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#Hey,Doc!

Se fossimo tutti uguali non esisterebbero i supereroi: elogio della diversità

A questo mondo siamo tutti diversi, ognuno ha i propri gusti e purtroppo queste affermazioni ricordano il suono delle classiche frasi fatte che vengono in nostro soccorso per sconfiggere il silenzio imbarazzante tra noi e il tipo del terzo piano durante la forsennata ricerca delle chiavi davanti al portone:

“Bella giornata, oggi, eh?”

 

E magari c’è una tromba d’aria in arrivo…

 

Frasi che diciamo, frasi che vengono dette.

 

Ma dato che è palese che io sia diversa da Julia Roberts o che il fondatore di CineFacts.it abbia delle riserve sulla protagonista di Gravity, dato che è innegabile l’esistenza di differenze e gusti, come mai il pregiudizio verso l’altro, quello che non è come me, si fa ancora spavaldamente strada e lo si mette a tacere con difficoltà?

 

 

 


Se abbiamo avuto la fortuna di nascere in una famiglia attenta al rispetto del prossimo e siamo cresciuti circondati da persone mentalmente aperte, questi concetti non solo ci sono arrivati durante l’infanzia nelle più svariate forme (condivisione e rapporti d’amicizia, storie, poesie, cartoni animati) ma, soprattutto, sono stati assorbiti dalle nostre giovani menti spugnose, li abbiamo fatti diventare parte di noi stessi.

 

Così, ora, senza accorgercene agiamo seguendo questi principi.

 

Ma cosa accade se non si viene indirizzati in questa maniera fin da piccoli?

 

Cresce in noi una sorta di autostima distruttiva, tale sia nei confronti del “diverso” che subirà ingiustamente il nostro giudizio negativo, sia verso noi stessi che non approfondiremo la conoscenza dell’altro e non avremo mai la curiosità di farlo, restando così rinchiusi nel nostro recinto di micro-conoscenza, ciò che per noi sarà l’unico vero e giusto mondo.

 

 

[I Villici dell'Armdietto C-18 davanti al segnatempo che K, il Portatore di Luce, aveva loro donato]

 

 

A quanto pare non basta sapere che la diversità esiste, la chiave è imparare ad accettarla.

E il documentarista è uno tra i migliori fabbri.

 

È a tal proposito che vi presento una serie di documentari che trattano il tema della diversità nei più svariati ambiti: stili di vita, religione, orientamento sessuale.

 

Diamo il via alle danze!

 

 

 


Sacro GRA: opera del 2013 del regista Gianfranco Rosi (Fuocoammare) e vincitrice del Leone d'Oro al Miglior Film alla 70ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia.

 

Primo caso nella storia della Mostra in cui il premio di maggior prestigio è stato assegnato ad un documentario.

 

 

[L'ANAS celebra l'uscita in sala di Sacro GRA con un originale messaggio variabile sui pannelli luminosi del Grande Raccordo Anulare]

 

Ma cos'è questo GRA?

Dalla locandina risulta evidente: è il Grande Raccordo Anulare.

 

Il GRA è una grande autostrada tangenziale, la A90, che circonda il centro di Roma.

E, dal momento che stiamo parlando della capitale, capirete bene come l'aggettivo "grande" stia ad indicare dimensioni davvero notevoli: l'area circolare delimitata dal Raccordo presenta un diametro medio di 21 km.

 

 

 

 

È lungo questa circonferenza che il documentario ci porta a conoscere microcosmi solitamente senza voce, tanto sconosciuti quanto silenziosi, storie di persone (o personaggi?) che sembrano appartenere ad altre terre, lontane, che nulla hanno a che fare con il noto caos romano.

 

C'è il pescatore di anguille Cesare, uno dei pochi rimasti, che vive sulla sua casa galleggiante in riva al Tevere insieme alla compagna dell'Est Europa; un principe che con moglie e figlia vive in uno sfarzoso palazzo sede, all'occorrenza, di sfilate e set cinematografici; cubiste, credenti impegnati con un'apparizione e prostitute avanti con l'età.

