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I 5 corti documentari candidati agli Oscar 2020 - Recensioni

La tanto attesa Notte degli Oscar si avvicina, da tempo sono partite le scommesse su quale film quest'anno si accaparrerà più statuette, quali saranno gli attori protagonisti e non a salire vincenti sul palco per i ringraziamenti di rito e, visto l'altissimo livello delle pellicole che hanno ottenuto la nomination per il Miglior Film, siamo davvero curiosi di sapere chi la spunterà.

 

 

Ma vi siete accorti che tra tutte le categorie di premi ce ne sono ben due che interessano noi popolo di Hey, Doc!?

 

Sicuramente sì, so che siete attentissimi, oh miei cari divoratori di pellicole dalle voci fuori campo!

 

Ogni anno l'Academy conferisce i premi per il Miglior Cortomettaggio Documentario e per il Miglior Documentario: oggi parleremo dei cinque titoli in nomination per il premio Oscar al Miglior Corto Documentario 2020.

 



Il premio al Miglior corto documentario venne assegnato per la prima volta nel 1942 a Churchill's Island, film del '41 diretto dal regista Stuart Legg e nelle successive edizioni degli Academy Awards la statuetta è stata assegnata a opere come Benjy di Fred Zinnemann o Chernobyl Heart di Maryann DeLeo.

 

Tutte opere che, nonostante la breve durata rispetto a un lungometraggio, riescono a colpire lo spettatore perché concentrano tutta la storia in un ridotto minutaggio, diventando intensi spaccati di vita.

 

Quest'anno i temi dei corti documentari in nomination spaziano dall'attuale situazione degli emigrati vietnamiti di cinquant'anni fa a quella dei rifugiati in Svezia tra i cui figli c'è oggi tendenza a sviluppare ancora poco conosciute patologie.


Ci raccontano storie che denunciano vergognosi fatti di cronaca, risultato di scelte corrotte, ci parlano della difficile infanzia delle bambine afghane e della lotta per assicurare loro un futuro migliore e ci presentano anche l'uguaglianza e la richiesta di diritti civili come altre valide ragioni per lottare.

 

Vediamo un po' più nello specifico di che si tratta.

 

 

 

In the Absence

 

In questa edizione degli Academy Awards la Corea del Sud è presente non solo con quel gioiellino di Parasite, grazie al quale il regista Bong Joon-ho "sta facendo innamorare il mondo", ma anche con In the Absence, corto documentario diretto da Yi Seung-jun riguardo il disastro del traghetto MV Sewol.

I fatti risalgono all'aprile del 2014 quando la nave, partita dalla città di Incheon, sulla costa nord-occidentale della Corea del Sud, e diretta verso l'Isola di Jeju, per qualche incomprensibile motivo inizò a beccheggiare, sbandando in maniera sempre più forte e diventando incontrollabile, abbattendosi poi lungo un fianco, iniziando a imbarcare acqua e, infine, capovolgendosi e inabissandosi completamente.

 

La Sewol era un'imbarcazione di tipo ROPAX (roll-on/roll off-passengers), adibita cioè sia per il trasporto di mezzi come camion, rimorchi, auto, che per quello di passeggeri.


Un paio di anni prima aveva subito delle modifche importanti che andavano a interessare, tra le varie cose, una variazione sul carico massimo che era possibile trasportare in stiva: erano dunque state fatte tutte le revisioni necessarie a garantirne la sicurezza.


Ma qualcosa è andato storto.

 

 



Il giorno della tragedia, a bordo del Sewol erano presenti più di 400 persone: più di 300 erano studenti di scuola superiore in gita scolastica.


Le decisioni prese da chi avrebbe dovuto occuparsi della sicurezza dei passeggeri e che seguirono l'inizio di quell'incubo contribuirono solo al peggioramenteo di una situazione che, seppure pericolosa, si sarebbe potuta risolvere molto diversamente.


