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My Stuff - Riflessioni da trasloco alla riscoperta dell'essenziale

''Scegliete un maxi televisore del cazzo.
Scegliete lavatrice, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici.

[...] Scegliete una moda casual e le valigie in tinta.

Scegliete un salotto di tre pezzi a rate ricopritelo con una stoffa del cazzo.''

 

Magari non avevate Iggy Pop di sottofondo e non correvate come dei forsennati per il corridoio di casa, ma a chi di voi è capitato di traslocare probabilmente sarà venuta in mente la classica domanda:

"Ma da dov'è uscita tutta questa roba?"

 

Con annesse imprecazioni, più o meno colorite in base dalla vostra terra natìa.

 

 

[Stan Laurel e Oliver Hardy vestono i panni di due trasportatori in The Musical Box]



Se è vero che "Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma" è anche vero che c'è sempre l'eccezione che conferma la regola ed evidentemente il buon vecchio Antoine Lavoisier, nella sua Legge di Conservazione della Massa non aveva considerato l'eccezione "trasloco".

 

Ma del resto il nostro chimico era un nobiluomo, a lui i pacchi probabilmente glieli facevano una ventina di poveretti sottopagati...

 

Chi, come la sottoscritta, il sangue ce l'ha di un banalissimo rosso, se decide di cambiare casa deve rimboccarsi le maniche e/o sudare sette camicie - dipende dalla stagione in cui trasloca - svuotare ogni grande oggetto atto a contenere oggetti di dimensioni minori, svuotare anche gli oggetti che in partenza non erano atti a contenere ma che alla fine abbiamo destinato a quello scopo, poi raggruppare tutto quanto.

 

Si procederà a inscatolare ogni cosa provando a dare una certa logica all'operazione - logica che si svelerà tragicamente inutile quando cercheremo invano l'importante ricevuta di pagamento nello scatolone con scritto "ricevute, documenti, carte" perché tanto, si sa, sta a fianco alla matrioska di Zia Jole - e poi, finalmente, si può tirare momentaneamente un sospiro di sollievo realizzando che intorno a sé non è rimasto più nulla se non un materasso, una sedia che adesso ti fa da comodino e armadio, la chitarra appoggiata alla parete che porta i segni di tutte le locandine, una piantina che ti porterai sotto braccio quando tra qualche giorno lascerai definitivamente quella casa.

 

 


 

A tutti voi, folto gruppo di cinefili incalliti e lettori di Hey, Doc! capiterà spesso, nella quotidianità, di fermarvi a pensare alla scena di quel film, alla particolare situazione vissuta da quel personaggio che è uguale alla vostra attuale, di fare confronti con le storie viste al cinema e partire così con riflessioni che intanto le sette camicie sudate per il trasloco si sono belle che asciugate.

 

E così, tra uno scatolone e l'altro, tra una parete bianca rimasta orfana di Marcello Mastroianni e l'altra senza più Marty McFly, a chi scrive è venuto in mente il particolarissimo esperimento del regista finlandese Petri Luukkainen raccontato nel documentario dal calzante titolo My Stuff.

 

 

 

Vi hanno mai proposto quei giochi di logica in cui vi ritrovate su un'isola deserta e avete la possibilità di portare un solo oggetto con voi per sopravvivere? 

 

O quelli in cui vi viene presentata una certa situazione che mette a rischio la vostra vita, avete una serie di oggetti a disposizione ma potete prenderne solo uno alla volta per tentare la fuga?

Beh, evidentemente il piccolo Petri aveva degli amici a cui piacevano tantissimo i giochi di questo tipo e, dopo anni a giocare sempre allo stesso gioco, una mattina si è svegliato e ha detto:

 

"Ragazzi! Sapete che c'è?

Faccio io da cavia ad uno di questi benedetti giochi, voi vi segnate la risposta esatta ma la prossima volta che ci vediamo si va a bere una birra, chiaro?"

O giù di lì...

 

Il documentario inizia mostrandoci Petri Luukkainen che prende tutti i suoi averi e li accumula in una sorta di box auto-magazzino di dieci metri cubi.

E per "tutti i suoi averi" intendo davvero tutto.

