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Mediterranea, A Ciambra e A Chiara: il Cinema di Jonas Carpignano

Jonas Carpignano è una delle voci più intriganti del Cinema italiano ed europeo contemporaneo.

 

Non è un'opinione di chi scrive: si tratta di una nitida evidenza fotografata da riscontri provenienti da Festival cinematografici e critica all'unisono.

 

Al contempo, però, è anche progressivamente emersa la sensazione di ritrovarsi dinanzi a uno dei volti più peculiari di quel Cinema di respiro globale che, in maniera quasi controintuitiva, ama guardare nel particolare.

 

Jonas Carpignano, infatti, è figlio di quel meltin' pot culturale che sempre più ha preso piede nella cinematografia mondiale, generando sensibilità artistiche sfaccettate e di profondo interesse.

 

 

[Il regista e sceneggiatore italoamericano Jonas Carpignano]

 

 

Jonas è un italiano di New York, nato nel Bronx in una famiglia da sempre avvezza all'arte e alla cultura. 

 

Suo nonno, Vittorio Carpignano, è stato una delle menti produttive e artistiche dietro il successo di Carosello, il suo prozio era il noto regista Luciano Emmer e suo padre Paolo è un professore romano trasferitosi negli USA, che ora riveste anche il ruolo di produttore per suo figlio. 

Suo zio materno era Sammy Benskin, noto pianista jazz.

 

La sua vita si è sempre divisa tra New York e Roma e la sua laurea alla Wesleyan University è arrivata a soli 22 anni, con lode.

Si potrebbe dire che ha compiuto, all'inverso, il percorso formativo di una delle registe a cui si sente più vicino: Chloé Zhao.

 

Se la talentuosissima autrice cinese si è gradualmente avvicinata al mondo occidentale per formarsi come cineasta alla Tisch School of the Arts di New York, da quel mondo Carpignano si è gradualmente allontanato. 

Pur proveniendo da un contesto così cosmopolita, si è subito discostato dal centro produttivo principale del Cinema mondiale, gli USA, per rivolgere il suo sguardo altrove. Il suo interesse artistico si è rivolto ben presto verso le piccole comunità site in pezzi di mondo apparentemente periferici.

 

In questo desiderio di esplorazione quasi etnografico si può cogliere uno dei punti di contatto con un'altra delle registe con cui sente di condividere la propria sensibilità cinematografica, Alice Rohrwacher.

Un interesse che domina la sua filmografia sin dalle primissime opere. 

Già attraverso i suoi primi cortometraggi, infatti, riesce a esprimere la propria voglia di tratteggiare i confini di un mondo ristretto attraverso lo sguardo dei suoi protagonisti e si impone come una delle figure di maggior interesse nelle sezioni parallele dei principali festival: con A Chjàna vince il premio Controcampo Italiano come miglior cortometraggio alla Mostra di Venezia 2012 e con A Ciambra si porta a casa il Discovery Award alla Semaine de la Critique 2014 al Festival del Cinema di Cannes

 

Ma non è finita qui: l'importanza dei cortometraggi nell'esperienza di questo giovane regista italiano va ben oltre il palmarès.

Durante le riprese di A Chjàna una macchina della produzione piena di attrezzature fu rubata e, al fine di riottenerla, Carpignano e la sua troupe si addentrarono nella "Ciambra" per negoziarne la restituzione.

Una trattativa andata, per nostra fortuna, a buon fine.

 

Il regista fu attratto da quel luogo e decise di girare al suo interno.

Fu così che fece conoscenza con la famiglia Amato, in particolar modo con il piccolo Pio, che all'epoca aveva solo dieci anni e che gli ronzava sempre attorno, probabilmente attratto da quel mondo distante che Carpignano rappresentava. 

Quei luoghi e quella gente, come vedremo, avranno un ruolo preminente per circa un decennio nella produzione artistica del regista italoamericano, al punto da accompagnarne la transizione al lungometraggio.

 

Dopo l’esperienza dei corti, nella quale gli eventi di vita reale hanno avuto una fortissima influenza sulla sua produzione artistica, Carpignano infatti compie un'operazione che caratterizzerà fortemente questa prima fase della sua carriera: riprende il soggetto alla base di A Chjàna (2011) e lo elabora nel suo primo lungometraggio: Mediterranea (2015).

 

 

[Koudous Seihon e Alassane Sy sono Ayiva e Abas in Mediterranea di Jonas Carpignano]

 

 

Presentato alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes del 2015, vincitore del Gotham Indipendent Film Awards e del National Board of Review Awards, Mediterranea si sviluppa a partire dall’evento che aveva spinto il regista italoamericano a trasferirsi nella piana di Gioia Tauro, ovvero lo studio della famigerata rivolta di Rosarno del 2010, quando centinaia di migranti si riversarono sulle strade dell’omonima cittadina per protestare contro lo sfruttamento nei campi e gli episodi di razzismo.

