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È stata la mano di Dio - Recensione: la natività del regista

È il 30 giugno 1984: a seguito di un’odisseica trattativa di mezz'estate, Corrado Ferlaino - allora presidente del Napoli Calcio - deposita presso la Lega Calcio di Milano il contratto di Diego Armando Maradona.

 

 

 

Maradona, che cinque giorni dopo verrà salutato allo Stadio San Paolo - oggi Stadio Diego Armando Maradona - da una città ancora incredula, aveva in prima persona partecipato ai quasi ostili negoziati tra i due club, mettendo fortemente in chiaro la propria volontà di approdare alla squadra azzurra per la stagione 1984/85.

Ma la verità (o meglio: la verità di Paolo Sorrentino) è che Maradona non è mai stato acquistato dal Napoli.

 

Diego Armando Maradona, in quell’estate, è apparso ai napoletani.  

 

 

È stata la mano di Dio È stata la mano di Dio

 

È questo, io credo, l’espediente narrativo al centro di È stata la mano di Dio.

 

Un dispositivo divino, appunto, da cui si dipana ogni filone d’intreccio e di cui è data traccia sin dall’inizio, dalla sequenza d’esordio.

 

Ciò è in particolar modo evidente a cominciare dalla messinscena, che più che una messinscena sembra l’allestimento cinematografico di un presepe, che ha immancabilmente al suo fulcro una natività, seppur… non esattamente tradizionale.

 

Come di certo non è tradizionale (né sorprendente) il ricorso al sacro di Sorrentino, il quale fa di tutto per canzonare immagini e rituali profondamente radicati nell’anima collettiva del suo popolo, ricorrendo fin troppo spesso all’eretico abbinamento col profano.

Una compresenza, questa, che nel Cinema italiano è tutt’altro che nuova e che, tra le altre cose, mi ha portato una quantità di volte durante la visione del film a paragoni proibiti con Federico Fellini, come anche l’ottimo articolo di Mattia Gritti tratteggiava.

 

Non è un caso che il regista riminese sia incluso nella sceneggiatura, anche se - altro dettaglio non casuale - di lui si sente solo la voce, e mai appare

 

 

È stata la mano di Dio È stata la mano di Dio

 

In È stata la mano di Dio è felliniana la composizione quasi circense dei personaggi, l’uso maestro degli ambienti semi-fiabeschi, la coesistenza mai forzata di reale e fantastico, così come la delineazione di individui reietti, ai margini, socialmente inaccettabili eppure forse più liberi e coscienti degli altri.

 

E non resta certo difficile immaginare che un adattamento partenopeo della poetica di Fellini possa assumere la forma dell’anzidetto presepe, come cristallizzazione del suo stile e dell’energia celebrativa della vita di ogni suo film.  

 

La vita del protagonista Fabietto (Filippo Scotti), alter-ego di Sorrentino, appare come la vita di un sedicenne introverso, alle prese con preoccupazioni e ansie non insolite per l’età e il contesto sociale cui appartiene.

Terzogenito di tre figli, emerge sin dagli esordi il legame forte con la famiglia e in particolare con la madre Maria (Teresa Saponangelo), donna dolce, esuberante e orgogliosa.

Il padre Saverio (Toni Servillo) è un impiegato bancario che alterna momenti di grande complicità e affiatamento alla diffidenza dei figli, incapaci di assolverlo dalle libertà adultere che sottopongono a dura prova l’unità familiare.

 

Fabietto va a scuola dai Salesiani, ha pochi o nessun amico e una grande passione per il calcio e il Napoli.

Nel momento in cui ci viene presentata la sua vita nulla sembra importargli di più dell’arrivo di Maradona nella rosa azzurra. Fabietto sembra galleggiare stabilmente in una terra di nessuno, tra infanzia ed età adulta, innocenza e maturità, vita e morte, incapace di trovare un porto sicuro a cui affidare le speranze e ambizioni ancora impalpabili del suo futuro.  

 

Una moltitudine di personaggi eccentrici popolano la famiglia estesa di Fabietto, personaggi che per la maggior parte sono appena accennati, presentati al pubblico un po’ alla maniera di Martin Scorsese - idolo di Sorrentino - in Quei Bravi Ragazzi o Mean Streets - Domenica in chiesa, lunedì all'inferno: bozze di soggetti che nel loro minimalismo rappresentano idee o caratteri stilizzati, come d’altronde devono essere stati percepiti dalla lente del protagonista adolescente.

 

Solo per menzionarne alcuni abbiamo il pazzo, il fanatico, lo scienziato, il furfante, il misantropo.

 

Così Sorrentino forma il presepe della propria gioventù, la cui funzione è appunto quella di ricolorare le proprie reminiscenze, fare da contorno e attendere.  

 

 

È stata la mano di Dio È stata la mano di Dio

 

Tale costellazione di individui costituisce ulteriore indizio dell’esile distinzione tra realtà e allegoria che percorre la narrazione di È stata la mano di Dio.

 

In un certo senso si potrebbe dire che Paolo Sorrentino attinge a piene mani alla memoria biografica, senza preoccuparsi troppo di filtrare ciò che nel tempo ha assunto o meno forme distorte, lasciando così trapelare immagini e sensazioni saldamente ancorate alla sensibilità personale e all’intimità del ricordo.  