 

Ma l'indimenticabile è Francesco, il botanico.

La sua vita è una lotta quotidiana contro un male difficilmente debellabile: il famigerato punteruolo rosso.

 

Tutto il documentario è un continuo sgranare gli occhi mentre osserviamo stili di vita lontani anni luce rispetto ai nostri.

In particolare con Francesco all'inizio sembra di trovarsi davanti ad un personaggio, non a una persona, e non riusciamo a credere che quanto vediamo sia vero, che non ci sia un qualcosa di costruito apposta per lasciare sbigottiti gli spettatori.

 

Ma poi si capisce che è tutto vero: la missione del botanico è salvare le palme dal parassita rosso che le attacca dall'interno e che le fa morire lentamente.

Lentamente ma non silenziosamente.

 

Così, per sconfiggere il punteruolo, Francesco ascolta il cuore delle palme.

 

 

 


Tutte quelle che ci vengono mostrate sono, a prima vista, vite distanti le une dalle altre ma, allo stesso tempo, unite dal GRA che quasi come su una pista cifrata le collega creando una linea immaginaria su cui troviamo elementi comuni: gli stessi distacchi (rappresentazioni umane dell’equidistanza dalla capitale), la stessa lentezza o velocità relativa.

 

Stesse note e pause.

 

Il GRA come speciale pentagramma ad una linea e zero spazi.

E se le note, tra loro, hanno anche uguale durata, va da sé quale sarà la “melodia”: un suono che vibra costante lungo tutto il Raccordo.

 

 

[Progetto GrAArt: street art lungo il GRA che diventa legame tra centro e periferia di Roma]

 

 

Tra le mille e assolutamente non valide ragioni a cui l’uomo si è appigliato per dare una motivazione alle discriminazioni verso i suoi simili, ce n’è una che è forse la più antica: la religione.

 

Crociate, guerre varie, tradimenti e massacri in nome di un dio più vero di un altro, storie che conosciamo molto bene e faide che non hanno mai trovato una conclusione.

Anzi ai giorni nostri, con il panico da attentati terroristici che dilaga, lo scetticismo con cui un tempo si guardava il musulmano sembra essersi (dis)evoluto in vera e propria fobia (e spesso purtroppo odio) verso chi professa l'Islam.

 

Cos’ha pensato, dunque, il regista Ernesto Pagano?

 

Napolislam!

 

 

 


Siamo a Napoli, le raccomandazioni a Dio sono praticamente un intercalare e la tradizione è sacra.

 

Protagonisti dieci napoletani: dalla ragazza innamorata al padre di famiglia, dal rapper al parrucchiere.

Dieci persone con diverse occupazioni ed estrazioni sociali.

In comune una scelta: la conversione all’Islam.

 

Una decisione che non implica solo un diverso credo ma un importante cambiamento dello stile di vita.

 

Mostrare l’accettazione dei napoletani convertiti da parte di quelli "convenzionali", lo sforzo di comprendere le loro nuove abitudini alimentari, il diverso tipo di abbigliamento, il tutto in una città come Napoli i cui cittadini, spesso, sono essi stessi mira di pregiudizi, è uno smacco ed una scelta documentaristica decisamente intelligente.

 

Il messaggio dell’infondata paura verso chi crede in Allah o in un altro dio si alterna, in un perfetto equilibrio, a frecciatine velatamente critiche ma amare nei confronti della nostra società che, giudice severo e integerrimo verso la cultura del mondo islamico, troppo spesso chiude un occhio su se stessa.

 

Il tutto è sapientemente addolcito qua e là da zeppole halal!

  

 

 

 

Vincitore del Biografilm Italia Award al Biografilm Festival 2015: 75 minuti di folklore, divertimento e riflessione.

