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Obsession è un film che fa quasi ridere da quanto fa paura: in sala ti trovi a ridere, anche a voce alta, per cercare di sdrammatizzare, tipo strategia di coping.
Avete presente quando state per piangere ma, per qualche strano motivo, finite per scoppiare a ridere?
Qui succede qualcosa di simile: una reazione opposta a quella vera per non lasciarsi travolgere.
Il film di Curry Barker raggiunge livelli di inquietudine, strisciante ed esplicita, così intensi da diventare quasi difficili da sostenere, come se non bastassero le immagini e le sensazioni che ti restano appiccicate addosso a lungo, come un sudore troppo freddo o una pelle d'oca che non passa più; un'opera disturbante, terribilmente attuale, che parla di maschi pavidi senza spina dorsale e di donne oggetto di un desiderio asfittico, "vedere, ma non toccare, grazie".
[Il bastoncino dei desideri di Obsession]
Obsession parla di Bear ed è subito nomen omen: un ragazzo orsacchiotto, tenero, timido e impacciato innamorato da sempre della sua amica Nikki.
Non sappiamo se lei lo ricambi oppure no anche perché Bear, ovviamente, non si è mai dichiarato eppure è l'unico che la capisce.
Fra loro in effetti sembra esserci più di un'amicizia, ma perché avere coraggio nella vita? Meglio affidarsi al misterioso Bastoncino dei Desideri: basta spezzarlo e dire ad alta voce il proprio desiderio.
"Voglio che Nikki mi ami più di ogni altra cosa".
Bear non ci crede neanche troppo, d'altronde chi ci crederebbe?
Siamo le generazioni dei tarocchi e dell'astrologia, ma questo è troppo anche per noi.
L'incantesimo però funziona immediatamente: Nikki, catapultata in una totale confusione mentale, inizia a comportarsi in modo strano, ma soprattutto inizia a amare Bear più di ogni altra cosa. Fin qui sembra tutto bellissimo, ma in realtà… è davvero così?
Il vero nodo di Obsession sembra essere proprio l'idealizzazione delle persone che crediamo di amare e la loro conseguente oggettificazione. Spesso non ci innamoriamo davvero dell'altro per ciò che è, ma per il ruolo che immaginiamo possa avere nella nostra vita, per il vuoto che potrebbe finalmente colmare.
Così l'amore smette di essere amore e diventa possesso: non desideriamo la libertà dell'altra persona, ma la sua presenza costante, il suo controllo, la certezza che ci appartenga.
Il film trasforma questa dinamica in un horror che, seppur fantasy, presenta dinamiche molto realistiche, nonostante siano spinte all'estremo e all'esaperazione; ci mostra quanto possa diventare inquietante un sentimento che, invece di accettare l'altro nella sua complessità, pretende di piegarlo ai propri bisogni.
[Obsession: Michael Johnston e Inde Navarrette]
La cosa peggiore è che Bear non ne è ignaro.
Lui si rende conto di ciò che sta accadendo alla sua migliore amica, è più che consapevole del male che lui - seppur inizialmente in modo involontario - le sta infliggendo, eppure cerca di giustificare la situazione autoconvincendosi che in fondo sia normale, che se lo merita, perché cosa c'è di male a essere amati più di ogni altra cosa?
La verità è che l'amore tossico di cui è caduta vittima Nikki non nasce dal nulla, ma da un bisogno egoistico travestito da sentimento puro.
Questo passaggio rende la storia attuale: il film parla di una cultura in cui spesso l'amore viene confuso con la dipendenza emotiva, con il bisogno costante di attenzioni, conferme e presenza assoluta.
Obsession estremizza tutto questo attraverso l'horror, ma il disagio che mette in scena è profondamente reale: ora più che mai dobbiamo imparare a distinguere l'amore dal possesso, perché amare qualcuno non significa consumarlo, controllarlo né renderlo indispensabile alla propria felicità, ma accettarne l'autonomia, i limiti e perfino la possibilità di allontanarsi.
Quando questa libertà viene negata persino un sentimento puro può trasformarsi in qualcosa di distruttivo.
[Inde Navarrette in una delle scene più inquietanti di Obsession]
L'horror è il genere che meglio riesce a indagare i traumi e i mostri della nostra società, una lente d'ingrandimento capace di amplificare paure collettive e pericolose fragilità emotive.
Grazie a trasfigurazioni, metafore, simboli e racconti estremi, molti registi in questi anni ci hanno parlato di perdita dell'identità, relazioni malate, alienazione e crisi sociali.
L'horror è uno specchio deformato ma lucidissimo della contemporaneità, che dietro il sangue, l'angoscia e il soprannaturale riesce meglio di qualsiasi altra cosa a raccontare e rappresentare la realtà.
Obsession utilizza jumpscare e suspense in modo raffinato, ma sono soprattutto il sonoro e la musica a rendere davvero travolgente il senso di orrore che proviamo di fronte a questa storia.
Le relazioni fra i personaggi sono a mio avviso scritte molto bene, perché sono soprattutto gli amici di Bear a metterci di fronte all'assurdità e alla pericolosità della situazione, diventando lo sguardo lucido che il protagonista rifiuta di avere su di sé.
Dietro la macchina da presa Curry Barker sfoggia una regia misurata, capace di costruire tensione con pochi elementi, ma con un controllo notevole del ritmo e dello spazio e il film alterna momenti di ironia quasi grottesca a scene profondamente disturbanti, senza mai perdere compattezza narrativa.
La nuova reginetta dell'horror Inde Navarrette è spaventosamente perfetta e riesce a mescolare forza, fragilità, tenerezza e terrore nello stesso sguardo; la sua presenza scenica cambia continuamente nel corso del film, riuscendo a passare da corpo indifeso e invisibile a presenza pesante e ingombrante.
Molto convincente anche Michael Johnston nei panni di Bear, personaggio difficile da interpretare perché costantemente sospeso tra vittima e carnefice; il giovane attore già visto in serie e produzioni note come Teen Wolf e The Orville, riesce a dare al protagonista una vulnerabilità autentica e una contraddizione interna che rende ancora più coinvolgente la sua deriva emotiva.
Obsession è un racconto amarissimo sull'incapacità di riconoscere i limiti tra amore, dipendenza, ossessione, controllo e possesso: è un film che parla dell'incapacità di amare quando si pensa di amare troppo.
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