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Lo sviluppo di un film: dall'idea fino allo script

Un film è, come abbiamo visto, un lavoro collettivo di grande complessità, che richiede un’enorme quantità di tempo, di fatica e di denaro, e che può coinvolgere intere unità produttive per diversi mesi.

 

L’industria cinematografica, per questo motivo, è considerata essere uno dei settori con più alte barriere all’entrata, termine utilizzato nel management per indicare le difficoltà per un nuovo competitor di entrare nel mercato e superare una serie di ostacoli per affermarsi. 

 

In parole pratiche: se non si dispone di una serie di competenze, di risorse, di esperienza, di connessioni professionali e, ovviamente, di un certo budget, è difficilissimo realizzare un film da lanciare in un mercato più ampio di pochi cinema e festival indipendenti.    

 

 



Eppure, nonostante questa premessa, è impressionante quanto sia in realtà essenziale il processo di ideazione di un progetto.

Serve, innanzitutto, un’idea.

 

Tutto il resto, è solo conseguenza: si parte da un flash, un’immagine, un personaggio, una canzone, un libro.

Una scintilla che faccia scaturire un fuoco, un seme da cui far nascere una pianta, un nucleo da cui sviluppare un vero progetto.

 

 

 

 

Pensate a un film che ha riscosso un successo clamoroso, che ha fatto incetta di premi, che ha convinto la critica ed entusiasmato il pubblico, ponendosi come riferimento anche per lavori successivi.

 

Cosa hanno in comune tutti i titoli che rispecchiano questa descrizione?

Un’idea forte alla base che funziona.  

 

“Tre uomini nel west si contendono una cassa d’oro sepolta in un cimitero”

“Un uomo impazzisce dopo essere rimasto solo per mesi in un albergo con la sua famiglia” 

"Un ragazzo nostalgico sogna di perdersi nelle strade della Parigi del passato”
  

Con una sola, brevissima frase, sono riuscito subito a farvi capire di che film stessi parlando. 

 

Sono tre idee semplici, ma geniali, da cui tre grandi registi sono partiti per sviluppare tre grandi lavori, che hanno colpito sia per la loro straordinaria realizzazione, ma anche per la capacità di catturare l’attenzione soltanto descrivendone l’idea alla base.   

 

 

 

 

Questa è un po’ una formula magica.

 

Certo, serve molto altro per superare queste famose barriere all’entrata e ritagliarsi uno spazio di successo nel nostro piccolo o grande mercato.

Ma, se è vero che un film con una buona idea possa non necessariamente diventare un buon film, è sempre vero che un film senza una buona idea non sarà mai e poi mai un grande film.

 

In che modo avviene il processo di ideazione di un film?

Come si passa allo sviluppo vero e proprio? Di chi si occupa della creazione di nuove idee?

Chi le propone? Chi le sceglie?

Chi le filtra, le migliora e le seleziona?  

 

Non c’è, come vi aspetterete, una risposta unica e definitiva.

 

L’ideazione di una storia, come tutti i processi creativi, può assumere tantissime forme e modalità, a seconda anche della natura del prodotto di cui stiamo parlando.

 

 



Tra un grosso progetto per un blockbuster voluto da un major studio e un piccolo film indipendente europeo, i criteri di selezione e i processi di trasformazione da un’idea a una prima stesura della sceneggiatura, c’è tantissima distanza.  

 

Nel primo caso, è solitamente un produttore a prendersi carico della selezione di un soggetto proposto, che può essere sia una sceneggiatura già pronta, presentata da un autore esterno, che l’adattamento di un romanzo o di un film per un sequel o un remake.

 

Il primo passaggio, dunque, è assicurarsi i diritti d’autore dello script, del libro o del film in questione.

L’idea, in questo caso, è più una scelta imprenditoriale che punta al potenziale successo di una storia, spesso già conosciuta dal pubblico e da riadattare per lo schermo nel migliore dei modi.

 

Pensate alla scelta di uno studio come la Warner di realizzare una saga dedicata al personaggio di Harry Potter, capace di attirare al cinema folte schiere di fan dei libri.