Mentre la nave imbarcava acqua, le uniche indicazioni che vennero date a chi si trovava sul traghetto furono di indossare i giubotti salvagente e rimanere assolutamente fermi nelle loro cabine.

Di questo documentario non sono le particolari prodezze tecniche a colpire, quanto l'assurdità della storia raccontata: complici le immagini della nave su di un fianco, è facile pensare agli eventi del Titanic, messi poi in scena da James Cameron nell'omonimo film.


La cosa sconvolgente è che, a differenza del naufragio del transatlantico britannico che avvenne a circa 650 km di distanza dalla costa più vicina (Cape Race, Canada), quello del traghetto Sewol è avvenuto a 1,5 km dalle coste sudcoreane dell'Isola di Donggeochado, una distanza che non avrebbe rappresentato un ostacolo insormontabile se chi di dovere avesse agito tempestivamente mettendo in pratica adeguate operazioni di soccorso.

 

Ritardi nell'avvisare la guardia costiera, negligenza da parte della stessa, più preoccupata che sul luogo del disastro ci fossero delle telecamere a filmare tutto per le future indagini interne piuttosto che nel far partire le loro navi alla volta della Sewol; un capitano che in una situazione drammatica come quella non ha ordinato l'immediato abbandono della nave mostrandosi, inoltre, un pessimo cuor di leone.


Silenzio, vigliaccheria, segreti e corruzione.

 

 


 

Il corto è una denuncia contro tutti i silenzi che hanno contribuito alla triste, evitabilissima tragedia del traghetto Sewol e che, dopo anni di indagini sono saliti a galla rendendo (insufficiente) giustizia a tutte le vittime e ai loro cari.

 

Molto coinvolgenti i messaggi che gli studenti a bordo della nave inviavano alle famiglie e che, nel doc, appaiono come didascalie facendoci percepire il mutare delle emozioni provate dai ragazzi, man mano che il tempo passava e che iniziavano a realizzare quello che stava accadendo.

_____________________________

 

 

 

Learning to Skateboard in a Warzone (If You're a Girl)

 

Quanti sono i modi in cui abbiamo giocato da bambini?


Quanto tempo passavamo nella stradina o nella piazzetta davanti casa con i nostri amici del quartiere, di scuola, a fare avanti e indietro con le biciclette, i monopattini, a organizzare le squadre per giocare "alla tedesca", a discutere se quella palla era dentro o fuori dal campo delimitato da (im)precise linee immmaginarie o se eravamo alla giusta distanza per colpire la biglia dell'avversario.

 

O magari eravamo più tipi da videogiochi, quindi super tornei di Fifa o interi pomeriggi nelle sale giochi, a seconda delle generazioni.

 

Fatto sta che, se abbiamo avuto la fortuna di poter trascorrere con spensieratezza la nostra infanzia, tutti custodiamo dei luminosi ricordi riguardo i mille modi in cui decidevamo di divertirci.

Spensieratezza e possibilità di decidere: è proprio quando ne percepiamo la mancanza che ci rendiamo conto di quanto siano fondamentali per vivere serenamente e non sentirsi oppressi.

Questi sono i temi di fondo di Learning to Skateboard in a Warzone (If You're a Girl), corto documentario diretto da Carol Dysinger (John Lennon Live in New York City, Camp Victory, Afghanistan), già vincitore del premio per Miglior cortometraggio documentario al Tribeca Film Festival 2019.

 

 



Il documentario parla di quanto sia difficile per i bambini crescere in Afghanistan e avere un'infanzia considerata da un occidentale medio "normale", in particolar modo per le bambine.


E questo per diversi motivi: da un lato c'è la mentalità chiusa delle famiglie più tradizionaliste per cui non è consono che, raggiunti i tredici anni di età, una ragazzina esca di casa, che sia per andarsi a fare una passeggiata o per andare a scuola, dall'altro non si può sottovalutare la ragionevole paura dei genitori nel lasciare uscire di casa le proprie figlie dal momento che rapimenti e stupri di bambine, anche per faide famigliari, sono all'ordine del giorno.

