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I Classici Disney: Introduzione

Che senso ha parlare dei Classici Disney oggi? Per dirci che le cose erano meglio come si facevano una volta? No.

Che senso ha parlare dei Classici Disney oggi? Per dirci che le cose erano meglio come si facevano una volta? No. 

 

 

La nostalgia ha devastato l’industria culturale.

Nelle opere migliori la derivazione, l’influenza o la citazione sono sempre esistite, ma erano al servizio di un’idea innovativa, non erano mai la portata principale del pasto. 

 

La pratica che ha preso piede nel cinema mainstream negli ultimi anni, invece, è di riproporre all’infinito quelle idee che hanno funzionato in passato mettendole in scena con tecniche moderne.

Il culmine di questa pratica malata sono i rifacimenti pedissequi dei classici Disney in live action.

 

Che senso ha un’operazione del genere?

 

 

 


All’interno della Disney, tra gli addetti ai lavori, i film, i personaggi e tutto ciò che viene prodotto all’interno della società viene chiamato “property”, cioè proprietà.

 

Su qualsiasi immagine, fissa o animata, che viene data in pasto al pubblico per scopi pubblicitari viene apposto il bollino “© Disney”.

 

È arcinota la cattiveria legale con cui la Disney difende il proprio marchio.

 

Alla luce di questo è facile immaginare il motivo dei remake live action dei loro classici: i soldi.

Qualcuno potrebbe obiettare:

“Ma la Disney ha già tanti soldi, che bisogno aveva di fare questi remake?”

 

Beh, ma chi ha già tanti soldi ha solo una preoccupazione nella sua vita: fare ancora più soldi.

Se sei una società di capitali il tuo unico scopo è di massimizzare il profitto.

Se il tuo capitale è tutto l’immaginario occidentale degli ultimi cento anni, lo sfrutti fino all’osso riproponendolo in tutte le salse.

Minimo sforzo, massima resa.

 

Il resto è tutto lavoro di marketing, un reparto che ha di fatto preso il posto del produttore cinematografico.

 

Va da sé che, in un contesto produttivo del genere, quello che un tempo era la star, cioé il creativo, qui è svilito a mero operaio cognitivo inserito nella catena di montaggio dell’intrattenimento.

 

 



In una società come la nostra, devastata dalla competizione, assurta a unico mantra nel rapporto con l’altro invece della cooperazione e della solidarietà, l’unica gioia possibile è rifugiarsi nel calore dell’infanzia.

 

Rivivere quelle antiche emozioni felici ci dà sollievo dalle nostre vite disagiate.

Ripercorrere quelle storie di cui già sappiamo il finale rappresenta l’unica certezza in un mondo sempre più precario.

 

Chi ha il copyright della nostra infanzia è colui che possiede la nostra mente e il nostro cuore.

E nell’immaginario collettivo, oltre alla Disney, gli altri due grandi marchi che, come in una religione, vengono venerati dai fan, sono la Marvel e Star Wars, comprati entrambi dalla stessa Disney.

Si è compiuta così la definitiva metamorfosi da casa delle idee a dittatura dell’immaginario nostalgico occidentale.

 

Tuttavia c’è stato un tempo in cui le logiche di produzione erano dettate prima di tutto dalla creatività e dall’innovazione.

 

Erano i tempi in cui un giovane Walt Disney riuscì a racimolare i soldi per prendere un biglietto di un treno diretto a Hollywood, California, per trasferirsi da suo fratello Roy, mettendosi a produrre cortometraggi nel garage dello zio Robert.

 

Nel corso degli anni, molte volte Walt ha rischiato di andare in bancarotta, investendo nelle sue produzioni più di quanto guadagnasse.

Non solo agli inizi della sua carriera, ma anche quando era già un produttore affermato.

 

Perché credeva nelle sue idee, perché per lui fare un film bello era più importante di accumulare capitale. 

 

 



Ha senso parlare dei Classici Disney oggi.

 

Perché ripercorrere la storia dei Classici vuol dire ripercorrere la storia economica e politica dell’America, e quindi di tutti noi.

Per riscoprire che le emozioni dei film prodotti da Walt Disney quando era in vita non erano legate alla nostalgia, ma all’innovazione del linguaggio cinematografico e della tecnica.

 

Guardare al passato per capire come inventare il futuro; non grazie ai burocrati degli uffici marketing, ma grazie al genio di un uomo che è stato definito da Sergej Ejzenstejn

“Il più grande contributo all’arte in America”.

 

E, scelta non scontata, il volto che Disney ha scelto per iniziare la sua rivoluzione è quello di una giovane donna: Biancaneve

Chi lo ha scritto

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1 commento

Daniele Besana

5 anni fa

Questo tuo commento ha confermato tutto il mio interesse per la rubrica, grande!

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