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The Beloved (El ser querido) - Recensione: Javier Bardem da Oscar in un film che si non dimentica - Cannes 2026

Rodrigo Sorogoyen usa il set cinematografico come la stanza dell'analista, mentre scava nella relazione storta tra un regista e la figlia per portare alla luce l'impossibilità di una redenzione e le cicatrici che non si rimarginano

Titolo originale: El ser querido
Genere: Drammatico
Regia: Rodrigo Sorogoyen
Sceneggiatura: Rodrigo Sorogoyen, Isabel Peña
Cast: Javier Bardem, Victoria Luengo
Distribuzione: TBA
Paese: Spagna, Francia
Durata: 135 minuti

Ci sono film che ti lasciano con addosso la sensazione di aver assistito a qualcosa di raro e The Beloved (El ser querido) di Rodrigo Sorogoyen è personalmente uno di questi.

 

La precisione con cui ogni scena funziona esattamente come deve fa in modo di sorpassare la poca originalità del soggetto, che assomiglia incredibilmente al premiatissimo Sentimental Value di Joachim Trier: anche qui un padre regista con una grave colpa nei confronti della figlia, l'offerta di un ruolo da protagonista nel suo nuovo film, il tentativo di ricucire un rapporto mai costruito davvero, l'incapacità di comunicare al di fuori del lavoro e il set come campo di battaglia. 

 

Presentato in concorso al Festival di Cannes 2026 - prima volta per il regista spagnolo dopo il Cannes Première di As Bestas nel 2022 - è il tipo di opera che conferma un talento già riconosciuto e lo eleva a un livello diverso.

 

Sorogoyen ha fatto un film sulla creazione cinematografica, sul dolore familiare e sull'abuso di potere, facendo tutto ciò senza quasi che lo spettatore se ne accorga, perché troppo impegnato a trattenere il respiro.

 

[Trailer ufficiale di El ser querido]

 

 

La storia è quella di Esteban Martínez (Javier Bardem), leggendario regista spagnolo con due Premi Oscar in curriculum, che torna in patria dopo quindici anni per girare un film in costume ambientato nel Sahara occidentale degli anni '30.

 

Per il ruolo della protagonista femminile vuole Emilia Vera (Victoria Luengo), attrice che ha visto in una serie TV di scarso livello e in cui ha intravisto qualcosa che gli altri non hanno saputo valorizzare; Emilia però non è un'attrice come le altre: è sua figlia, nata da una relazione con una sua ex attrice e cresciuta lontana da lui, una donna segnata dall'abbandono, dall'alcolismo e dalla violenza del padre, dal modo in cui lui ha attraversato la sua vita come un evento atmosferico.

 

Il film comincia con i due seduti a un ristorante: la scena dura poco più di venti minuti ed è interamente costruita solo sul campo e controcampo dei due, con la macchina da presa che lentamente continua ad avvicinarsi sempre di più ai volti, agli sguardi, alle rughe e alle cicatrici mentre il dialogo si fa sempre più sincero e di conseguenza più scomodo. 

In quel momento ancora non sappiamo che rapporto ci sia tra loro, ma percepiamo immediatamente che c'è una crepa profonda grazie soprattutto ai non detti, alle battute a metà e alle reazioni emotive di uno e dell'altra. 

 

Personalmente il film avrebbe anche potuto concludersi con questa scena e lo avrei amato tantissimo lo stesso: un perfetto esempio di come si dovrebbe scrivere un dialogo a due e di come andrebbe interpretato.

 

 

[Victoria Luengo nel campo e controcampo iniziale di El ser querido: l'immagine con cui dialoga è la copertina di questo articolo]

 

 

Le succitate analogie con Sentimental Value si esauriscono presto: il film di Sorogoyen prende subito un'altra direzione, più fisica e pericolosa, perché Esteban è un vulcano che finge di essere spento e che a un certo punto, semplicemente, smette di fingere. 