 

 


 

Una coraggiosa realtà nata per lottare contro la svantaggiata situazione femminile nel periodo della crescita è quella di Skateinstan: organizzazione no-profit, scuola femminile a tutti gli effetti, dove migliaia di bambine e ragazze si recano ogni giorno per imparare a leggere, scrivere, contare e... andare sullo skateboard!

 

Nata nel 2008 a Kabul per opera dello skater australiano Oliver Percovich, oggi presente con diverse sedi nel resto dell'Afghanistan, in Cambogia e in Sudafrica, Skateinstan è una ventata di speranza per tutte le bambine che la frequentano e per tutti i genitori che desiderano per le loro figlie un processo di crescita diverso da quello a cui loro sono stati obbligati - in particolare le madri costrette, all'epoca della loro infanzia, all'analfabetismo e a matrimoni precoci.

 

 



Il documentario segue le loro lezioni quotidiane: quelle più tradizionali tra i banchi di scuola, durante le quali imparano la grammatica e vengono spronate dalle insegnanti a rispondere alle domande - anche se le studentesse non sono certe delle risposte - così che diventino sempre più sicure di sè, fino agli allenamenti sullo skate in palestra.

 

Caschetti sugli hijab, ginocchiere e gomitiere su vestitini colorati e via!

 

Learning to Skateboard in a Warzone (If You're a Girl) mostra come la stimolante partecipazione ad un gruppo sociale, il doversi impegnare per il raggiungimento di un obiettivo non imposto e soprattutto dare la possibilità di fare tutto ciò a chi di solito non ha queste libertà siano le chiavi per far maturare sogni arditi in piccole menti.

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Life Overtakes Me

  

Kristine Samuelson e John Haptas, registi di Life Overtakes Me, girando un corto documentario nel più classico degli stili, con riprese di vita quotidiana alternate a interviste dove chi risponde alle domande siede di fronte alla camera, ci mostrano una triste quanto poco chiara situazione che oggi caratterizza centinaia di famiglie di rifugiati in Svezia e la cui tendenza è in crescita: la sindrome da rassegnazione.

 

Tra il 2003 e il 2005, in Svezia, sono iniziati ad essere sempre più frequenti casi di bambini e adolescenti che, dal vivere una vita normalissima, andando a scuola, praticando sport, sono piano piano degenerati in uno stato catatonico più o meno grave.


Iniziavano ad essere sempre più stanchi, spenti, non parlavano più e si muovevano sempre meno fino a rimanere completamente immobili a letto.
Nei casi peggiori smettevano anche di deglutire cibi e liquidi necessitando, quindi, di sondini gastrici.

 



Analizzando i vari casi, nonostante si sappia ancora poco sul perché questa sindrome colpisca principalmente in Svezia, si è capito che le principali cause per cui questi bambini iniziavano a soffrirne erano eventi del loro passato che li avevano profondamente traumatizzati e continuavano a farli sentire sotto stress, inconsciamente soffocati da un costante senso di incertezza per il futuro.


In effetti, le famiglie in cui si registrano la stragrande maggioranza di questi casi sono quelle di rifugiati - principalmente provenienti dai Balcani e dalla Russia - che hanno subito pesanti minacce e torture nei loro paesi d'origine, che vivono nell'ansia di un negato rinnovo del permesso di soggiorno, nel timore di dover essere deportati negli stessi luoghi da cui sono scappati via.

 

 



I veri protagonisti sarebbero i bambini affetti dalla sindrome da rassegnazione ma, come si vede nel doc, è necessaria la costante presenza dei genitori, co-protagonisti fondamentali, che come abili marionettisti muovono i fili collegati agli arti dei loro bambini inermi.

