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Midnight Diner: Tokyo Stories - Recensione: La pancia come centro sensoriale delle emozioni

Uno scacciapensieri, un gioiello di scrittura che vi farà venire una fame bestia

Sono circa le 3 del mattino.  

 

La sveglia suona acuta, trapanando il cranio con la prepotenza petulante di qualsiasi suoneria per sveglia concepita dal genere umano.

Qualora dovessi mai trovarmi al banco degli imputati del processo celeste, cercherò di chiedere un'attenuante basandomi sulla possibilità di scontare la mia pena come torturatore sadico e instancabile di tutte quelle anime che hanno contribuito, indirettamente e non, a portare avanti questa grossa, infame bugia, che la sveglia sia cosa buona e giusta.

 

Devo prendere un aereo e l'unico volo con senso di esistere è quello delle sei del mattino.

Realizzo di dover buttare la spazzatura.

Prendo il sacco brontolando rantoli incomprensibili anche al captcha.

Scendo al piano interrato, getto il sacchetto in un cassonetto che sa di quella deliziosa fragranza tipica del sudiciume misto di umido, secco e degrado dell'evoluzione della specie.

Mi volto e, al centro del parcheggio, immobile, seduta con una postura di rara eleganza, c'è una volpe.

 

La guardo.

Lei mi guarda.

Ci guardiamo manco fossimo protagonisti di una canzone di De Gregori o di una sfida all'O.K. Corral.

Io immagino la cosa vista da fuori con simmetrici e distesi campi panoramici, il silenzio del contesto urbano, la luce fluo e la grana di un film di Michael Mann.  

 

Stacco  

 

Sono passati alcuni mesi e quella volpe mi è apparsa in sogno diverse volte, come in una visione allucinata di Homer Simpson, atteggiandosi quasi fosse un qualche spirito guida.

Ad ogni risveglio ho controllato nel retro della memoria, a confermare di non aver assunto alcun peyote.

Ero sobrio e lucido. 

 

Come in un avanti veloce, come in uno stacco di montaggio alternato, da quel momento nel piano interrato, passando per il sogno, finisco con il ritrovarmi su per il monte Inari, a Kyoto, inerpicato lungo i 233 metri della sua altezza, esplorando il santuario di Fushimi Inari-taisha.

Di fronte a me la statua di una volpe, Kitsune in Giapponese, tiene fra le fauci una chiave.

Sono considerate messaggeri.

Io, dopo essermi purificato e aver pregato rispettosamente, lascio alla volpe un messaggio, ricopiando attentamente i caratteri Giapponesi indicati, con tanto di traduzione, negli appositi spazi dedicati ai visitatori.  

 

Arigato gozaimashita.  

 

Stacco 

 

 

 

 

A portarmi in Giappone è stata la curiosità di una vita, l’infanzia cresciuta tra Ranma ½, Yatterman e Dragon Ball e l’adolescenza intervallata da Cowboy Bebop, Slam Dunk e Trigun

 

Guardavo ai banchi di scuola, ai cortili di terra ampi e polverosi, alle divise ordinate, alle gonnelline bianche e blu delle ragazze morigerate e timide, sollevando sempre l’ipotesi di come sarebbe stato abbandonare le mie camicie di flanella grunge e i contrasti con le Silver indossate dai fighetti, i proto-ferragni della mia generazione, per immergermi in un contesto sociale agli antipodi.  

 

La mia curiosità è diventata ossessione quando la mia coscienza artistica in sviluppo ha iniziato a comprendere lo stacco enorme tra la semplicistica dicotomia dei supereroi Marvel e DC e quella dei manga giapponesi, delle storie dei film di Hayao Miyazaki, della dualità sociale e politica di Capitan Harlock e di come tifassi, quotidianamente, per Lupin III, il ladro gentiluomo.  

 

Il Giappone era ben altra storia, un contesto narrativo e sociale quasi alieno, differente e affascinante, che ha iniziato a influenzare il mio vissuto, le mie storie, i miei pensieri e persino le mia vita.  

 

Poi, un giorno, sfogliando il catalogo Netflix, che con la cultura orientale ha un rapporto abbastanza superficiale, entro in contatto con Midnight Diner: Tokyo Stories.  

 

Clicco play.  

 

 

 

L’opening apre con un pizzicato di chitarra, un canto malinconico, mentre la camera ci conduce lungo le strade, illuminate da insegne ed enormi schermi pubblicitari, del quartiere di Shinjuku a Tokyo.

 

​Le strade brulicano ordinate, immagine di un caos regolato di una società complessa, stressante nella sua ricerca spasmodica di una pacifica precisione.

