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Il Gattopardo: il ballo della Storia secondo Visconti

Nell’autunno del 1958 giungeva alla pubblicazione, dopo una complicata storia editoriale, Il Gattopardo.

 

Il manoscritto del nobile siciliano Giuseppe Tomasi di Lampedusa fu infatti rifiutato da diverse case editrici (fra le quali Mondadori, dopo essere stato giudicato negativamente da Elio Vittorini), prima di essere finalmente pubblicato da Feltrinelli.

 

 

[Lo scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa]

 

 

A intravedere le potenzialità letterarie e commerciali de Il Gattopardo fu l’autore Giorgio Bassani.

 

Non si sbagliò: nel 1959, due anni dopo la morte di Tomasi di Lampedusa, il romanzo vinse il Premio Strega, diventando in poco tempo uno dei primi best seller italiani con oltre centomila copie vendute.

Il produttore cinematografico Goffredo Lombardo, fiutato l’affare, acquisì i diritti dell’opera per trarne un film.

 

Lombardo non era un impresario qualsiasi: addirittura agli inizi del secolo scorso aveva fondato la Titanus, rinomata casa cinematografica che aveva raggiunto l’apice della fama nel secondo dopoguerra, quando finanziò e distribuì sia opere autoriali sia film commerciali, dalle commedie con protagonista Totò fino ai melodrammi strappalacrime di Raffaello Matarazzo.

 

[Il trailer de Il Gattopardo]

 

 

Il Gattopardo era dunque destinato a diventare un grande film, se assegnato a un grande regista.

 

Dopo le defezioni di Mario Soldati (fervente estimatore del libro) e di Ettore Giannini, il progetto fu affidato nel 1960 a Luchino Visconti, il quale si occupò anche della sceneggiatura insieme al fidato Suso Cecchi D’Amico e altri collaboratori esterni.

 

In quel periodo Visconti era senza dubbio il più grande regista italiano insieme a Federico Fellini e Vittorio De Sica, autore di alcuni capolavori come ad esempio Ossessione, film che nel 1943 aprì la felice stagione del Neorealismo italiano.

 

 

[Luchino Visconti sul set de Il Gattopardo: le riprese del ballo avvennero al Palazzo Gangi di Palermo]

 

 

Visconti aveva già lavorato con Lombardo: la Titanus aveva partecipato nel 1960 alla produzione di Rocco e i suoi fratelli, premiato alla Mostra del Cinema di Venezia col Leone d’argento per la Miglior Regia.

 

Il cineasta d’origine milanese inoltre non era nuovo neppure alla trattazione del Risorgimento italiano, tema centrale nell’opera di Tomasi di Lampedusa: pochi anni prima aveva diretto Senso, pellicola incentrata sul tragico amore fra una nobildonna italiana e un tenente dell’esercito austriaco, interpretati da Alida Valli e Farley Granger, alla vigilia della terza guerra d’indipendenza italiana.

 

Per quanto riguarda il cast il ruolo del Principe Fabrizio Corbera, personaggio principale de Il Gattopardo, andò alla star hollywoodiana Burt Lancaster, scelto da Lombardo anche per compiacere i finanziatori statunitensi di Fox, detentori dei diritti di distribuzione oltreaceano.

 

Visconti avrebbe voluto Laurence Olivier oppure Orson Welles, tuttavia irraggiungibili; Lancaster vinse infine le iniziali resistenze del regista, che lo riteneva inadeguato per la parte, mostrando grande impegno e dedizione sul set fino a interpretare in maniera del tutto convincente il Principe, galantuomo burbero e al contempo amabile, non privo di senso dell’ironia. 

 

 

[La presenza dei telescopi nello studio del Principe de Il Gattopardo non è casuale: Tomasi di Lampedusa per questo personaggio si ispirò al suo bisnonno, che arrivò a costruire un centro astronomico per le sue ricerche]

 

 

I ruoli altrettanto importanti di Tancredi Falconeri, nipote prediletto del Principe, e della bellissima Angelica Sedara, sua futura moglie, furono invece affidati ad Alain Delon e Claudia Cardinale, che avevano già recitato per Visconti proprio in Rocco e i suoi fratelli.

 

In parti secondarie appaiono abilissimi professionisti dello spettacolo italiano: Romolo Valli interpreta il gesuita Padre Pirrone, sacerdote di fiducia della famiglia Corbera; Lucilla Morlacchi veste i panni di Concetta, figlia del Principe innamorata di Tancredi; Paolo Stoppa è invece Don Calogero Sedara, potente sindaco del feudo di Donnafugata e padre di Angelica.