 

La rivolta - seppur rappresenti il picco di una serie di tensioni accumulate dai protagonisti nel corso del film - potrebbe tuttavia considerarsi un pretesto per quello che è il vero obiettivo di Jonas Carpignano, punto di unione di ogni sua opera: l’indagine del personaggio e delle motivazioni che si celano dietro ogni sua scelta. 

Un’intenzione esplicitata anche dallo stile della messinscena che tende a rimanere incollato ai personaggi, con primissimi piani e lunghe carrellate a seguire, riflesso del loro stato d’animo e delle reazioni di fronte agli eventi.

 

Il regista lascia poco spazio all’ambiente circostante e sceglie di rappresentarlo tramite lo sguardo di chi quei posti li conosce e li vive e che quindi non li osserva da lontano.

D’altronde, la vicinanza della camera agli attori rispecchia la relazione di affinità che lo stesso autore ha instaurato con quel luogo e con le persone che lo abitano e che lo rende ormai un osservatore partecipe.

 

È per questo che arriva a intraprendere un viaggio dal Burkina Faso insieme a Koudous Seihon, che nel film interpreta il protagonista Ayiva come già avvenuto in A Chjàna, passando per l’Algeria e la Libia, esattamente come ci viene mostrato nella prima parte di Mediterranea.

 

Al di là della natura completamente diversa delle difficoltà incontrate nel percorso, questa esperienza aiuta Jonas Carpignano a comprendere meglio il bagaglio emotivo del suo amico Koudous: è alla sua testimonianza che si affida per mettere in scena il drammatico tragitto in barcone verso l’Italia, tracciato in maniera frammentata per rispecchiare la mente e l’animo di un essere umano in preda alle onde e al destino.

 

Attraverso gli occhi di Ayiva e dell’amico Abas - che sopravvivono al viaggio solo per pura fortuna - assistiamo allo sgretolarsi di una speranza, di un sogno ammirato sul profilo Facebook di chi “ce l’ha fatta” e che si è trasformato presto in un altro incubo.

La disillusione nel realizzare che la “terra promessa” non è nient’altro che un’altra distesa di miseria in cui non c’è vita ma solo sopravvivenza.

 

Interessante come Carpignano abbia scelto di non fornire uno sguardo univoco sulle vicende, ma di delineare due punti di vista abbastanza differenti: se Ayiva ha come unico obiettivo quello di lavorare il più possibile per mandare soldi alla sorella e alla propria figlia rimaste nel Burkina, Abas è molto più insofferente nei confronti dei modi a dir poco arroganti dei capi e di alcune persone del luogo, decidendo di anteporre la dignità al bisogno.

 

Altrettanto bilanciata è l’attitudine delle persone di Rosarno nei confronti dei migranti.

C’è una continua alternanza tra ostilità - spesso accompagnata da pure manifestazioni di odio e razzismo - e integrazione.


Non solo: si passa anche per la via intermedia, quella dell’ignavia tratteggiata nella figura del capo di Ayiva che si mostra aperto al dialogo purché non si parli di un contratto di lavoro che farebbe ottenere ad Ayiva il permesso di soggiorno, di fatto la sua unica possibilità di ricongiungersi con la famiglia.

 

Mediterranea, concentrandosi sugli occhi speranzosi e frustrati dei protagonisti, scruta da vicino alcune delle piaghe che riguardano Gioia Tauro e l’Italia tutta: il dramma della migrazione, la rischiosità del viaggio, il razzismo, l’altruismo, l’assenza delle istituzioni e la sopravvivenza in un contesto dove si può soltanto rimanere a galla, pregando di non sprofondare.

 

Jonas Carpignano pone così il primo tassello di un vero e proprio microcosmo, reale e tangibile, che continuerà a comporre nel corso della trilogia e che prevederà il ritorno di situazioni e personaggi, ormai parte della quotidianità del regista.  

 

[Pio Amato interpreta se stesso in A Ciambra]

 

 

Un microcosmo che, come ormai avrete intuito, ingloba pienamente la visione del regista, permettendogli di muoversi tra soggetti, spazi e regole che conosce a menadito, di prenderci per mano e di guidarci alla scoperta di ogni anfratto dello stesso.

Senza giudizi, senza glorificazioni.

 

Nasce così A Ciambra, alla cui base c'è un processo creativo simile a quello di Mediterranea: l'espansione di un cortometraggio, il continuo e graduale processo di costruzione di un mondo.

Un processo a cui, stavolta, partecipa anche Martin Scorsese in veste di produttore esecutivo.

 

“Entra così intimamente nel mondo dei suoi personaggi che hai la sensazione di vivere con loro”.

