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Dieci anni di Nebraska: in viaggio con Woody e David

Il film di Alexander Payne spegne 10 candeline: lo abbiamo rivisto per celebrare un autore che ha saputo costruire una poetica fra dramma e commedia, ora al cinema con The Holdovers - Lezioni di vita

Presentato al Festival del Cinema di Cannes 2013 in concorso per la Palma d'oro Nebraska è uscito nelle sale italiane il 16 gennaio dell'anno successivo, portando sullo schermo una storia di viaggio tenera e malinconica, punteggiata di fine umorismo.

 

Girato interamente in bianco e nero, il film segue la storia di Woody (Bruce Dern): un padre di famiglia con problemi di alcolismo che, ormai varcata la soglia della senilità, decide di recarsi in Nebraska per ritirare un supposto premio di un milione di euro, di cui gli è stata notificata la vincita per posta.

 

Con lui, lungo tutto quello che fin da subito si presenta come un road movie, c'è il figlio minore David (Will Forte), incapace di convincere il padre dell'inesistenza del premio (trattasi di semplice scam pubblicitario) e di trovare altra soluzione per placarlo se non quella di partire con lui dal Montana e portarlo a destinazione, per mettere fine alla faccenda.

 

[Il trailer originale di Nebraska]

 

 

Su queste basi Payne, che per la prima volta dirige un lavoro sceneggiato da altri (Bob Nelson), imposta un film che condensa l'emozione non nei toni forti e nei grandi accadimenti, ma nelle sfumature e nei minimi smottamenti emotivi, come già accadeva in Sideways - In viaggio con Jack, altri dieci anni prima.

 

La rinuncia al colore in Nebraska, tanto osteggiata dalla produzione e difesa dal regista, abitua fin da subito l'occhio alla ricerca dei contrasti, delle zone grigie, di orizzonti sfumati che diventano protagonisti della fotografia e riproducono visivamente i delicati rapporti fra i personaggi.  

 

- Does he have Alzheimer's? 

- No, he just believes what people tell him. 

- That's too bad.

 

- Ha l'Alzheimer suo padre?

- No, crede a quello che gli dice la gente.

- Non è un bene. 

 

 

[La famiglia Grant di Nebraska al completo: da sinistra David (Will Forte), Woody (Bruce Dern), Kate (June Squibb) e Ross (Bob Odenkirk)]

 

 

L'anima di Nebraska è tutta nel nome.

 

Paesaggi esteriori e interiori riverberano gli uni con gli altri: mentre le aree rurali del Midwest scorrono placide dal finestrino, gli animi si scontrano per poi addolcirsi, fino all'avvicinarsi della destinazione. 

David guida verso la città di Lincoln, verso il premio che non esiste, Woody si fa trasportare lungo un percorso a tappe in cui ogni fermata funziona da catalizzatore che svela, modifica e arricchisce il rapporto fra padre e figlio, fra Woody e se stesso, fra entrambi e la propria famiglia.

 

Il film inizia con Woody che arranca al bordo di un'autostrada, ciondolante e affaticato, deciso a recarsi in Nebraska a piedi e senza l'aiuto di nessuno.

Già da subito, quindi, siamo immersi nel tono della commedia, ma è verso la metà del film che questa sottile, indurita leggerezza esplode e ripaga veramente lo spettatore, ovvero quando David e Woody sostano per qualche giorno a Hawthorne, città da cui Woody e Kate, sua moglie, provengono.

Qui vecchie conoscenze e lontani parenti vengono a scoprire della lettera che Woody porta con sé e lo avvicinano per tentare di riscuotere presunti vecchi crediti, dando finalmente a David un motivo esplicito ed evidente per schierarsi al fianco del padre, difendendolo.

 

Situazioni comiche, grottesche e deprimenti si alternano, si sovrappongono, fino a creare una commistione dolceamara che fa ridere ma solo a denti stretti, ed emoziona senza sbrodolamenti.

 

Dove non arriva la fotografia in Nebraska arriva il dialogo e viceversa: gran parte delle punchline vanno a bersaglio e ogni tanto la regia ci regala quadri in grado di incamerare la fuggente vastità delle aree rurali tanto amate dal regista; iconico il campo lungo in cui padre e figlio si regalano il tempo per svuotare la vescica sul bordo della strada, uno accanto all'altro. 

 

- There's Woody's little sister, Rose. She was only nineteen when she was killed in a car wreck near Wausa. What a whore! 

- Mom! 

- Nah, I liked Rose, but my God, she was a slut.

 

- Questa è Rose, la sorellina di Woody. Aveva solamente 19 anni quando è morta in un incidente stradale a Wausa. Che gran troia.  

- Mamma! 

- Nah, mi piaceva Rose, ma Dio se era una bagascia... 

 

 

[Una scena di Nebraska: Woody e i parenti guardano la televisione, scambiandosi frasi di circostanza]

 

 

Il padre scorbutico e sempre in fuga, la madre attempata ma combattiva e il figlio un po' inetto ma sempre disponbile, che vive all'ombra del successo televisivo del fratello più grande: presentati così, i personaggi principali sembrerebbero figure appena sbozzate, quasi insufficienti, ma Nebraska sa lavorare di fino, inanellare particolari che trasformano i personaggi in persone. 

 

Persone che, in quanto tali, sembrano indescrivibili se non attraverso il racconto di una storia: proprio per quello esiste il film, che chiede di essere vissuto a mente libera, senza cercare morali o particolari messaggi che lo infiocchettino. 

Non a caso proprio il regista, in un'intervista in cui gli si chiedeva un indizio sulla visione d'insieme dietro Nebraska, rispondeva (scusandosi) di non saper rispondere, non perché volesse nascondere qualcosa al pubblico ma proprio perché, a detta sua, se avesse saputo esprimere a parole gli istinti che lo hanno portato a scegliere quella sceneggiatura e a dirigerla come l'ha diretta, non ci sarebbe stato bisogno di farne un film.

 

Una cosa, però, Alexander Payne l'ha rivelata: non ama la violenza, per questo ha scelto di dirigere un'opera come Nebraska, che ha il suo climax in un atto di gentilezza non scontato, non retorico, visibile e quindi cinematografico, oggettificato in un cappellino con la scritta "Prize winner". 

 

- I can give you a free gift. Would you like a hat or a seat cushion? 

- Dad? Do you want a hat or a seat cushion? 

- I'll take a hat.

 

- Posso darvi un omaggio. Preferisce un cappellino o un cuscino? 

- Papà? Vuoi il cappellino o un cuscino? 

- Prenderò il cappellino. 

 

 

[Il regista di Nebraska Alexander Payne sul set con Bruce Dern]

 

 

Alexander Payne è sicuramente un regista di grande intelligenza, che negli anni ha dimostrato di saper galleggiare fra l'umorismo sprezzante e lo sguardo sincero di chi legge una storia, se ne innamora e vuole farne un film che vada dritto al punto.

 

A 10 anni dall'uscita Nebraska rimane un prodotto estremamente godibile, ricercato ma non ostico, insieme tenero e tagliente; un film a cui pensare come si pensa a un caro amico che non si vede da tempo. 

Per fortuna, in questo caso, ritrovarsi è facile: basta uno schermo, un paio di ore da spendere e un pizzico di voglia di mettersi in viaggio.

 

- Well, why did you have kids, then? 

- I like to screw, and your mother's a Catholic, so you figure it out.

 

- Beh, allora perché hai fatto dei figli? 

- A me piace scopare e tua mamma era cattolica, ecco perché.  

 

[articolo a cura di Simone Beretta]

 

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