 

 

[Terence Hill e Giuliano Gemma, future star del western italiano, compaiono ne Il Gattopardo come compagni d’armi di Tancredi]

 

 

Il Gattopardo descrive, attraverso lo sguardo della nobile famiglia siciliana dei Corbera di Salina, un delicato momento della Storia italiana: la caduta nel 1860 del Regno delle Due Sicilie, governato dalla dinastia dei Borbone di Spagna, e la conseguente annessione del meridione al nascente Regno d’Italia sotto la guida di Re Vittorio Emanuele II.

 

Visconti non tradisce lo spirito del libro e lo segue, dove può, in maniera dettagliata.

 

La pellicola è in primis la cronaca di una morte annunciata: quella della classe aristocratica, soppiantata dal ceto borghese in un'ascesa ormai inarrestabile.

 

 

[L’assalto dei garibaldini a Palermo: le scene de Il Gattopardo ricordano celebri quadri dell’Ottocento, come ad esempio La Libertà che guida il popolo di Eugène Delacroix]

 

 

Il Principe di Salina e il suo clan familiare sono ormai dinosauri in via d’estinzione, un anacronismo pronto a essere spazzato via dalla Storia: un tempo serviti e riveriti, con la fine del Regno Borbonico devono cedere il passo a nuove forze nella società che sta nascendo.

 

Lo sa bene Tancredi, svelto a sposare immediatamente la causa garibaldina affinché tutto resti uguale (ossia il mantenimento dell'ordinamento monarchico) nonostante il cambiamento; lo sa bene anche Fabrizio, il quale con lungimiranza sacrifica l’amore della figlia Concetta per suo nipote preferendole la bellissima Angelica Sedara, figlia di Don Calogero, ricco sindaco di Donnafugata, feudo in cui la nobile famiglia ama trascorrere i suoi periodi di villeggiatura.

 

 

[Il Gattopardo: uno scorcio di paesaggio siciliano nei pressi del feudo di Donnafugata]

 

 

Tancredi possiede dunque la posizione sociale, Angelica il denaro: è questo un matrimonio fra due classi che s’ha da fare, per la sopravvivenza della prima e la definitiva consacrazione della seconda.

 

Poco importa che Angelica e Don Calogero siano lontani dall’etichetta e dal buon gusto aristocratico: in un mondo dove sopravvive il più forte, frac malamente indossati e rozze maniere a tavola sono difetti perdonabili.

 

In secundis, Il Gattopardo rappresenta una critica a un atteggiamento frequente ieri come oggi: l’immobilismo di una buona fetta del popolo italiano che vive senza curarsi della sua condizione.

Uno dei punti nevralgici della pellicola è infatti l’incontro fra Don Fabrizio e il Cavaliere Chevally, esponente del neonato Regno italiano, desideroso di convincere il suo interlocutore a diventare senatore.

 

Il principe è onorato dalla richiesta, tuttavia rifiuta adducendo come motivi la sua disillusione nei confronti del futuro e l’atavica passività del popolo siciliano, che si crogiola nella sua superiorità e per questo suo atteggiamento ignora l’esistenza di ogni qualsivoglia problema.

 

 

[Don Fabrizio immortalato coi fuochi d’artificio esplosi per l’annessione di Donnafugata al Regno Sabaudo tramite plebiscito]

 

 

Il film affronta dunque argomenti di un certo peso storico e Visconti è bravo a dargli vita sul grande schermo, con l'eleganza formale propria del suo stile.

 

La buona riuscita de Il Gattopardo è infatti dovuta non soltanto alla storia narrata, ma anche alla sua raffinata estetica: in tal senso la fotografia di Giuseppe Rotunno ci regala alcune delle più grandi scene di sempre del Cinema italiano a colori.

Scrisse Jean Douchet, critico dei Cahiers du Cinéma, che durante la visione gli occhi "non potevano staccarsi dallo schermo, assolutamente meravigliati, abbagliati, incantati da una bellezza visiva così evidente".

Ogni fotogramma potrebbe essere un quadro a sé stante.

 

Sbalorditive sono ad esempio la sequenza dell’assalto garibaldino a Palermo all’inizio del film e quella del grande ballo aristocratico nella sua chiusura, quest’ultima dalla durata di ben 45 minuti. 

 

In queste scene Il Gattopardo tocca il suo culmine per quanto concerne l’aspetto tecnico: Visconti utilizza sovente lente panoramiche, carrellate e campi lunghi in cui le scenografie e i costumi donano all’opera grande realismo e, al contempo, ineffabile magnificenza.

 

 

[Un fotogramma del grandioso ballo dell’aristocrazia che ne Il Gattopardo si svolge a Palermo]

 

 

D’altronde, essendo noto il gusto del regista per la ricostruzione filologica di ambientazioni e luoghi (talvolta creati partendo da zero), Il Gattopardo non avrebbe potuto mai potuto deludere il pubblico da questo punto di vista.