 

Queste le parole che lo stesso Scorsese ha usato per descrivere lo stile di Jonas Carpignano.

Un'investitura mica da poco.

 

 

[Jonas Carpignano vince il David di Donatello per la Miglior Regia con A Ciambra nel 2018]

 

A Ciambra riscuote un successo di critica univoco: presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival del Cinema di Cannes, riceve il premio Europa Cinemas Label, riconoscimento rivolto a premiare le opere dallo sguardo peculiare provenienti dai cinque maggiori festival europei, incrementandone la promozione e la distribuzione.

 

Ma non finisce qui: per Jonas Carpignano arriva il primo David di Donatello per la Miglior Regia e il film riceve un totale di 13 premi e 34 nomination in tutto il mondo.

 

La storia di formazione di Pio Amato, giovane di origini Rom che vive in una piccola comunità di Gioia Tauro - A Ciambra, appunto - è narrata con immersività e cura, assecondando ogni passo del protagonista all'interno del contesto angusto in cui si muove. 

Grazie alla costruzione di una semisoggettività quasi perenne, lo spettatore viene inglobato immediatamente nel mondo di questo quattordicenne precoce, il quale vive con naturalezza tutti gli eccessi che la vita ha da offrirgli e scivola con sicurezza tra le varie anime che si intrecciano nella sua comunità. 

 

A Ciambra, come ogni lembo di periferia del mondo, è in perenne equilibrio instabile: la comunità Rom, gli immigrati africani e i criminali italiani convivono ma non sotterrano mai l'ascia di guerra.

Il razzismo e lo sfruttamento sono tra i motori sociali principali, la violenza è diluita in ogni gesto.

 

A Ciambra altro non è che uno dei controcampi possibili di Mediterranea, una minuscola porzione di mondo che fiancheggia e integra quella di Mediterranea: non a caso ritorna nel cast Koudous Seihon, nel ruolo di Ayiva.

 

 

[L'amicizia tra Pio e Ayiva iniziata in Mediterranea prosegue anche in A Ciambra]

 

 

Pio vede, assorbe tutto e viene forgiato da regole che, però, a un certo punto vacillano a causa di eventi che lo costringono a una crescita ancor più rapida.

 

Lo spettatore, pressoché sempre incollato al protagonista, percepisce nitidamente l'automatismo con cui una giovane mente che non ha mai conosciuto altre realtà si abitua a delle dinamiche che in altre porzioni di mondo verrebbero inquadrate come "grottesche".

 

In questo, Jonas Carpignano al suo secondo film si mostra già maturo e padrone di una poetica ben definita: mettere in scena la naturalezza di ciò che - convenzionalmente - è ritenuto innaturale, non è cosa da tutti.

Farlo mediante un personaggio e il suo rapporto con un piccolo mondo, è decisamente una capacità intrinseca di quelli che possono essere definiti autori.

 

Avere in mente un'idea di Cinema così chiara e padroneggiarla in maniera tanto puntuale non può che portare questo giovane regista a effettuare l'ultimo controcampo possibile sulle comunità che abitano il medesimo pezzo di mondo: nasce così A Chiara, che potremo ammirare al cinema a partire dal 7 ottobre grazie alla distribuzione di Lucky Red.

 

[La famiglia Rotolo interpreta la famiglia Guerrasio in A Chiara di Jonas Carpignano]

 

 

Ci troviamo di nuovo a Gioia Tauro e ci imbattiamo anche in Ayiva e Pio, ma questa volta il focus dell’autore è su una famiglia autoctona. 

 

Con il terzo capitolo della trilogia Jonas Carpignano torna ancora una volta a Cannes e si porta a casa lo stesso premio ottenuto per A Ciambra: la Europa Cinemas Cannes Label per il Miglior Film Europeo alla Quinzaine des Réalisateurs.

 

Se già in precedenza Jonas Carpignano aveva scelto di cucire i suoi film addosso a persone reali, suoi amici, che avevano davvero sperimentato le problematiche da lui dissezionate, questa volta la linea tra realtà e finzione si infittisce e indebolisce al tempo stesso.

 

Si infittisce perché, per la prima volta, la storia raccontata non è quella effettiva degli attori che la interpretano, benché prenda spunto da episodi simili, avvenuti anche a conoscenti del regista e degli attori.

Si indebolisce perché non solo Swamy Rotolo (Chiara) è una cara amica di Carpignano, ma la numerosa e chiassosa famiglia che osserviamo sullo schermo - introdotta attraverso una lunghissima sequenza di una festa di 18 anni - è a tutti gli effetti la famiglia Rotolo.

 

Durante l’anteprima di A Chiara, proiettata al cinema Quattro Fontane di Roma, il regista ha spiegato di aver conosciuto Swamy Rotolo durante un provino per una piccola parte in A Ciambra e di aver subito scorto in lei la potenziale protagonista di A Chiara.

