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Titane - Recensione: la crudeltà e lo strazio di due vite in bilico

Prima di recensire Titane mi sono preso 24 ore di tempo.

Ne avevo assolutamente bisogno. 

Avevo la necessità di far passare del tempo per metabolizzare, per cercare di capire e riflettere su un'opera profonda, violenta, immaginifica e visionaria.

 

Il mio sguardo a fine proiezione era molto, molto simile a quello di Nanni Moretti che lasciò ad Instagram il suo ironico - ma forse neanche tanto - commento sul Festival del Cinema di Cannes.

 

Titane, la pellicola vincitrice della Palma d'oro alla 74ª edizione del Festival, ti resta dentro, nello stomaco e nel cervello.

 

Ho avuto la fortuna di vedere Titane in anteprima in occasione della riapertura di uno storico cinema romano, la Sala Troisi che, scherzo del destino, è ad un passo dal Nuovo Sacher di Nanni Moretti.

 

8 anni dopo la chiusura i ragazzi del Cinema America sono riusciti a ridare luce a un grande schermo, quando dappertutto in città continuano a "cadere" sale su sale.

Ad inaugurare il nuovo Troisi c'era proprio Julia Ducournau, la regista che con il suo secondo lungometraggio ha stregato la giuria della Croisette.

 

Accanto a lei anche uno degli attori protagonisti: il bravissimo Vincent Lindon.   

 

[Trailer originale di Titane]

 

 

Raccontare la trama di Titane senza fare spoiler è particolarmente complesso.

 

Il film si apre sui dettagli meccanici di un'auto sulla quale viaggiano Alexia (Adèle Guigue) e il papà (Bertrand Bonello).

La ragazzina imita il rumore dell'auto irritando il genitore che per zittirla finisce per schiantarsi contro un muretto di cemento.

La peggio l'avrà la figlia alla quale sarà applicata chirurgicamente una placca di titanio in seguito al terribile trauma cranico.

 

Un trauma, con tanto di vistosa cicatrice, che influirà e definirà per sempre la vita di Alexia da grande (Agathe Rousselle). 

Da adulta è una ballerina da Motorshow con una passione per le auto; il suo rapporto con la famiglia appare ormai deteriorato, mentre lei, quasi priva di sentimenti, si nutre di rabbia e rancore, lasciandosi toccare e possedere solo da una sfavillante Cadillac, con cui avrà un vigoroso amplesso, a seguito del quale scoprirà di essere rimasta incinta.

 

Da qui comincia il viaggio dell'eroina che si imbatterà nel comandante dei pompieri Vincent Legrand (Vincent Lindon) spacciandosi per il figlio che l'uomo aveva perso anni prima.

Entrambi hanno qualcosa, di grande, da nascondere.  

 

Titane, in uscita in sala il 30 settembre per I Wonder Pictures, parla di vita e di morte, di nascita e rinascita.

 

E lo fa in maniera cruda, vera, straziante.

La regista decide di non nascondere nulla, di mettere a nudo - in tutti i sensi - l'animo di due persone perse. La violenza è mostrata in tutto il suo orrore, così come il dolore.

 

Le atmosfere cupe e la fotografia a tratti claustrofobica contribuiscono a sferrare quel pugno in faccia allo spettatore, come quelli che la protagonista si autoinfligge nel tentativo di cambiare i propri connotati in un bagno dell'aeroporto. 

Straordinaria l'interpretazione di Agathe Rousselle, al suo esordio sul grande schermo.

 

L'attrice, che per gran parte del film è completamente nuda, riesce a trasmettere emozioni e sensazioni attraverso l'uso del suo corpo.

Si trasforma completamente dall'ammiccante ballerina all'introverso figlio ritrovato in maniera straordinaria.

 

Indimenticabili un paio di sequenze, a cui purtroppo non posso fare accenno per non spoilerare.

Il commento sonoro di una di queste è affidato alla voce di Caterina Caselli che canta Nessuno mi può giudicare.

 

Un omaggio alla canzone italiana che mi ha fatto pensare a un altro film vincitore della Palma d'oro, Parasite di Bong Joon-ho e alla sua In ginocchio da te di Gianni Morandi.

 

Personalmente ho apprezzato la narrazione e la messa in scena di Titane, così come le interpretazioni dei sempre presenti protagonisti.

Purtroppo però ho faticato a dare un significato e una spiegazione ad alcuni fatti surreali raccontati, come il sesso con l'automobile e la successiva gravidanza.

 

Eventi determinanti nella narrazione scenica che mi hanno lasciato un po' perplesso.

Più evidente la critica della regista alla società maschilista, omofoba, violenta e a tratti misogina. 

 

Un film psichedelico, ma forse non rivolto al grande pubblico generalista. 

 

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