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Reflection - Recensione: immobili conflitti e immorali rappresentazioni? - Venezia 2021

Continua il percorso di ricerca estetica di Valentyn Vasyanovych, cineasta ucraino che dopo aver brillato nel 2019 con Atlantis, vincitore del premio Orizzonti al Miglior Film, torna alla Mostra del Cinema di Venezia nel concorso principale, con Reflection.

 

Continua anche il percorso di (auto)analisi della sanguinosa guerra del Donbass: se due anni fa il regista guardava però al 2025, ad un futuro tragico ma non privo di speranza, ora le lancette arretrano al 2014, il primo anno del conflitto.

 

 

 

Anche vista la forte impronta autoriale, le due pellicole compongono dunque un dittico, un dittico che fa innanzitutto sorgere un cruciale interrogativo di ordine estetico: entrambe le opere sono difatti costituite - al netto di qualche eccezione assai significativa - da pochissimi quadri rigorosamente fissi, frontali, in campo medio, dalla lunga durata e sfruttati (questo solo in Reflection) in prossimità della cosiddetta zona aurea.

 

Con tale intervento stilistico evidente, che propone un punto di vista spettatoriale simile a quello teatrale, Vasyanovych opta (però?) per un iperrealismo asciutto e d'impatto: costruisce cioè una realtà plausibile non escludendo dal campo efferatezza e brutalità (elementi che pure sono riferibili solo ad una manciata di quadri), mentre fa al contempo percepire, appunto, la presenza di una mediazione.

 

Nel costruire questa simil-realtà, inoltre, ricorre perlopiù ad attori non professionisti per tentare di mostrare al pubblico "una storia il più simile possibile ad un documentario", rendendo l'interrogativo ancora più complesso: in generale, adotta un approccio affine a quello che Paul Schrader ha definito "telecamera di sorveglianza", à la Tsai Ming-liang, sebbene lo svelamento della finzione cambi invero le carte in tavola.

 

Di fronte a ciò è naturale domandarsi - in termini estetici e morali - come la costruzione di un mondo così prossimo al reale, un reale che si presta peraltro alla lettura politica, possa convivere con una simile modalità di rappresentazione.

 

Non è certo questa la sede per cercare di fornire una risposta inevitabilmente parziale, ma il solo essere in grado del film di suscitare certi dubbi indica la presenza di una riflessione estetica non superficiale.

Di una riflessione che investe, in aggiunta, il rapporto tra quadro e fuori quadro e il concetto stesso di riflesso citato nel titolo, interpretabile anche in maniera vagamente metalinguistica.

 

Vasyanovych sfrutta alcuni di questi aspetti - curando anche fotografia, montaggio e sceneggiatura - per innestare e potenziare inoltre una seria ricerca contenutistica, fondata sulla iper-ellittica e immobile parabola del protagonista Serhiy (Roman Lutskyi), chirurgo ucraino che parte volontario per il fronte e cade in mano russa, finendo poi per essere rilasciato in uno scambio di prigionieri.

 

La bipartizione tematica è marcata, con una prima parte che mostra gli orrori bellici e una seconda che si concentra sul difficoltoso reinserimento in famiglia, e in entrambe sono sollevate questioni morali di rilievo: in ogni caso, Vasyanovych srotola l'intreccio in modo assai peculiare, creando un perenne senso di attesa tramite la lunghezza delle inquadrature e la loro intensità narrativa.

 

Lo spettatore non deve però perlustrare il quadro alla ricerca di dettagli in grado di conferire senso e di porsi in rapporto col prima e il dopo (anche non rappresentati), ma deve solo armarsi di pazienza e sovente attendere - in maniera attiva - un'epifania, intendibile anche come ineluttabile manifestazione di un autore-demiurgo che vuole parlare al "pubblico pensante".

 

Legando idealmente e concretamente queste epifanie, il regista presenta pochi ma pregnanti temi, focalizzandosi sul rapporto dell'uomo con la morte: tale aspetto è estrinsecato in termini verbali nel secondo segmento del film, quando Serhiy e la giovane figlia si trovano a fronteggiare un evento - ispirato alla vita di Vasyanovych - che parrebbe insignificante.

 

Emerge così con tragicità l'irrisolvibile "impotenza degli adulti" dinnanzi al fine vita (e non solo), un qualcosa che sembra appunto traslato in senso figurato anche sul piano fruitivo e che funge da spunto per considerare altre questioni relate.

Per citarne una, il cineasta ucraino - in una pellicola curatissima per quanto riguarda la gestione degli spazi - s'interessa difatti parecchio al corpo, in termini sia visivi che teorici, passando dalla religione alla tortura, dalla sepoltura all'oltre-vita.

 

In toto, sono infine rivedibili una certa esplicitezza nella comunicazione figurata e alcuni passaggi della sceneggiatura, la quale - nonostante le maggiori ambizioni - risulta più debole rispetto ad Atlantis.

 

Valentyn Vasyanovych ribadisce tuttavia, con Reflection, il suo inequivocabile valore effettivo e potenziale, realizzando un'opera forte e divisiva tra le più interessanti (non necessariamente migliori) di questa Mostra.

 

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