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Anaconda - Recensione: la nostalgia ci stritolerà tutti

Tom Gormican tenta di omaggiare e al contempo dissacrare un grande cult degli avventurosi anni '90 attraverso un meta-reboot che punta tutto sulla risata, dimenticandosi di mordere con la dovuta serietà

Titolo originale: Anaconda
Genere: Avventura, Azione, Commedia
Regia: Tom Gormican
Sceneggiatura: Tom Gormican, Kevin Etten
Cast: Jack Black, Paul Rudd, Thandiwe Newton
Distribuzione: Eagle Pictures
Uscita Italia: 5 febbraio 2026
Durata: 99 minuti
Paese: USA

 

Semplicemente Anaconda, nulla di più e nulla di meno.

 

Nessuna specifica, sottotitolo o eventuale numerazione che possa svelarne una qualche sequenziale discendenza.

D'altronde, così come impone la regola non scritta sdoganata dai nostalgici legacy sequel che oggigiorno affollano i nostri grandi e piccoli schermi, le origini vanno sicuramente omaggiate ma, se possibile, mai troppo sbandierate.

 

Insomma: il passato è passato e come tale va trattato. Il presente, al contrario, anche quando mostra di prendere le mosse dal passato, in un modo o nell'altro deve per forza di cose essere sdoganato come fresco e "originale", anche quando puzza di stantio dalla punta del muso a quella della coda.

Avete presente quello zio un po’ alticcio che, nel pieno di un cenone di capodanno particolarmente movimentato, nel suo voler apparire simpatico a tutti i costi finisce in realtà per risultare solamente molesto per non dire anche imbarazzante?

Ebbene, giunto in fondo ai cento minutini tondi tondi di questo stranissimo Anaconda è più o meno questa la sensazione che mi ha avvinghiato le viscere con la stessa asfissiante forza del pixelato serpentone che ne è di fatto co-protagonista.

 

In realtà, più che fastidio, quel che mi ha lasciato genuinamente perplesso al cospetto dell’ultima cinematografica fatica di Tom Gormican è stata l’incapacità – quantomeno mia, sia chiaro – di decifrare cosa questo strambo oggettuculo filmico non meglio identificato volesse realmente essere.

 

[Trailer ufficiale di Anaconda]

 

 

Un reboot in salsa (trash) comedy del cultissimo survival-monster diretto nel giurassico 1997 da Luis Llosa? La parodia stessa di un reboot? Oppure, in linea con l’andazzo degli ultimi metanarrativi tempacci, forse forse una riflessione sullo stato della nostalgia di celluloide nel pieno della società post-Scream e post-dignità?

 

Di tutto un po', verrebbe da dire; con il risultato che, al di là di qualche involontario sorriso di pancia generato dal vedere un Jack Black in pieno over the top intento a farsi urinare addosso e a correre a gambe levate per il fitto della giungla con un ratto morto in bocca e un facocero urlante sul groppone, il suddetto Anaconda mi pare avere ben poche frecce da poter scoccare dal proprio fragilissimo arco.

 

Un arco, quello narrativo, che vede impiegato un tridente demente imbevuto di too much fino al midollo e composto nientemeno che dal sopracitato Mad Jack, dal belloccio Paul Rudd e dallo svarionato Steve Zahn, rispettivamente nei panni di un registucolo di matrimoni con ben altre aspirazioni, di un attore televisivo senza alcun particolare talento e del solito tontolone maestro di baldorie.

Tre amiconi alquanto svalvolati, nonché accomunati a tal punto dalla viscerale passione per il grosso e grasso Cinema di cassetta maturato a cavallo dell’attempata Generazione X e della spensierata età Millennial, da riuscire non si sa come né perché a ottenere i diritti di sfruttamento nientemeno che del fu unico, vero e glorioso Anaconda.

 

Sì, esatto: proprio quello uscito in pompa magna quando Bill Clinton sedeva per la seconda volta allo scranno della Casa Bianca giusto un attimo prima che la suddetta venisse incenerita dall'alieno laserone di Independence Day.

 

 

["Quattro amici, un serpentone e un funerale": Anaconda]

 

 

Che fare dunque con un così succulento copyright fra le mani?

 

Forse, la butto lì, dopo aver imbracciato armi, bagagli e una cinepresa d’occasione, converrà infrattatsi di corsa fra le amazoniche insidiose verzure per mettere in scena, con tanto cuore e pochissimo talento, un fragrante e casereccio rifacimento di uno dei più cari fra i filmici sogni bagnati di gioventù, che ve ne pare?

 

Inutile dire che i nostri Magnifici Tre - ai quali si uniranno la fedele compagna di merende Claire (Thadiwe Newton), l’indecifrabile ammaestratore di rettili Carlos (Selton Mello) e la misteriosa noleggiatrice d’imbarcazioni Ana (Daniela Melchior) - si ritroveranno ben presto muso a muso con lo strisciante, sibilante e azzannante oggetto extra large del loro maldestro riprendere.

 

Un vorace serpentone in CGI deciso a rubare totalmente la scena, oltre che qualche bel pezzo di umana carne, tanto dentro quanto fuori dallo schermo.

 

 

[Jack Black e Paul Rudd amici per la morte in Anaconda]

 

 

Il mito di King Kong sotto squamate spoglie incontra dunque il decerebrato spirito giocoso di Un film Minecraft e il ridanciano avventurismo dei Jumanji 3.0 in questo nuovo Anaconda, che come nei tre goliardici titoli appena citati vede in prima linea un Jack Black senza freni e, a dirla tutta, pure senza una precisa idea su dove far convergere il proprio personaggio oltre che la bussola dell’intero film.