 

Se avesse portato un apparecchio per i denti si sarebbe tolto anche quello, quindi, se ve lo steste chiedendo: sì, i suoi averi comprendono anche le mutande.

 

 



Le regole dell'esperimento umano sono semplicissime: per 365 giorni, ogni giorno Petri potrà andare a prendere dal box uno e un solo oggetto e non gli sarà concesso comprare nulla.

 

"A wise thing to do."

Una cosa saggia da fare.

 

È il giudizio della tenera nonna del filmmaker quando viene a sapere delle intenzioni del nipote.

 

Il primo giorno, le uniche cose che Petri possiede sono il suo corpo, il pavimento e le pareti della casa in cui si trova.

 

Come è facile aspettarsi, i primi oggetti ad essere recuperati dal magazzino sono quelli per provare a non farsi denunciare per atti osceni in luogo pubblico, cosa che poteva tranquillamente accadere considerando che tra il magazzino e l'abitazione di Petri c'è della strada da percorrere e che, non potendo comprare nulla, neanche un biglietto del bus o una corsa in taxi, l'unico modo per spostarsi è a piedi.

 

 



Fosse solo per la fuga notturna in direzione mutande, il documentario merita di essere visto.

 

Ah, ovviamente la scelta dei vestiti è stata anche una scelta dettata dallo spirito di sopravvivenza: Finlandia e neve vanno molto d'accordo con assideramento.

 

Più passano i giorni e più - osservando l'esperimento del regista - ci rendiamo conto di quanto siano importanti alcuni oggetti che diamo per scontati nella nostra vita di tutti i giorni.

 

I calzini.

Lo spazzolino da denti.

Un piatto (ma se non hai la pentola?).

Un frigorifero.

 

 

[Petri Luukkainen si lava i denti con il "dito da denti"]

 

 

Vediamo quanto disagio causi la mancanza di alcune cose e quanto non venga prestata la minima attenzione ad altre che, normalmente, ci sembrano così importanti e di prestigio sociale.

 

Ci viene mostrato cosa significa vivere con l'essenziale.

Apprezziamo le nostre fortune quotidiane, quelle a cui raramente badiamo dandole per certe.

 

Sempre la nonna di Petri:

"Ciò che possiedi non è una misura della tua felicità."

 

Certo, è impensabile ai giorni nostri credere di poter vivere in una casa senza fornelli perché si sa accendere un fuoco, fare a meno delle biro (tanto c'è il nero di seppia) e non comprare al supermercato i ceci e i fagioli perché ci hanno insegnato a "coltivarli" alla scuola materna.

 

Non si possono fare ragionamenti del genere, ma il senso dell'esperimento umano di Luukkainen è pesare tutto con più giudizio, guidarci nel dare importanza a ciò che abbiamo, in primis a ciò che non ha una forma fisica, come gli affetti, e a non darla o comunque non essere ossessionati da cose che in fondo non ci rendono realmente felici, ma sono solo dei palliativi che compensano i veri vuoti in cui temiamo di soffocare e da cui fuggiamo se si prospetta la possibilità di doverli affrontare.

 

 


 

E invece a volte dovremmo proprio lasciarci andare a quella sensazione di vuoto che tanto spaventa ma altrettanto insegna: come fai a capire cosa ti manca se non dai a te stesso il tempo di elaborare la mancanza stessa?

 

Se bevessi un bicchiere d'acqua ogni quarto d'ora, non proveresti mai la sete (oltre al fatto che, di lì a breve, non proveresti più niente in assoluto).

 

Tutto questo per un benedetto trasloco...

Ma, giuro:

 

"[...] è l'ultima volta che faccio cose come questa.
Metto la testa a posto, vado avanti, rigo dritto.

Scelgo la vita.

 

[...] Il maxi televisore del cazzo, la lavatrice, la macchina, il CD e l'apriscatole elettrico.

Buona salute, colesterolo basso, polizza vita, mutuo, prima casa, moda casual, valigie, salotto di tre pezzi, fai-da-te, telequiz, schifezze nella pancia, figli, a spasso nel parco, orario di ufficio, bravo a golf, l’auto lavata, tanti maglioni, natali in famiglia, pensione privata, esenzione fiscale, tirando avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai."

 

 

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