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The Son - Recensione: di padre in figlio - Venezia 2022

La recensione di The Son, film diretto da Florian Zeller in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia

The Son, ma anche The Father.     

 

Florian Zeller approda in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia seguendo l’impostazione teatrale del film con protagonista Anthony Hopkins, attraverso uno stile però più classico, guardando al dramma duro e puro.

 

“Nulla è come sembra” recitava il brutto sottotitolo italiano dell’esordio del regista francese, un avvertimento che preannunciava una struttura non lineare, figlia della malattia di cui soffriva il personaggio che è valso a Hopkins il suo secondo Premio Oscar.

 

[Il trailer di The Son]

 

 

La sceneggiatura di The Son mette sempre al centro del racconto una problematica familiare scaturita da un problema di salute, questa volta però a esser colpito è - come si può immaginare - il figlio. L’articolo determinativo di entrambi i titoli dei lavori di Florian Zeller sembra esser utilizzato per ribadire la centralità del ruolo trattato, una sorta di analisi sotto diversi punti di vista delle varie figure del nucleo domestico.

 

The Son è incentrato su Nicholas (Zen McGrath), un ragazzo adolescente che ha sofferto particolarmente per il divorzio dei genitori. Separatosi dalla madre Kate (Laura Dern) per andare a vivere dal padre (Hugh Jackman), Nicholas proverà a riprendere in mano la propria burrascosa vita.

 

C’è una sostanziale differenza tra i due film del regista inglese: se tutti sono ovviamente dei figli, non tutti possono o vogliono essere dei padri.

La domande che ci si pone in The Son perciò è una: chi è IL figlio di cui si parla?

 

Florian Zeller costruisce un dramma basandosi su questa premessa, analizzando i sensi di colpa che si trascinano di generazione in generazione.

 

 



 

“Non capisco da dove arrivi tutta questa tristezza" dice con le lacrime agli occhi Nicholas: una frase che catalizza tutte le ferite di un trauma derivato dal comportamento del padre. Per questo il film è sia The Son, sia The Father perché i due ruoli sono uno la proiezione dell’altro, immagini speculari che possono mutare a seconda delle parole dette o non dette, della presenza o non presenza.

 

Non è un caso perciò che la fotografia di Ben Smithard sia tutta giocata sui toni freddi, alimentata dall’appartamento asettico del protagonista.

 

L’uso che Florian Zeller fa degli spazi perciò è funzionale a dimostrare il distacco fisico ed emotivo tra Nicholas e Peter, un rapporto apparentemente caloroso sepolto da una patina che veste gli abiti di una giacca elegante e trova conforto in una stretta di mano da uomini d’affari.

L’intreccio narrativo si introduce nei legami umani pronti ad esplodere, seguendo una linearità che, seppur prevedibile, nel suo svolgimento riesce a coinvolgere emotivamente - aspetto fondamentale per questo genere di film - chi guarda.

 

In certi momenti accade che Zeller calchi la mano sul dramma, sia dal punto di vista registico - attraverso ripetuti zoom su visi in lacrime - sia della scrittura, mediante un didascalismo verbale volto a imporre allo spettatore determinati stati d’animo. Nonostante ciò The Son riesce a replicare la potenza drammatica di The Father, anche grazie a degli interpreti perfetti nei rispettivi ruoli.

 

Hugh Jackman in particolare guarda da vicino la candidatura ai Premi Oscar fornendo una prova le cui sfumature sono giocate tutte sui mezzi toni della voce, sopprimendo quella fisicità prorompente a cui siamo abituati. Il suo è un ruolo sfaccettato caratterizzato da molti momenti drammatici che lo vedono duettare con il sorprendente Zen McGrath.

 

 

[Quella vista in The Son è tra le migliori prove di Hugh Jackman]

 

Non era facile trattare la tematica della malattia di un figlio senza cadere nei facili luoghi comuni: The Son ci riesce egregiamente fino ai suoi ultimi dieci minuti. Zeller, forse per paura o poco coraggio, ha infatti costruito un finale - a mio avviso - sbagliato sotto molti punti di vista.

 

Senza addentrarci in spinosi spoiler, la scelta da parte del regista di sottolineare un avvenimento che era chiaro sin da subito mediante due scene addizionali si è rivelata una mancanza di fiducia nei confronti dell’intelligenza dello spettatore.

 

Un vero peccato, visto che parliamo di un film che ribadisce le capacità di Florian Zeller di addentrarsi nei rapporti umani suonando egregiamente le corde delle nostre emozioni, nonostante qualche nota stonata su cui però si può ancora lavorare.

 

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