 

Per me, lombardo d’adozione e siciliano alla radice, quel quadro perfetto è surreale, come se Van Gogh avesse dipinto una città del futuro su una tela enorme, e mentre la fisso ne vengo avvolto come da una cinefila Sindrome di Stendhal.

La voce di Master, gestore di un Izakaya da 12 posti, entra sommessa, fondendosi al tutto, creando uno stacco a mostrarci i vicoli disordinati delle traverse strette di Shinjuku, tipicamente nipponici, dove i cavi elettrici e i radiatori dell’aria condizionata si affollano sopra le teste dei passanti.

 

Ci spiega che il suo Izakaya apre tutte le notti da mezzanotte alle sette del mattino.

Gli avventori lo chiamano Midnight Diner.

Il menù ha pochi piatti, ma i clienti sono invitati a chiedere qualsiasi cosa desiderino e se il bonario Master dispone degli ingredienti necessari sarà ben felice di accontentare la loro richiesta.

Piccolo, riservato, con orari assurdi e un menù quasi inesistente, sembra la formula perfetta per il fallimento.

 

Eppure, questo diner di Shinjuku, ha molti clienti abituali e non, diventando il centro di una serie di storie e vicende squisitamente nipponiche.  

 

 

 


La serie, sviluppata da TBS Television e distribuita da Netflix, è tratta dal manga di Yarō Abe; mi perdonerete se non l’ho letto e se non farò un confronto tra i due mezzi.

 

Ogni puntata, della durata di circa 30 minuti, esplora piccole storie che gli avventori dello Izakaya portano con sé alla corte del bancone di legno di Master, usandolo come confessore spirituale.

 

Un guru dello stomaco che, attraverso l’esecuzione perfetta di un piatto che è un po’ una parentesi tra il sovraccarico urbano e la confidenza di un pasto, aiuta i clienti a rivangare sentimenti interconnessi alla loro personalità.

Lo Izakaya come il nostro bar preferito, Master come il barista che è un po’ psicologo e un po' amico, quasi a suggerire che tutto il mondo è paese.

Midnight Diner ha però quel modo tutto orientale, quella dicotomia drammatica e dai toni grigi, a volte più scuri e a volte più chiari, di raccontare, di analizzare parti della vita di queste maschere, clienti abituali di un microcosmo a descrivere una società per noi aliena e, per molti versi, invidiabile per la grazia con la quale affrontano le idiosincrasie del quotidiano.  

 

Uno show che mette l’acquolina in bocca e apre lo stomaco, centro focale delle esperienze sensoriali ed emotive, non solo al gusto ma anche a uno spettro di sentimenti che, come un piatto ben eseguito, vive di sapori stratificati, facendoci sentire sulla lingua e sulla pelle l’apparente nostalgica malinconia di una ciotola di tan-men senza noodles, il rancore infantile di un corn-dog di pesce, o l’amore sbocciato da una omelette con riso.  

 

La serie riesce a comunicare sfruttando il linguaggio più universale del mondo, pur mettendo in scena storie da un altro emisfero, il cui grip con il nostro presente è possibile solo e unicamente grazie al fascino dei piatti e alla componente umana che queste storie riescono a mettere in gioco attraverso i personaggi.

 

Non credo si sia mai visto uno show capace di commuovere lo spettatore parlando di porno, un qualcosa che in Giappone esiste nel merito di un ecosistema della sfera sessuale parecchio complesso, di prime volte e un piatto di Sautéed Yam, mettendo in gioco la moralità di un personaggio che, sul finire dell’episodio, viene ribaltata completamente.  

 

 

 


Midnight Diner: Tokyo Stories è lo show televisivo che mi è riecheggiato nella testa quando in una sera di marzo mi sono buttato nelle strade di Shinjuku, vagando tra le luci brillanti, mai eccessive o fastidiose, della torre Game Taito Station, di Don Quijote, strabiliato dall’ingerenza urbana perfetta del megaschermo dello Yunika Building e dell’eco della musica emessa per le strade.

 

I vicoli pieni di dettagli, come se qualcuno avesse curato la messa in scena di ogni scorcio, cercando di dare una sensazione, un brivido, un dettaglio che potesse catturare l’attenzione di ogni anima di passaggio.

La serie TV che mi ha portato a scoprire i vicoli e gli Izakaya nascosti, andando oltre la barriera della lingua, affidandomi allo stomaco, al risucchio rumoroso, che è educazione, quando si beve il ramen dalla ciotola.

 

Se state cercando uno stimolo oltre il vostro quotidiano, una lettura del presente alternativa, una fuga di trenta minuti in un diner che è destinato a diventare un luogo fisso del vostro immaginario, fatevi un regalo e andate a sedervi al diner di Master

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