 

Diventato amico stretto della famiglia, ha deciso di coinvolgerla nel film e di prendere spunto da dinamiche familiari per la stesura di alcuni dialoghi.

Gli stessi personaggi di Chiara e Giulia (la sorella maggiore, interpretata da Grecia Rotolo) sono modellati sull’effettivo carattere delle due attrici e sorelle.

 

A questo punto della carriera di Carpignano, risulta ormai chiara l’importanza della costruzione del personaggio all’interno della sua poetica ma è probabilmente in A Chiara che questo tratto si esaspera.

La protagonista è presente in tutte le sequenze, la camera le sta costantemente addosso - spesso con lunghi piani sequenza - e ogni sviluppo del film è analizzato attraverso la sua reazione.

 

Chiara, adolescente di quindici anni, si ritrova infatti a scoprire una terrificante verità sul padre e sull’intera famiglia quando l’uomo diventa latitante.

 

Lo scopo dell’autore non è stato quello di girare un film sulla mafia - come ha tenuto a precisare più volte - ma, di nuovo, quello di partire da un personaggio, studiare le reazioni e le motivazioni dietro determinate scelte e, da lì, allargarsi all’ambiente circostante.

 

È dalla stessa ragione che scaturisce l’inedito tono thrilling, addirittura onirico, di alcune scene: quando Chiara inizia a scorgere le prime stranezze e situazioni a cui non riesce ad attribuire un significato, la sequenza viene caricata di una tensione, sottolineata dalla colonna sonora, che getta un velo di mistero e inquietudine su quanto sta accadendo. 

D’altronde, il mondo della mafia - in questo caso specifico della 'ndrangheta - è “misterioso”.

 

L’autore ha dichiarato di averlo voluto descrivere nel modo più verosimile possibile, in base alla propria esperienza e a quelle delle persone a lui vicine.

Niente sparatorie o episodi eclatanti: solo menzogne e silenzi di una realtà tragica ma, al contempo, perfettamente ordinaria all’interno di quello specifico contesto.

 

C’è una frase particolarmente significativa pronunciata da Claudio, il padre di Chiara: “Loro la chiamano mafia, noi la chiamiamo sopravvivenza.”

Dal punto di vista di Claudio, che smercia droga a livello internazionale, si tratta di un lavoro come un altro.

 

Jonas Carpignano specifica che quella frase non era volta a giustificare certe dinamiche, bensì a esplorare le ragioni alla base delle stesse, nonché a mostrare le mille sfumature di un uomo che può, al tempo stesso, essere un malavitoso e un buon padre. 

Abbastanza esplicito, poi, l’attacco all’atteggiamento delle istituzioni nei confronti dei giovani appartenenti a famiglie colluse con la mafia.

 

Chiara viene prelevata a scuola da un’assistente sociale e allontanata dai propri cari con la promessa di una vita migliore a Urbino ma - come puntualizzato da Swamy Rotolo - sradicare i ragazzi dalla propria famiglia e origine per errori commessi da altri, non è la soluzione giusta.

 

 

[Swamy Rotolo è la protagonista perfetta di A Chiara]

 

 

Al di là del ritratto realistico e commovente di un’aspra realtà, spesso invisibile ma sempre presente nell’essenza del nostro Paese, il punto di forza della pellicola è esattamente quello esplicitato dal titolo.

 

Chiara è una protagonista forte e carismatica, sveglia e curiosa, la torcia a cui ci aggrappiamo per far luce su un mondo cupo e intricato. 

Impossibile non empatizzare e tifare per lei, comprendendo ogni sua scelta, anche quella più avventata, indice di un coraggio e di uno spirito di indipendenza spesso soffocato in certi contesti storicamente patriarcali.

 

Chiara insegue quasi ossessivamente la verità, quasi fosse l’unico modo per osservarsi intorno con sguardo lucido e decidere da sé il proprio destino, staccandosi dall’adorato padre e dalle proprie radici soltanto alle proprie condizioni.

“Da adesso in poi quello che faccio lo decido io”.

 

Così come il futuro di Chiara, a fine pellicola, ha i contorni sfocati, non è ancora chiaro il tipo di piega che assumerà la carriera di Jonas Carpignano che si è detto desideroso di esplorare nuovi lidi, di “seguire la propria bussola” e di non escludere un ritorno a quei personaggi, simbolo di un mondo che ormai l’autore non esita a considerare casa.

 

Sono proprio i prossimi passi lontano da casa a intrigare chi segue la parabola di questo talentuoso autore italiano.

 

Una parabola che, ne siamo certi, ci porterà ancora a sentirci incollati a dei personaggi e a esplorare mondi apparentemente distanti da noi, eppure così reali.

 

[A cura di Jacopo Gramegna e Nadia Pannone]

 

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