 

El ser querido a mio avviso ha due grandi scene che lo definiscono: la prima è quella di apertura al ristorante, la seconda è la crisi sul set. Esteban perde il controllo e pretende l'ennesima ripresa fino a far piangere un attore bambino: il regista scarica su tutto e tutti anni di esigenze impossibili e di una concezione del Cinema come atto di dominio e controllo; non a caso la storia di Desierto, il film nel film, parla della colonizzazione spagnola e del dominio sui popoli sahariani, con le conseguenti ferite che ciò ha provocato. 

La scena è quasi kubrickiana nella sua gestione del potere ed è anche un commento perfettamente calibrato sulla violenza nel mondo del lavoro e sull'abuso che si nasconde dietro il paravento del perfezionismo artistico.

 

Sorogoyen e la sua co-sceneggiatrice Isabel Peña - che lo ha accompagnato in tutti i suoi lungometraggi a partire dal primo Stockholm del 2013 - conoscono benissimo quel mondo e si vede: il set di Desierto respira come un vero set con i suoi fragili equilibri, le sue gerarchie invisibili, i suoi momenti di accidentale magia. 

 

La scelta estetica è audace: si passa dal colore al bianco e nero per le conversazioni più intense, alle riprese su pellicola 65mm durante le scene del film nel film, fino al formato Mini-DV delle prove e dei monitor.

Nonostante queste appena elencate siano le mie speculazioni in merito alle scelte di Sorogoyen, e di conseguenza non pretendo che siano esattamente quelle dell'autore, è oggettivo che non siano semplicemente scelte decorative, anzi: sono la mappa visiva del pensiero di un uomo che nel suo Cinema esige la verità, ma che nella vita continua a negarla, che sa immortalare benissimo l'emozione altrui senza riuscire a gestire la propria.

 

Il Cinema diventa amante e fuga, alibi e nascondiglio, l'unico luogo in cui Martínez è davvero se stesso: questo lo rende più terrificante di qualunque villain esplicito e Javier Bardem mette in scena quella che penso sia una delle migliori interpretazioni della sua carriera, altalenando momenti di quiete trattenuta a esplosioni autoritarie, con uno sguardo sempre vivo e saettante, che scruta l'anima dei suoi interpreti e collaboratori e che non lascia spazio al contraddittorio, pur dichiarando la sua disponibilità nell'essere contraddetto. 

 

Il suo Esteban è un personaggio di una complessità morale quasi insostenibile: non è un mostro né una vittima, bensì qualcosa di più difficile da etichettare.

È un uomo che vuole fare la cosa giusta ma non sa come farla, che ama sua figlia nell'unico modo che conosce e che è sbagliato, un autore che riesce a distruggere tutto ciò che ha intorno con la stessa intensità con cui crea. 

 

Bardem lo abita con una fisicità straordinaria: ogni scena in cui compare è un esercizio di controllo al limite della rottura.

 

 

[Javier Bardem e Victoria Luengo in El ser querido]

 

 

Victoria Luengo gli tiene testa con grande efficacia, anche se il suo personaggio ha meno spazio per sorprendere; la scena davanti allo specchio di cui non vi svelo il contenuto è probabilmente il suo momento più libero e più riuscito. 

 

Oltre alla fotografia c'è da lodare il lavoro sul reparto sonoro, che a volte non dà appigli al pubblico per capire cosa sta ascoltando e che va in contrasto con ciò che si vede; le scene quasi mute composte di sguardi, silenzi e gesti sono senza dubbio tra le più potenti: Sorogoyen sa che ci sono cose che non vanno dette e quando si fida di quella consapevolezza il film tocca vertici altissimi.

 

El ser querido (The Beloved) è uno dei film che più mi è piaciuto nei miei anni di frequentazione del Festival di Cannes

Un'opera sul Cinema che usa il Cinema con assoluta padronanza, degna di stare in compagnia di Effetto notte di François Truffaut, con qualcosa di oscuro e inquieto che la avvicina a L'occhio che uccide di Michael Powell e mi rendo perfettamente conto di che nomi ho citato. 

 

Rodrigo Sorogoyen merita a mio avviso un premio importante, Javier Bardem merita ogni premio esistente, noi spettatori meritiamo di vederlo al più presto nelle sale italiane.

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