 

O anche tutto il filone dei cinecomic, la cui ideazione era partita da una semplice opportunità di sfruttare il copyright legato ai personaggi del mondo dei fumetti.  

 

 

 

 

La vecchia e romantica immagine di uno sceneggiatore che presenta il suo progetto, accuratamente rilegato, a un produttore influente che viene colpito dalla profondità della storia e decide di acquistarlo, è un’idea non ancora del tutto superata: negli studios, vi sono interi uffici composti da “readers”, incaricati di leggere e valutare secondo certi criteri decisi dall’alto tutti gli script che vengono recapitati.

 

Altre volte, l’autore è anche lo stesso regista, che spesso viene affiancato durante la stesura finale da altri sceneggiatori.

 

Ovviamente, non si tratta di una selezione facile: è difficile stimare il numero di sceneggiature presentate ogni anno alle porte degli studios, e ancora più difficile stabilire la percentuale di progetti approvati.

Nel caso in cui ciò avviene, possiamo comunque affermare con certezza che nessun progetto verrà totalmente mantenuto nel modo in cui è stato inizialmente concepito.

 

Innanzitutto, molto spesso l’idea è inizialmente presentata in una forma più abbozzata, chiamata treatment (trattamento): un documento di circa dieci pagine con il resoconto della trama e la descrizione delle scene più importanti, senza dialoghi. 

 

 



Come è facile intuire, l’abilità di chi realizza questo documento deve essere quella di riuscire a catturare l’attenzione, avere una presa particolare, riuscire in qualche modo a distinguersi dalla marea di proposte che sommergono gli studios, rendendo comunque evidente ciò che il film vuole comunicare.

 

Se approvato, il treatment verrà arricchito e ampliato in uno step outline, che prevede una più minuziosa descrizione delle scene e dei personaggi, senza comunque mostrare i dialoghi, che compariranno nel terzo passaggio: la sceneggiatura.

 

Ancora, tuttavia, siamo ben lontani dalla fine della fase dello sviluppo: attraverso lunghe consultazioni con readers, co-sceneggiatori e talvolta persino attori, lo script verrà costantemente modificato a seconda di esigenze di storytelling e produttive (first, second, third draft, e così via).

 

Solo allora, il final draft verrà sottoposto al produttore, che dovrà valutare se l’idea potrà essere economicamente sostenibile e conveniente.

Finalmente, se anche l’ultimo vaglio sarà superato, si potrà passare alla fase di pre-produzione.  

 

 

 

 

Come già ripetuto, questo modello è solo un esempio, forse il più comune tra le grandi produzioni, ma trova un infinito numero di eccezioni.

 

Talvolta è il produttore ad avere un’idea e a scrivere un primo treatment da sottoporre a uno sceneggiatore per la scrittura completa del film.

Poi, sempre più in questi ultimi anni, la fase dello sviluppo viene occupata dalla ricerca dell’opportunità di acquistare i diritti d’autore per un’opera derivativa, spesso da libri o altri film, ma anche fumetti e videogiochi.

 

Il lavoro di scrittura si trasforma dunque in un lavoro di adattamento, con un approccio molto diverso.

 

Nei film d’autore europei spesso il regista lavora da solo al proprio film, supportato da un co-sceneggiatore e da un produttore che hanno quasi il compito di tenere a bada il suo estro creativo da un punto di vista di coerenza narrativa (il primo) e finanziario (il secondo).

Tante formule, per un’unica soluzione: riuscire a trovare un’idea che possa essere di successo, a seconda degli obiettivi della produzione.

 

Realizzare un film impegnato? Di evasione? Artisticamente stimolante?

Per il grande pubblico? Per le famiglie?

In realtà, la meta finale rimane sempre quella: poter realizzare un prodotto che possa essere venduto.

 

Con un’idea forte ed efficace, tutto può diventare più facile.

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2 commenti

Domingo Petruzzi

1 mese fa

Articolo interessantissimo, ne voglio sapere ancora di più. Aspetto con ansia il prossimo articolo della rubrica

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Benito Sgarlato

3 mesi fa

Sarebbe un sogno poter scrivere almeno un treatment!
Articolo interessante comunque

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