 

Se le discriminazioni verso chi professa una diversa religione hanno radici antiche, quelle nei confronti di chi ha un orientamento sessuale diverso dall'eterosessualità non sono meno lontane.

 

Potrebbero sembrarci fatti più recenti forse perché sui libri di scuola, nei film, abbiamo sempre visto le bandiere delle crociate, croci di San Giorgio rosse su fondo bianco, certo all'epoca non spiccavano in prima linea gli organizzatori del Gay Pride con gli striscioni arcobaleno.

 

È un tipo di discriminazione non maggiormente crudele di altre ma, forse, che ha peccato di più in vigliaccheria, che è stata a lungo perpetrata ma taciuta, sia dalle vittime che dai carnefici.

Ovviamente non considero un crociato un'anima buona e la persona che picchia a sangue un ragazzo omosessuale nel retro di una stazione di benzina un essere schifoso (cioè, sì, questo lo penso), ma il primo lo gridava a destra e a manca che stava andando a riconquistare la Terra Santa, l'altro al massimo fa benzina e se ne scappa.

 

Il coraggio e la volontà di riscatto degli appartenenti alla colorata comunità LGBT hanno portato, con fatica, risultati decisamente positivi.

 

Anni ed anni di manifestazioni e coming-out sono stati necessari e sta iniziando a passare il messaggio che non c’è niente di sbagliato in uomini che amano uomini, donne che amano donne, che nessuno è migliore o peggiore di nessun altro.

 

Credere a una storia del genere è “una storia sbagliata”.

 

 

 

 

Ma nonostante il grande movimento di sensibilizzazione che, forse con più visibilità dagli anni ’80-’90, continua ai giorni nostri, non ci si può o non ci si deve fermare nella lotta contro le discriminazioni.

 

Anzi, perché non sfruttare i mezzi moderni di comunicazione?

 

Out, documentario del 2018 di Danis Parrot, non è altro che un montaggio di coming-out: quasi tutti adolescenti, alcuni ancora bambini (ma dalla forza che contrasta con i dati anagrafici), si riprendono con cellulari e webcam in uno dei momenti che più segnerà le loro vite.

 

 

 

 

Nell’epoca di Internet confessioni a genitori e migliori amici vengono affidate a telecamere testimoni di espressioni, sguardi, di molti silenzi e poche parole, per poi essere divulgate e servire da incoraggiamento verso chi non è ancora riuscito a pronunciare le stesse parole, da guida per chi non saprebbe come comportarsi ascoltando un proprio caro che rivela la propria omosessualità.

 

Da monito per non ripetere gli stessi errori di chi reagisce con rabbia e a volte, purtroppo, anche con violenza.

 

 

 

 

Questo pezzettino di Cinema è l’esempio di quanto, a volte, un documentario possa risultare prezioso nonostante a livello tecnico non sia esemplare.

 

Bene: credo proprio che se già a leggere questa rubrica eravamo io, per ovvi motivi, e altri 2 o 3 folli che sono finiti qui per sbaglio e hanno deciso di vedere di cosa si trattava, dopo questo mattone di articolo rimarrò la sola lettrice!

 

Ma so anche che nell’Universo degli Opposti, quello dove ho residenza da quando ho memoria, sono tutti fomentatissimi per l’inizio dell’ultima stagione di Docs of Thrones, c’è un’ansia generale per l’imminente uscita in sala di Avengers: Docgame e i milioni di lettori della rubrica Hey, Doc! non vedono l’ora che esca questo articolo!

 

Quindi, cari i miei abitanti di Oppostilandia sempre “In direzione ostinata e contraria”, sappiate che scrivo per voi!

 

Stay Doc!

 

Chi lo ha scritto

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Stortod'autore

Goodnight&Goodluck

Stortod'autore

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2 commenti

Luca Ernandes

1 mese fa

Complimenti, bellissimo articolo!
Non vedo l'ora di recuperare napolislam!!

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Morena Falcone

1 mese fa

Luca Ernandes
Grazie! :)

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