 

È molto facile farsi coinvolgere emozionalmente da Life Overtakes Me ma, volendo cinicamente prendere le distanze dal tema in sé, viene da chiedersi se sia effettivamente un'opera documentaristica completa o se la maggior parte del plauso ricevuto finora non sia principalmente merito delle immmagini a cui non si riesce a rimanere insensibili.

 

Life Overtakes Me è disponibile in streaming su Netflix.

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St. Louis Superman

 

Diretto da Smriti Mundhra e Sami Khan, non essendo state troppe le proiezioni in sala (ad oggi, appena qualcuna in America) e non essendo stato inserito nei cataloghi di alcuna piattaforma streaming, di questo corto documentario targato MTV Documentary Films si sanno ancora poche cose.

 

Il doc racconta la storia dell'americano Bruce Franks Jr., conosciuto nel mondo della musica rap come Ooops! ed in politica come Superman.


Attivista militante nel movimento Black Lives Matter che si batte contro ogni forma di razzismo nei confronti dei popoli di colore, a seguito delle agitazioni che nel 2014 interessarono Ferguson, sobborgo della città di St. Louis in Missouri, Franks si candidò e venne eletto come democratico alla Camera dei Rappresentanti del Missouri, nonostante questa prediliga bianchi repubblicani.

 

 



L'obiettivo di far far approvare un disegno di legge importante per la comunità di Ferguson potrà essere raggiunto, non solo battendosi in politica, ma anche combattendo i suoi personali demoni che non l'hanno mai abbandonato dopo le traumatiche esperienze del suo passato.

 

Menzione speciale della giuria al Tribeca Film Festival 2019.
Ciò che per ora conosciamo di St. Louis Superman non è molto, ma sembrano esserci tutti i buoni presupposti per poter godere di un buon risultato.

 

Speriamo di poterlo vedere quanto prima.

_____________________________

 

 

 

 

Walk Run Cha-Cha

 

Vietnam, seconda metà degli anni '70.

 

Due giovani ragazzi, Millie e Paul, si conoscono, lui invita lei alla sua festa di compleanno e, durante i festeggiamenti, le chiede di ballare: galeotto fu quel ballo perché così, ballando, si innamorarono.

La loro frequentazione andò avanti e la coppia iniziò ad essere sempre più affiatata ma, dopo soli sei mesi, Paul diede a Millie la notizia che presto avrebbe dovuto lasciare il paese con tutta la sua famiglia per sfuggire alle rigide politiche repressive del Partito Comunista del Vietnam (PCV).


Dopo la cosiddetta Caduta di Saigon del 1975, avendo preso potere anche nel Vietnam del Sud, il PCV iniziò a prendere severi provvedimenti per combattere qualunque residuo del capitalismo che caratterizzava la società del nord e, come lo stesso Paul
ricorda, per famiglie come la sua, in cui la fonte principale di sostentamento era una remunerativa attività d'affari, divenne impossibile tirare avanti.

La storia tra i due, a quel punto potè solo continuare a distanza, dal Vietnam alla California.


Come si tenevano in contatto?
Niente Skype, Whatsapp, e-mail, solo parole d'inchiostro su carta che attraversavano grandi distanze, spinte dalla tanta voglia di restare insieme.


Fino a quando, dopo sei anni di separazione forzata, ruscirono a ricongiungersi a Los Angeles - dove vivono ancora oggi - e a ritrovare faticosamente la complicità e l'intimità perduta.

 

 



Tutta la storia dei due protagonisti di Walk Run Cha-Cha ci viene narrata mentre li vediamo provare passi di cha-cha-cha, allenarsi in difficili coreografie, seguire i consigli del loro maestro di danza, tutto per trasmettere allo spettatore il messaggio che la danza, per Millie e Paul, è una parte fondamentale delle loro giornate e della loro esistenza come coppia.


