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Mona Lisa and the Blood Moon - Recensione: Cinema outsider - Venezia 2021

Mona Lisa and the Blood Moon rappresenta la conferma definitiva del talento registico di Ana Lily Amirpour, per un'opera filmica che facciamo fatica ad incasellare all’interno di un preciso genere, come di consueto nel Cinema della regista iraniana.

 

La Amirpour ritorna dunque con un film in concorso a distanza di 5 anni dal - a mio avviso - poco riuscito The Bad Batch, lungometraggio che guardava all’universo di Mad Max, vincitore del Premio Speciale della Giuria a Venezia 74.

 

Il film del 2016 era caratterizzato da una forte e mai celata componente di critica alla società statunitense, elemento che in Mona Lisa and the Blood Moon, però, non troviamo.

 

[Il trailer del film Netflix The Bad Batch]

Mona Lisa and the Blood Moon

 

Coraggiosamente Ana Lily Amirpour sceglie di eliminare quasi ogni aspetto socio politico dalla sceneggiatura per privilegiare un mix di generi volto al puro intrattenimento audiovisivo.

 

Mona Lisa and the Blood Moon inizia quindi come una sorta di horror paranormale raccontando la storia di Mona Lee (Jeon Jong-seo), una ragazza rinchiusa in un ospedale psichiatrico dotata di poteri speciali.

Tramite l’ausilio di una specie di controllo psichico infatti la protagonista riesce a liberarsi e a fuggire, per cercare un proprio posto nelle affollate strade di New Orleans.

 

Un personaggio errante - ritorna nuovamente A Girl Walk Alone at Night - che si trascina nel sottobosco di una città che a suo modo la accoglie, ne accetta la natura salvo poi sfruttarla come accade ogni volta con l’essere umano.

 

Attenzione, la metafora di stampo ambientalista non è una interpretazione: Mona Lisa and the Blood Moon vuole solo raccontare la parabola di un outsider, di un cosiddetto freak, in cui la regista si identifica: “Io sono sempre stata la strana, ero diversa nel vestire, nel parlare ho cercato di adattarmi.

Ma non mi sentivo di appartenere a qualcosa e ho dovuto trovare il mio spazio.

Il Cinema è diventato la mia tribù, qui mi sento protetta.”

 

 

 

Forse, in realtà, la chiave di lettura del film risiede proprio in queste dichiarazioni della Amirpour: un omaggio a quel tipo di Cinema anni ‘80 e ‘90 che l’ha protetta e fatta crescere, puro intrattenimento pop con uno sguardo di matrice postmoderna.

 

Il world building  nel contesto dove si muove Mona Lee - chiamata Mona Lisa dal personaggio interpretato da Kate Hudson -  è anch’esso un mix tra futuro e passato, funzionale da un punto di vista estetico all’atmosfera straniante del film.

 

Assistiamo dunque a sequenze iper-ritmate in cui la fotografia al neon fusa con la colonna sonora strabordante tra techno ed elettronica riescono a dare vita a un’opera filmica che si nutre essa stessa di Cinema.

Semplice e non superficiale, verrebbe da dire durante la visione, un film che respira libertà artistica da ogni poro - notevoli molte soluzioni visive - mostrando che l’intrattenimento di genere è ancora possibile.

 

“Dimentica ciò che sai” ci viene detto due volte in Mona Lisa and the Blood Moon: un messaggio che suggerisce un approccio al film non cereblare, ma sensoriale, una sorta di giostra che ad ogni giro cambia forma, dove o ci si lascia sopraffare o si finisce inevitabilmente per sentirsi respinti.

 

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