 

Va detto tuttavia che l’espediente metacinematografico di base non sarebbe stato nemmeno così malvagio.

A patto ovviamente di non lasciarlo in balia di sé stesso così come di ritmo più altalenante che non propriamente indiavolato; rischiando di valicare in più occasioni i sani terreni della commedia “ignorante” per strabordare senza ritegno in una terra di nessuno nella quale slapstick di grado zero, un tripudio di azione volutamente caciarona e abbondanti dosi di citazionismo fine a sé stesso difficilemente potranno trovare una forma compiuta.

 

Osservando anche solo superficialmente la squamata pellaccia che ricopre codesto Anaconda non è difficile notare infatti la sua quasi perfetta aderenza ai canoni di quell'ammorbante e assai dannoso "effetto nostalgia" oggi tanto in voga in un panorama audiovisivo che, ogni qual volta si propone di omaggiare il passato, non si sa bene come o perché sceglie al serio i ben più comodi e ruffiani terreni del faceto.

 

 

[Jack Black ha un bel peso sul groppone da gestire in Anaconda]

 

Buttarla in vacca o buttarla alle ortiche?

 

Questo l'amletico dilemma che il buon Tom Gormican, dall'alto della sua responsabilità di regista e co-sceneggiatore, sembra dunque essersi posto nel momento stesso di concepire un prodotto indirizzato non si sa bene a chi e, soprattutto, tirato in ballo con non si sa bene con quale spirito.

Troppo grossolano per garbare a un pubblico family, troppo "professionale" per trash-inare in sala i paladini della serie Z e, ultimo ma non ultimo, non sufficientemente disposto a dare il giusto spazio a quel Supremo Rettilone che avrebbe potuto scodacciare il tutto verso una dimensione gustosamente splatterosa.

 

Quantomeno sulla carta, infatti, questo Anaconda vorrebbe tanto essere il goliardico racconto di un'amicizia nata, cresciuta e demenzialmente deragliata attorno alla passione per la celluloide di seconda mano; partendo dallo spirito tutto sommato infantile del Be Kind Rewind di Michel Gondry per poi trasformarsi in un Welcome to the Jungle nel quale il vero timore non è dato da colui che striscia e sibile fuori campo per gran parte del minutaggio, quanto piuttosto dal non saper bene che pesci pigliare e, cosa più importante, dove si andrà infine a parare.

 

Poiché dunque il serpente, così come d'altronde il celeberrimo pesce di qui sopra, puzza sempre dalla testa, è proprio al Master And Commander Tom Gormican che, volenti o nolenti, siamo costretti a tornare per tentare di dare un senso alla cafonissima deriva di un'operazione che, come direbbe il buon Vasco, un senso pieno e compiuto forse forse non ce l'ha mai avuto.

 

 

[Chi non striscia Anaconda è!]

 

 

Colui che era riuscito a bilanciare con rara maestria muscoli e risate all'interno de Il talento di Mr. C e che nel recentissimo Un piedipiatti a Beverly Hills: Alex F. aveva abilmente gestito l'infingardo "effetto nostalgia".

 

Trovatosi ingabbiato fra le spire del fu serpentello dalle uova d'oro di casa Sony pare aver dunque vissuto appieno Quel momento imbarazzante con il quale aveva convintamente esordito ormai un decennio fa; incapace, per quanto mi riguarda, di gestire un plateau di caratteristi uno più esagitato dell'altro e di condurli agilmente attraverso le mille insidie di un mal assortito Tropic Thunder dal pluviale cuoricino.

Per carità, siamo lontani anni luce dalla zona retrocessione nella quale entità come la Asylum e consimili da anni ormai sguazzano allegramente e, mi verrebbe da dire, con ben più onesti e consapevoli risultati.

 

Ciononostante è impossibile non prendere atto di come, più che all'immaginario solido e patinato del grande Cinema di consumo all'ombra di Hollywood, lo strabico e vispo occhietto di Anaconda guardi con una certa insistita simpatia proprio a quel voglio-ma-non-posso che, quantomeno a livello narrativo, un suo perché potrebbe qui ancora avercelo.

 

 

[Paul Rudd scruta la trashata all'orizzonte in Anaconda]

 

"Potresti essere il nuovo Jordan Peele bianco!".

 

Questa l'azzardata sentenza che viene appioppata da Mr. Rudd a Messer Black nel momento in cui il nostro, così come ogni erede di Ed Woods che si rispetti, si troverà costretto a fare di necessità virtù; piegando il surreale qui e ora allo spirito di una Settima Casereccia Arte che, tra loschi intrallazzi criminali, furti di pepite d'oro e biscioni assassini acquattati fra le fresche pluviali frasche, attende solo l'incursione di due guest star del calibro di Ice Cube e Jennifer Lopez per poter creare il necessario trait d'union fra passato e presente, fra sacro e profano.

 

O, se mi avete seguito sin qui, per l'appunto fra il serio e il faceto.

 

Vista la filmica zona retrocessione nella quale da parecchio tempo ormai lo si vede desolantemente anaspare, mi sono seriamente stupito di non ritrovare fra le pieghe e le reiterate gag di questo Anaconda anche quel Jon Voight che dell'immortale capostipite fu il primo e più convincente villain.

 

In un fake reboot che mostra di aver ben più da spartire con i sequel direct-to-video a costo quasi zero che l'hanno spremuto fino al midollo, piuttosto che con i suoi due primi cinematografici capitoli, direi che il problema delle comparsate o dei camei in odor di fan service non dovrebbe nemmeno porsi, giusto?

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