 

È il successo di un esperimento così insolito, quello che coniuga un film fondamentalmente autobiografico con gli stilemi e la guisa narrativa propri di un racconto lontano dal realismo che misura la grandezza dell’opera di Sorrentino, a mio giudizio all’apice della sua filmografia.

 

È inoltre affascinante notare come il film del regista partenopeo si collochi in un periodo storico in cui le rivisitazioni personali dell’infanzia o della gioventù dei filmmaker hanno raggiunto calibro e popolarità senza precedenti, basti pensare ai recenti Roma di Alfonso Cuarón e Belfast di Kenneth Branagh, che - ciascuno nel proprio modo e con i propri scopi - costituiscono esempi finissimi di commistione tra memoria, scrittura e rappresentazione cinematografica.  

 

 

È stata la mano di Dio È stata la mano di Dio

 

È stata la mano di Dio raggiunge il suo climax emotivo nel momento definente della vita di Fabietto, la scomparsa accidentale dei genitori, in una scena commovente di un rigore e una composizione religiosa, che sembra appartenere più a un film svedese di qualche decennio fa che a un Sorrentino.

 

Con enorme coraggio il regista ci mostra come si immagina la loro morte, dominata dal silenzio interrotto solamente dal crepitìo del camino acceso e da qualche sparuto colpo di tosse, raccontata con sobrietà e misura solenne: ci fa sentire presenti alla lenta, dolce scomparsa che segnerà per sempre la sua vita.

 

Questo momento avviene quasi esattamente alla metà del film e segna un cambio di passo evidente nella narrazione, abilmente riflesso nella fotografia di Daria D’Antonio che assume toni e colori più cupi, dando ulteriore conferma all’idea che ciò che ci viene mostrato è il ricordo personale del regista rimasto orfano.  

 

 

È stata la mano di Dio È stata la mano di Dio

 

C’è un’altra scena che credo meriti menzione. Fabietto decide di lasciare Stromboli, dove si trova in vacanza con il fratello Marchino, salutandolo si dice incerto sulla propria capacità di tornare ad essere felice dopo la disgrazia che ha colpito la famiglia.

 

Torna a riecheggiare il leitmotiv felliniano “La realtà è scadente” e insieme ad esso riaffiora nella mia memoria una delle scene più memorabili di , quella in cui Guido viene ricevuto dal cardinale e gli viene rimproverata la ricerca della felicità: “Chi le ha detto che si viene al mondo per essere felice?”.

 

Paolo Sorrentino tuttavia replica a Fellini con la sequenza più importante del film: l’incontro e il dialogo di Fabietto con Antonio Capuano, regista partenopeo dal carattere iracondo.

 

La tesi di Capuano, e l’insegnamento nei confronti di Fabietto, è che il regista deve “avere qualcosa da dire” e che la realtà - quella svalutata da Fellini - sia la più feconda fonte d’ispirazione. 

 

 

È stata la mano di Dio È stata la mano di Dio

 

La speranza “non basta” a “fare il Cinema”, come non basta l’anelare a una dimensione alternativa, immaginaria, consolatoria. Non è andando a Roma a cercare fantasia, creatività, che si diventa autori, che si fa il Cinema. Capuano ripete: “Sono palliativi del cazzo, alla fine torni sempre a te, torni sempre al tuo fallimento”.

 

È qui che Fabietto diventa Fabio, che nasce qualcosa, che comprendiamo a fondo la lezione di Sorrentino: la realtà non è scadente, la realtà ci ha dato Diego Armando Maradona, la realtà ha fatto vincere all’Argentina la Coppa del Mondo grazie a un goal di mano, la realtà è la bellezza straordinaria della zia Patrizia o di una traversata notturna verso una Capri desolata, la realtà sono gli scherzi della madre Maria e il rumore sull’acqua di un offshore a duecento all’ora, la realtà sono i versi di Dante e l’isola di Eduardo.  

 

La realtà ha fatto sì che un giocatore di pallone gli salvasse la vita.  

 

Ed è la realtà che insieme all’immenso dolore gli ha offerto una chance, la possibilità di realizzarsi esistenzialmente, di raccontare ciò che ha vissuto, di abbracciare il suo destino di “regista di film”.

 

La chiave, ci dice Capuano… è non disunirsi.  

 

 

È stata la mano di Dio È stata la mano di Dio

 

La natività dunque avviene al centro di quel presepe che per Paolo Sorrentino è Napoli tutta, con le realtà che la città raccoglie, con i fallimenti che racchiude, con i suoi personaggi stravaganti e la belle storie... come Diego Maradona.

 

È la natività del regista.  

 

Con È stata la mano di Dio Paolo Sorrentino riesce in ciò che in pochissimi prima di lui hanno realizzato. Il suo film piace al grande pubblico come alla critica, coesiste su una moltitudine di piani attraverso giochi di simbolismi e di cornici narrative, fornisce una visione intima di come il suo passato lo ha portato a intraprendere la carriera del Cinema, e così facendo ci fa navigare in ciò che da autore considera il fondamento della missione del filmmaker.

 

È stata la mano di Dio è al contempo biografia e metacinema, tragedia e commedia, pagina d’etnografia e ritratto d’artista. 

 

 

 

"Ho fatto quello che ho potuto.

Non credo di essere andato così male."

Diego Armando Maradona 

 

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