Dopo un'intera vita di sforzi per integrarsi in un paese che non era il loro, dovendo imparare una nuova lingua, avendo gli studi da terminare e un figlio da mantenere, ora possono finalmente provare a recuperare quel senso di libertà e spensieratezza che solo con il ballo, fin
dall'inizio della loro storia, riescono a provare.

La regista Laura Nix ha dichiarato al New York Times che ha voluto parlare del presente dei due protagonisti con l'intento di far riflettere riguardo la situazione di chi, da migrante costretto a ricominciare tutto da capo, non solo deve affrontare il momento della vera e propria migrazione, ma anche tutto ciò che viene dopo, nella difficile fase di integrazione e ambientazione in una nuova società.

 



Sulle intenzioni niente da dire.


Riguardo al corto, invece, senza andare a leggere le dichiarazioni della Nix prima della visione si ha un po' di difficoltà a distinguere in maniera netta quale sia l'obiettivo principale di chi lo dirige: se sottolineare il fatto che quello del PCV degli anni '70 fu un governo repressivo da cui nacquero tantissime storie come quella di Millie e Paul, se esaltare il ballo mostrando come possa essere elemento di unione tra persone che combattono quotidianamente per la felicità nelle loro vite.

 

O, ancora, ma con grande sforzo vista la ridottissima sceneggiatura ad avvalorare questa tesi, se si voglia puntare l'attenzione sugli sforzi che una famiglia appena arrivata in un nuovo paese deve affrontare.

Il che è proprio quanto dichiarato da Laura Nix.


La sensazione che si ha dopo la visione di Walk Run Cha-Cha, però, è di non averne colto a pieno il messaggio, avendo invece recepito tante vaghe informazioni su periodi storici, personaggi, abitudini e difficoltà sociali.

 

 


E voi per chi tifate?


Per chi avete votato nel ConcorsOscar 2020 di CineFacts.it?


Quali cortometraggi documentari avete già visto e quali siete curiosi di vedere?

Chi lo ha scritto

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5 commenti

Mattia Pellegrino

8 mesi fa

In The Absence bello bello

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Gabriele Rovello

8 mesi fa

Mi sono avvicinato quest’anno per la prima volta ai corti doc e li trovo fantastici.
Tra questi sono rimasto raggelato da In The Absence, e ammutolito di fronte a Life Overtakes Me. Consigliatissimi entrambi.
Sono d’accordo con te anche sul giudizio di Walk Run Cha Cha

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Morena Falcone

8 mesi fa

Gabriele Rovello
Ah ma ormai abbiamo un super fan di Hey, Doc! :)
Personalmente i due che ho apprezzato di più sono stati In the Absence e Learning to Skateboard in a Warzone (If You're a Girl) e sono stata molto contenta e d'accordo con l'assegnazione dell'Oscar al secondo.

Per Walk Run Cha-Cha ammetto di aver avuto difficoltà a capire la motivazione della candidatura. Sarà stato il tema originale?
Effettivamente si parla sempre del disagio che gli immigrati devono affrontare durante lo spostamento in altri paesi e delle difficoltà per integrarsi ma non si conoscono spesso le loro storie a distanza di anni...
Non so, in ogni caso non mi ha convinto.
Per niente.

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Erik Nicoli

8 mesi fa

Sempre grazie per i tuoi articoli che leggo molto volentieri Morena!
Ne ho visti 3 su 5 al momento e quello che ritengo migliore è "In the Absence". 
Peccato che venga data sempre poca rilevanza ai corti documentari, (non se ne parla mai e non vengono mai pubblicizzati) quando invece meriterebbero di avere un pò più di visualizzazione!

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Morena Falcone

8 mesi fa

Erik Nicoli
Anche con un solo commento del genere ritengo compiuta la mia missione! 💛

Vero, purtroppo si dà poca attenzione ai corti in genere, non parliamo dei corti documentari...
Ma Hey, Doc! esiste anche per questo! 😉

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