceglie di raccontarci qualcosa che non aveva ancora dichiarato nelle interviste o nelle conferenze stampa. 

 

Dolor y Gloria è un film profondamente personale di Pedro Almodóvar, portato in scena appoggiandosi a una strepitosa interpretazione di Antonio Banderas, coadiuvato dalle belle prove di Penelope Cruz e Asier Etxeandía.  

 

La storia è quella del regista Salvador Mallo - se amate gli anagrammi troverete qualcosa di divertente - un uomo che attorno ai sessant'anni non ha più la forza mentale e fisica per continuare a creare del cinema, e che si lascia vivere in preda a dolori in ogni parte del corpo e al limite della depressione.  

 

 

 

 

Una coincidenza porterà ad un incredibile intreccio, nello stile più squisitamente almodovariano, che lo farà riflettere sulla sua vita di quando era bambino e sulla sua esistenza attuale, mettendolo di fronte a scelte effettuate in passato e scelte da affrontare oggi: Mallo incontrerà di nuovo l'attore con cui non parla da 32 anni, incontrerà un altro uomo che fu fondamentale per lui e scoprirà l'eroina, con quel drago da inalare dalla carta stagnola che è al contempo sollievo e schiavitù, liberazione e catena. 

 

Almodóvar è Mallo e Mallo è Almodóvar, su questo ci sono pochi dubbi. 

Il regista iberico sceglie di fare il contrario di ciò che ci si aspetta da un film con un protagonista simile all'interno di una storia simile: invece di spingere sul pedale della nostalgia e dei rimpianti, quella a cui partecipiamo è una storia fortemente rivoluzionaria pur rimanendo sottovoce, un racconto che si dipana alternando i piani temporali senza mai urlare al mondo la rabbia per la propria impotenza o il rancore per non avere ottenuto ciò che si pensa avremmo meritato.  

 

 

 

 

Antonio Banderas recita per sottrazione, con uno sguardo malinconico e consapevole delle proprie debolezze, con lunghi e dolci sorrisi e spesso quasi sussurrando ciò che ha da dire. 

 

Quando riallaccia il rapporto con Alberto Crespo, attore con il quale non aveva più contatti in seguito a delle incomprensioni su un set di oltre trent'anni prima, lo fa con naturalezza e con rassegnazione, accettando di aver sbagliato e pronto a ricominciare. 

 

L'accettazione è uno dei temi importanti di Dolor y Gloria: l'accettazione di sé e della propria età, l'accettazione di cosa comporta non avere più vent'anni senza però voler tornare indietro ma, anzi, proseguire e scoprire di avere ancora tante cose da scoprire e riscoprire. 

 

Un disegno creduto perduto nel tempo, una persona con la quale scambiare due chiacchiere e ritrovare una forte complicità nonostante i decenni passati, un incontro in occasione del restauro di un proprio film saltato per la propria negligenza... sono solo alcuni dei passaggi del film dove possiamo vedere Salvador Mallo che accetta quello che è diventato e non lo rinnega.  

 

 

 

 

Un protagonista non giovane né vecchio, che sottovoce si mostra quasi anarchico, quasi punk nel suo trascorrere le giornate tra l'eroina e gli impegni mancati. 

 

Pedro Almodóvar confeziona un'opera che ha dei momenti a volte surreali - la spiegazione in computer grafica dei malanni a inizio film sembra parte di una nuova serie di Quark - a volte irrimediabilmente comici - la telefonata in viva voce con il pubblico che aspetta Mallo a una proiezione - e altre volte di una dolcezza incredibile - il Mallo bambino che insegna a leggere e a scrivere al giovane carpentiere che in cambio aiuterà la madre con i lavori da fare nella nuova casa - ma sempre e in ogni caso lo fa in maniera delicata, soffice e gentile. 

 

Arrivando a sorprenderci in un finale che dimostra che Salvador Mallo, in fondo, ha ancora tantissime cose da dire... come Pedro Almodóvar. 

 

Più dolore che gloria in un film che commuove e affascina, con una messa in scena elegantissima e solida, interpreti in forma e una morbida sensazione che resta dentro a fine visione, di leggerezza e di riconciliazione con se stessi e con il Cinema.

 

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4 commenti

Marta

3 mesi fa

Un film sincero, doloroso, commovente pur non essendo mai sentimentale. La scena a teatro per me è già cult. L'interpretazione di Banderas perfetta. Un meraviglioso elogio al cinema, all'Arte tutta e alla vita.

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Claudio Serena

4 mesi fa

anagramma = Almodovar's all ?

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Manuel Perin

4 mesi fa

da gran fan di Almodovar ammetto che gli ultimi film non mi hanno fatto impazzire, ma sono sempre pronto a farmi stupire

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Manuel Perin

3 mesi fa

Manuel Perin
aggiornamento: sono rimasto stupito, bellissimo

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