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No Time to Die - Recensione: bruciare il passato per scrivere il futuro

Non è mai facile mettere la parola fine a una storia d’amore.

Se la storia dura da quindici anni il nodo alla gola, una volta terminata, rischia di soffocare inevitabilmente tutte le persone che ne erano coinvolte.

 

Quello tra Daniel Craig e James Bond è stato forse uno dei rapporti più intensi ed emozionanti che il personaggio creato dalla penna di Ian Fleming abbia mai conosciuto, caratterizzato - come tutte le storie d’amore che si rispettino - da alti e bassi, ma che ha saputo rendere evento mondiale l’uscita di ogni film appartenente a questo ciclo.

Eppure i nasi arricciati quando Daniel Craig fu scelto come James Bond erano molti, che scomparvero però sotto il tappeto una volta che uscì Casino Royale.

 

Il film diretto da Martin Campbell si rivelò a suo modo rivoluzionario all’interno dell’epica del personaggio di 007, donando un’atmosfera caratterizzata da un livido realismo (“Agitato o mescolato?” “Cosa vuole che me ne freghi”) oltre che a un'introspezione psicologica che mai si era vista prima per il personaggio di James Bond.

 

[Il trailer internazionale di No Time to Die]

 

 

Punto di partenza e non ritorno, dove la fisicità del corpo ha assunto un valore simbolico per rappresentare lo stato di salute di 007, spesso confuso, claudicante e con il simulacro della morte sempre in agguato, ma che anche questa volta per l’agente al servizio di Sua Maestà - come viene esplicitato dal titolo di questo nuovo e ultimo capitolo - non è ancora tempo di morire.

 

Ritornano le ombre del passato in No Time to Die, spettri a cui il personaggio di Daniel Craig non riesce o non vuole dire addio.

Il film diretto da Cary Joji Fukunaga riflette molto sull’eredità che James Bond si lascerà alle spalle mettendo subito in chiaro, nel bellissimo primo atto girato a Matera, che è meglio per il bene di tutti lasciare andare i propri ricordi, bruciandoli come si fa con un foglio di carta.

 

Il percorso che porterà a questa catarsi non sarà di certo lineare, anzi, ma avrà il volto di un cammino lungo 163 minuti e che permetterà a 007 di confrontarsi prima di tutto con la sua figura, con la sua icona, al posto del solito cattivo alla conquista del mondo.

 

A mio avviso il grosso problema di No Time to Die è infatti l’incosistenza del villain, caratterizzato da una scrittura del personaggio pressoché inesistente oltre che da una prova monocorde di Rami Malek.

 

Credo si tratti del peggior nemico di Bond dell’era Daniel Craig, che non può reggere minimamente il confronto con il Le Chiffre di Mads Mikkelsen o il Raoul Silva di  Javier Bardem ed è addirittura oscurato dal risicato screen-time di Christoph Waltz, che ritorna nei panni di Bloofeld in No Time to Die dopo aver tormentato 007 in Spectre.

 

 



Ci perdonerà quindi Roger Ebert secondo cui “Ogni film vale quanto il suo cattivo”, ma in questo capitolo tutto passa in secondo piano per lasciar spazio alla figura di James, mai così vulnerabile e per questo chiamato quasi solo con il suo nome, senza quel celebre Bond che lo rende mito inscalfibile.

 

Il confronto e lo scontro all’interno di No Time to Die è perciò prima di tutto tra 007 e se stesso, cercando di riflettere sul senso iconico e tradizionalistico del personaggio, collimando quindi il conservatorismo da sempre legato a questo franchise con una riflessione adatta ai nostri tempi.

L’azione quindi c’è, ed è anche spesso spettacolare - penso ad alcuni piani sequenza veramente riusciti - accompagnata però da molti momenti d’intimità, diversi sotto molto aspetti da ciò che siamo abituati vedere e per questo ancor più emozionanti.

 

Simbolo sotto questo punto di vista il personaggio di Madeleine (Léa Seydoux), che in No Time to Die è guida, protettrice e scopo ultimo di James.

 

La donna non è più quindi un oggetto alla pari di un'Aston Martin, bensì diventa parte mai così attiva dell’azione e delle dinamiche narrative del film, penso anche al ruolo dell’agente doppio zero Nomi (Lashanna Lynch).

 

 

 

 

L’epicità di Skyfall viene spesso diluita attraverso sequenze in cui è il Cinema romantico a farla da padrone, per lasciare spazio all’amore sia diegetico che extradiegetico nei confronti del personaggio.

 

Ogni volta che viene distribuito un nuovo film del franchise di James Bond il cattivo è il volto delle paure dei nostri tempi: in No Time to Die ad adattarsi invece è proprio il personaggio di Daniel Craig, scontrandosi una volta per tutte - forse non potendo più tornare indietro - con il proprio mito, con quel doppio zero che come dice Nomi “È solo un numero”.

 

Non è dunque mai facile mettere il punto finale a una storia d’amore, in No Time to Die però è stata presa la decisione migliore, realizzando il capitolo più romantico di questi quindici anni, bruciando il passato per scrivere il futuro:

 

“I let it burn (...)

Now you'll never see me cry

There's just no time to die."

 

[Il brano di apertura di No Time to Die, di Billie Eilish]

 

 

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2 commenti

Personalmente, ho trovato questo No Time to Die particolarmente interessante.
Al netto di una fotografia che non mi ha convinto al 100% e una sceneggiatura che trova nel personaggio di Malik il suo punto più debole, No Time to Die gode di ottimi momenti di regia che ho apprezzato moltissimo.
Fukunaga riesce a coniugare l’azione con la narrazione in un modo davvero delizioso che tiene inchiodati alla poltrona, non lasciando molti momenti in cui riprendere il respiro!
Se solo la scrittura fosse stata più incisiva su certi temi che si è scelto di non trattare, sarebbe forse diventato uno dei miei Bond preferiti.
Infine, trovo davvero sterili le critiche ai cliché bondiani che rimangono presenti nel film. Se non ci fossero, non sarebbe James Bond, ma un Ethan Hunt o un Jason Bourne…

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Emanuele Antolini

1 mese fa

Alessandro Veronesi
Concordo Ale. Pure io ho trovato la fotografia un po' "smarmellata."

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