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Africa addio: razzismo, mutilazioni e ''Never Wakanda''

[Attenzione: alcune immagini presenti nell'articolo potrebbero non essere adatte a un pubblico di minori]

Vi siete mai domandati da dove arrivino tutti quei mockumentary e cannibal movie che, tra i loro capostipiti, vantano pellicole come Cannibal HolocaustAntrophagusCannibal Ferox, e il recente Green Inferno diretto da "l’orso ebreo" Eli Roth

Oppure avete mai pensato a cosa accadde quando l’uomo bianco abbandonò completamente e definitivamente il “Continente Nero”? 


No, niente “Wakanda forever”, amici cari… 

 

[Green Inferno (2013) diretto da Eli Roth]


"Agli inizi degli anni '60 c’era questa voglia di fare inchieste, di capire cosa stesse succedendo in Italia, cosa cambiava e cosa invece restava come prima.

 

Se dovessi dire chi ha cominciato, dovrei forse fare il nome di Blasetti che però, con "Io amo tu ami", già buttava tutto sullo sketch, ma che era il precursore.

Poi c’era Pasolini stesso, e c’erano i registi che invece facevano i film di montaggio, col repertorio.

 

Jacopetti involgarì subito tutto, faceva delle cose finto-documentarie, a effetto, che allora scioccavano molto e provocavano una certa indignazione.

Erano cose sgradevoli, finte."

Alfredo Bini, produttore cinematografico   


In questa analisi di uno dei padri fondatori del cinema italiano si concentra tutto l’andamento del movimento cinematografico nostrano dei primi anni ’60, ovvero di quel “nuovo impulso” che spinse verso la ricerca di verità mai mostrate prima sul grande schermo. 

 

Con film come Europa di Notte (1958) di Alessandro Blasetti o Mondo Cane (1962) di Gualtiero JacopettiPaolo Cavara e Franco Prosperi si aprì un nuovo ciclo cinematografico volto a mostrare al pubblico immagini forti: le scene di nudo, sesso e violenza da tabù erano infatti diventate un oggetto di curiosità delle masse.  

 

 

 

 

Per rispondere a queste nuove esigenze, diversi registi elaborarono, ognuno a modo proprio, una risposta.

 

Riscosso grande successo col pubblico e pesanti bocciature da parte dei critici con il ciclo dei cosiddetti “mondo movie”, dopo Mondo Cane (1962), Mondo Cane 2 (1963) e La donna nel mondo (1963), Gualtiero Jacopetti nel 1966 si lancia insieme al collega regista Franco Prosperi in un nuovo entusiasmante progetto che porta il nome di Africa Addio.   

Censurato in Francia, rimontato, ricommentato e snaturato in Gran Bretagna, questo film rappresenta il documento più controverso e scioccante dell’intera filmografia di Jacopetti.

 

Violentissimo, sconcertante, di grandissimo impatto visivo, è sicuramente il film-documentario che ha lasciato il maggior segno non solo per la crudezza degli eventi rappresentati, ma anche per la bellezza delle immagini catturate della fotografia di Antonio Climati e delle musiche di Riz Ortolani.   

Si tratta di un resoconto dei disordini che avvennero nell’Africa post-coloniale, quando l’improvviso ritiro dei governi francese e inglese lasciò gli impreparati paesi africani allo sbando.

Così, lo spettatore assiste a una lunga successione di insediamenti di piccole dittature presto rovesciate nel sangue, genocidi ed eserciti di mercenari in azione.   

 

 

 

 

In seguito al prologo letto dal narratore Sergio Rossi sulle immagini della smobilitazione delle truppe coloniali europee, incomincia il lento lavoro di logoramento visivo ricercato da Jacopetti: i primi piani tagliatissimi di aborigeni dai volti mostruosi dotati occhi vitrei, bocche rigurgitanti saliva e mandibole deformate armate di denti simili a zanne, si susseguono rapidissimi, suscitando l’inquietudine dello spettatore. 

 

Quest’ultimo si ritrova catapultato in assemblee di piazza non commentate dalla voce narrante, assistendo a frasi urlate, in lingue che sembrano tutto tranne che umane.    

Questa è l’Africa abbandonata a sé stessa.

Jacopetti sorride sornione e lancia il messaggio allo spettatore: li abbiamo abbandonati e questo è il risultato.   

 

 

 

 

Di eccezionale rilevanza, anche sotto il profilo storico, sono le sequenze montate in seguito girate sull’isola di Zanzibar, che documentano il più grande genocidio della storia africana: quello di dodicimila arabi, perpetrato dalla maggioranza nera della popolazione dell’isola, armata e fomentata da John Okello - un autoproclamato generale rivoluzionario e “liberatore del popolo” - il quale ordinò la strage alle genti insorte.

 

Le immagini riprese dall’elicottero in volo sull’isola mostrano il trambusto degli insorti, distruzione e devastazione, oltre a enormi fosse comuni riempite con cadaveri freschi di fucilazioni sommarie.  


Con la consueta ironia bruciante, la voce narrante di Sergio Rossi commenta: 

“La propaganda ha informato le nuove generazioni che gli arabi sono una maledetta razza di negrieri che vendono gli africani come schiavi ai mercanti della costa.

Naturalmente ha omesso che tutto questo accadeva dieci secoli fa”.   

Attraverso le sequenze di immagini, i primi piani vorticosi, una fotografia interessante e una colonna sonora di rara bellezza, il regista compone il suo “addio” a un’Africa che lentamente stava scomparendo, dopo che la “balia europea” aveva abbandonato il continente.   

Il film viene generalmente bollato come un’odiosa opera di una ideologia di estrema destra, conservatrice in tutto e per tutto.

 

Razzista, ignobile, cinico, qualunquista: sono solo alcuni degli epiteti che Jacopetti è riuscito a guadagnarsi da una critica forse troppo politicamente corretta e moralista per essere in grado di lanciare lo sguardo oltre l’apparenza mostrata dalle immagini montate. 

 

 

 

 

Ma è giusto ridurre Africa Addio solo a questo?

Di cosa parla realmente il film?   

Si tratta di una pellicola di incredibile presa emotiva, con immagini che restano indelebilmente scolpite nella mente dello spettatore.

 

Senza l'inconfutabile prova documentata da queste riprese le cronache relative ai massacri, ai disordini e alle brutalità avvenute in un’Africa in pieno scompiglio sarebbero potute sfumare nella leggenda o restare sconosciute ai più.   

 



Africa Addio, nonostante toni cinici, provocatori, apologetici nei confronti del colonialismo e ampiamente razzisti, sembrerebbe voler insinuare nella mente dello spettatore un dubbio, suggerendogli di confrontarsi con tutte quelle idee perbenistiche e demagogiche che, spesso, la società cerca di inculcare nelle masse.


"Sembrerebbe".

Lascio a voi decidere se sia così.

 

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2 commenti

Charlie Shield

6 giorni fa

Uno di quei film che mi hanno detto di vedere ma dei quali ho paura.

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Adriano Meis

6 giorni fa

Charlie Shield
E fai bene. E' forte, tanto forte.

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