 

Luchino Visconti giustificò una volta il suo perfezionismo sostenendo che "l'esigenza di avere una scenografia giusta è il desiderio di presentare al pubblico un'opera credibile, una visione storicamente esatta" utile a chiarire il contenuto della storia di un film: la precisione è dunque un requisito imprescindibile per il suo approccio al Cinema.

 

Le scenografie, opera di Mario Garbuglia, sono sempre curate in ogni minimo dettaglio: gli interni delle residenze nobiliari sono un tripudio di quadri e quadretti, candelabri, lussuosi tendaggi, specchi e orpelli di varia natura, un eccesso calcolato che non infastidisce l’occhio dello spettatore e testimonia la potenza dell’aristocrazia seppure ormai in declino.

Gli esterni - si pensi specialmente alle scene che precedono l'arrivo a Donnafugata - offrono invece scorsi paesaggistici richiamanti la pittura impressionista dell’epoca.

 

I costumi ottocenteschi, concepiti dal genio di Piero Tosi e candidati al Premio Oscar, sono minuziosamente riprodotti tenendo conto della moda e delle testimonianze dell'epoca, dotati di bellezza ed eleganza non fini a sé stesse, in quanto riflettono - talvolta in maniera evidente, talaltra in maniera sottile - lo status sociale e la psicologia dei personaggi che li indossano.

 

 

[Claudia Cardinale uscì sofferente dalle riprese de Il Gattopardo: Piero Tosi dichiarò che il busto del magnifico abito bianco indossato per il ballo le strinse la vita da 68 a 54 centimetri, provocandole addirittura sanguinamenti nelle zone interessate]

 

 

Parole di elogio vanno spese anche per la colonna sonora composta da Nino Rota, assiduo collaboratore di Federico Fellini a partire dai suoi primi film e futuro vincitore del Premio Oscar per Il padrino - Parte II

 

Oltre alle musiche originali che ben si sposano con la decadente atmosfera de Il Gattopardo, Rota lavorò anche su un valzer inedito di Giuseppe Verdi, ascoltabile durante la sequenza del ballo.

Qualora non bastassero le tre ore precedenti di film, sul finire della pellicola c’è anche tempo per una lezione di storytelling cinematografico. 

 

Visconti chiude i giochi mettendo in scena due elementi assenti nel libro: il passaggio di un viatico (la comunione riservata ai moribondi) e una scarica di fucileria; se il viatico è profezia di morte per il Principe, già visibilmente stanco durante il ballo e rinvigorito soltanto dall’invito di Angelica a ballare, l’esecuzione di alcuni garibaldini soffoca ogni possibile moto rivoluzionario ancora vagheggiato da pochi irriducibili.

 

 

[Il Principe si inginocchia al passaggio del viatico, presagio di morte ne Il Gattopardo]

 

 

Come accadde per il libro da cui è tratto, anche la trasposizione cinematografica de Il Gattopardo fu travagliata.

 

Il budget iniziale ammontava poco più di un miliardo e mezzo di lire, ma alla fine delle riprese - avvenute nel 1962 fra la Sicilia e il Lazio - furono spesi quasi tre miliardi. 

La Titanus, già duramente provata dal flop di Sodoma e Gomorra di Robert Aldrich, sfiorò il fallimento e si limitò negli anni seguenti soltanto alla distribuzione cinematografica. Lombardo non si scompose, affermando in seguito: "Nella mia vita di produttore mi basterà aver fatto un film come Il Gattopardo".

Difficile dargli torto.

 

Il Gattopardo non fu un insuccesso, anzi: la pellicola esordì al cinema nella primavera del 1963 e fece registrare ottimi incassi al botteghino sulla spinta del trionfo al Festival del Cinema di Cannes, dove fu premiata con la Palma d’oro. 

 

A distanza di tre anni dalla sua uscita, il film aveva guadagnato in Italia oltre due miliardi di lire, mentre negli Stati Uniti non andò benissimo anche a causa di alcuni tagli imposti da Fox, nonostante le aspre critiche di Visconti e Lancaster.

 

 

[Burt Lancaster, Claudia Cardinale e un vero leopardo all'edizione 1963 del Festival di Cannes, dove Il Gattopardo vinse la Palma d'oro]

 

 

Nei decenni a seguire Il Gattopardo è diventato un classico della Storia del Cinema, stabilmente presente in numerose classifiche sui migliori film di ogni epoca.

 

Un esempio di quanto affermato è la lista stilata da Sight and Sound ogni dieci anni da critici e addetti ai lavori, forse la più autorevole nel settore cinematografico: il lungometraggio viscontiano si è piazzato al 57° posto nell’ultima edizione risalente al 2012.

 

Impossibile non subire il fascino magnetico di quella che è un’opera d’arte: la definizione di “film” sarebbe troppo riduttiva.

 

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1 commento

Luca Mignacco

4 mesi fa

Che capolavoro incredibile

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