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The happiest man in the world - Recensione: Sarajevo in una stanza - Venezia 2022

The happiest man in the world è l'ultimo film della regista macedone Teona Strugar Mitevska, opera che segue quel piccolo caso cinematografico che è stato Dio è donna e si chiama Petrunya.

 

Grazie a questo gioiello presentato alla Berlinale 2019 la regista macedone si è ritagliata prima una retrospettiva in uno dei principali festival nostrani, il Torino Film Festival, e successivamente il passaggio in sala della sua creatura.

 

Il sesto lungometraggio della regista quarantottenne, fresca vincitrice del Premio Lux conferito dal Parlamento Europeo, è così arrivato nella sezione Orizzonti della 79ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e con quest'opera - se possibile - supera il film che l'ha portata all'onore delle cronache tre anni fa.

 

 

[Le sette coppie e le due facilitatrici che compongono il cast di The happiest man in the world]
The happiest man in the world 

 The happiest man in the world 

Gli eventi di The happiest man in the world, nella loro semplicità, possono essere visti come un vero e proprio esperimento sociale raccontato al Cinema: un gruppo di cittadini bosniaci si incontra in un albergo di Sarajevo per trovare l'amore e, raccontandosi, mettono a nudo la propria natura.

 

Le coppie - già definite in precedenza - devono imparare a conoscersi lungo un'intera giornata mentre le due facilitatrici le guidano attraverso vari giochi e attività; aprendosi con i rispettivi partner questi sette incontri ci raccontano il vero interesse tematico della regista: mostrare i diversi gruppi sociali che compongono la Bosnia odierna.

 

Uno degli accoppiamenti è formato da Asja (Jelena Kordic Kuret) e Zoran (Adnan Omerovic): due quarantenni infelici e riservati che si riveleranno i veri simboli del film e della storia della guerra civile che ha segnato Sarajevo e tutta la ex-Jugoslavia.

 

 

[Asja e Zoran nella scena in cui il loro passato comune esce in tutta la sua drammaticità]

The happiest man in the world 

 The happiest man in the world

Sin dall'inizio i due non mostrano particolare affinità e soprattutto Zoran sembra essere estremamente refrattario rispetto l'idea di partecipare a questo gioco delle coppie; a poco a poco la vera causa di questa reticenza emerge: un evento del loro passato rende inevitabile questa iniziale distanza.

 

La donna scopre così che il suo partner aveva partecipato all'assedio di Sarajevo nello schieramento anti-bosniaco e che, durante l'atroce mattanza avvenuta in quei quattro anni, si era trovato a sparare proprio contro la casa di Asja, ferendola.

Le cicatrici del passato ancora visibili sul corpo della donna, la ricerca di assoluzione e la violenza generata da un trauma così forte - e non ancora interiorizzato - prendono quindi il sopravvento e il film si ribalta completamente: l'iniziale giocosità si tramuta nella rabbia e nel rancore della protagonista.

 

La furia della donna prende il centro della scena e la regista è bravissima nel seguirla con la camera e portare con sé gli spettatori.

 

"Cosa ci definisce: etnia, religione, genere? Cosa ci unisce o divide? 

Questa è una storia sulla precarietà della vita, sugli incontri casuali che mettono di fronte aggressore e vittima, rivivendo un passato doloroso; questa è una storia su connessioni impossibili, amore e assurdità". 

Così la regista descrive The happiest man in the world.

 

Raccontando il suo film Teona Strugar Mitevska ci mostra la chiave di lettura più interessante e importante del film: la caratterizzazione di un'intera popolazione così eterogenea e conflittuale, come quella bosniaca, in una stanza.

 

 

[La regista di The happiest man in the world Teona Strugar Mitevska]

The happiest man in the world 

 The happiest man in the world

Con poche scelte registiche e i piccoli giochi che gli aspiranti innamorati si trovano a fronteggiare la regista macedone riesce a mostrare tutti i diversi gruppi sociali, economici, etnici, demografici e religiosi che compongono la popolazione bosniaca.

 

In particolare la capacità di sfruttare dettagli e primi piani, unite ai gesti impercettibili e alle parole dei vari personaggi permettono una caratterizzazione quasi istantanea: pochissime macchiette e una capacità di stilizzazione dei vari gruppi riuscitissima. 

 

La regista - e autrice insieme a Elma Tataragic - sveste pian piano le sue cavie delle barriere e delle facciate che si sono costruiti e mette a nudo tutta la loro umanità, non scadendo mai nell'esplicitazione antinarrativa, ma riuscendo anzi a dare varietà e tridimensionalità.

 

Grazie a un'ottima scrittura, pur non approfondendo il background di ogni personaggio secondario, ognuno di essi sembra avere un suo interessante passato che lo guida all'interno del caos controllato di The happiest man in the world: nessuno pare mosso solo dalla sceneggiatura o dalla necessità drammaturgica.

 

 

[Le due facilitatrici insieme alla regista sul set di The happiest man in the world]

 

Le scelte scenografiche e costumistiche risultano poi in perfetta sinergia con questo fine sociologico e in particolare l'hotel estremamente anni '80 e kitsch - come le due moderatrici - aiuta moltissimo la Mitevska nel creare un vero e proprio microcosmo.

 

La bravura dell'autrice macedone fa sì che un limite autoimposto come la singola location diventi più un'opportunità per esasperare l'apertura continua dei personaggi che una scelta fine a se stessa, oltre a simboleggiare perfettamente un Paese intero.

 

L'esagerazione delle due moderatrici, di alcune attività e degli ambienti dell'albergo si amalgamano con i propositi più sociologici e drammatici del film grazie alla capacità, già mostrata in Dio è donna e si chiama Petrunya, di rendere organici e omogenei i cambi di registro e ritmo spesso presenti nell'opera di Mitevska.

 

 

[La liberazione di Asja in mezzo ai giovani]

The happiest man in the world 

 The happiest man in the world

Si passa dal grottesco al dramma storico, dal romantico all'immaginifico senza che l'unità del film ne risenta mai e, anzi, spesso questi cambi favoriscono la scorrevolezza e la fluidità del film.

 

Nonostante i propositi "alti", The happiest man in the world è un film estremamente fruibile e dinamico, tanto che la regista può ritagliarsi anche degli spazi per alcuni virtuosismi di ripresa che, invece di affossare l'opera, accentuano ancora di più questa briosità che la caratterizza.

Una costante di molto Cinema dell'est Europa che ci riporta anche al recentissimo Sesso sfortunato o follie porno in cui stili e toni diversissimi riuscivano a fondersi sapientemente. 

 

La fiducia nel futuro, nei giovani e in nuove generazioni capaci di mettersi alle spalle un passato così tragico, insieme a una visione naïf (ma estremamente sincera e speranzosa dell'amore), regalano uno spiraglio finale al dramma rappresentato dalla guerra civile.

 

Pur mantenendo la sua accuratezza e solidità, The happiest man in the world invece di risultare chiuso e senza speranza si apre al pubblico in una bellissima sequenza di ballo che, unita alla varietà e al ritmo eterogeneo del film, lo rende godibile per un ampio pubblico.

 

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