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Soul - Recensione: indagare sulla propria esistenza a colpi di jazz

Pete Docter è un regista ormai consacrato nell’impero dell’animazione contemporanea e con Soul, dopo essersi occupato dell’intricato tessuto delle emozioni in Inside Out, è passato allo studio dell’anima, continuando quindi il suo percorso artistico legato alla necessità di sviscerare l'uomo in quante più sfaccettature possibili.

 

[Trailer internazionale di Soul]

 

 

Soul, 23esimo film della Pixar Animation Studios, co-diretto da Kemp Powers, narra le vicende di Joe Gardner, un insegnante di musica che aspira a diventare un illustre pianista jazz sin da bambino. 

 

Intrappolato in un lavoro che non lo soddisfa, riesce finalmente ad avere un’occasione per riscattarsi ma, proprio nel momento più cruciale, precipita in un tombino e si ritrova nell’Altro Mondo, il posto dove si ricongiungono tutte le anime; con un po’ di fortuna riesce a scappare, ritrovandosi nell’Ante Mondo, luogo in cui le anime si preparano per cominciare a vivere sulla Terra.

 

Soul spazia dai temi più svariati, quali il bisogno di trovare uno scopo, l’attaccamento alla vita ma, soprattutto, l’avvento inaspettato della morte, accompagnato da numerosi temi minori e piccoli dettagli che aiutano lo spettatore a seguire la vicenda con un continuo flusso e una crescita costante di riflessioni.

 

 

[Joe Gardner, il primo protagonista afroamericano in un film della Pixar Animation Studios]

 


Come già accennato, il protagonista di Soul è Joe, una persona umile, abituata a una vita regolare e ripetitiva, i cui piccoli cambiamenti e le piccole gioie sono momentanee e, soprattutto, secondarie, di poca importanza, poiché il suo scopo è raggiungere il sogno di diventare un famoso musicista.

 

Passa, dunque, molto tempo della sua vita perso nel desiderio di diventare una persona importante, riconosciuta e amata per la propria Arte.

Nel momento della sua morte comincia ad essere terrorizzato non tanto per l’essere morto quanto per il sentimento di diffidenza generato dall’impossibilità di realizzarsi pienamente.

 

 

“My life was meaningless” [La mia vita non aveva senso] è solo una delle tante frasi di sfiducia verso il suo vissuto, verso la rabbia dell’incompletezza e la tristezza di aver sprecato solo tempo in qualcosa di poco concreto. Nasce, così, un necessario bisogno di voler concludere la sua vita diversamente, attraverso ogni mezzo possibile.


Opposta alla visione di Joe è 22, un’anima non ancora nata alla quale non importa qualsiasi cosa sia correlata alla vita, compresi interessi a sport, professioni e hobby.

La vita non è tra le sue corde, è una condizione che non le interessa e preferisce passare il tempo nell’Ante Mondo tormentando i mentori a lei assegnati.

 

Per una serie di eventi i due si ritrovano insieme e, da quel momento in poi, Soul comincia a ingranare sempre di più: Joe, attraverso gli occhi di un gatto, riuscirà a guardarsi dall’esterno e capire meglio se stesso; d’altro canto 22, attraverso il corpo di Joe, riuscirà a capire perché valga la pena provare a vivere.

 

Entrambi, infine, arrivano alla stessa conclusione: il significato della vita non è fare grandi cose, arrivare a uno scopo, raggiungere un obiettivo, mostrare agli altri di che pasta si è fatti, dover essere qualcuno, dover fare qualcosa, essere i migliori e così via.

 

 

[Concept delle anime da The Art of Soul]

 


Il significato della vita è, non troppo banalmente, vivere.

 

Sottolineando quel “non troppo banalmente”, per giunta, perché sì, è una conclusione genuina, immediata, che a una prima occhiata può bloccare o infastidire lo spettatore ma che scatena, subito dopo, una serie di riflessioni non indifferente.

 

Spesso Pete Docter si è ritrovato ad adottare questa “semplicità” nei suoi lavori (come ad esempio Inside Out e Up), rendendo i suoi film accessibili a un pubblico sempre più vasto, in cui ogni persona di qualsiasi età può ricavarne considerazioni e insegnamenti preziosi.

 

L’animazione di Soul è senza ombra di dubbio spettacolare, guidata da scelte interessanti e coraggiose, come la rappresentazione delle anime (sulla stessa riga delle emozioni di Inside Out), o più classiche, legate a questo contrasto tra il mondo fotorealistico delle persone e quello etereo delle anime.

 

Seppur numerosi dettagli possano riportarci ad altri film della Pixar, la mano di Pete Docter è evidentissima: basti pensare a personaggi come Jerry e Terry per capire come il regista cerchi spigliatamente, in ogni sua opera, di uscire dagli schemi, creando qualcosa di nuovo con elementi molto semplici e ben conosciuti nell’animazione: in questo caso, ad esempio, portando delle classiche linee a un livello visuale totalmente inaspettato, giocando tra bidimensionalità e tridimensionalità.

 

L’Ante Mondo è uno spettacolo di colori pastello e tonalità tenui, l’Altro Mondo un luogo enorme e cupo illuminato da un’immensa luce bianca; la Terra ha la giusta brillantezza con colori che vedremmo identici uscendo dal vialetto di casa, così tanto realistici da sembrare tangibili e vicini; in modo positivamente spaventoso, particolarmente evidente nei frame senza personaggi.

 

Un’accuratezza che ormai può risultare scontata per gli studi d’animazione della Pixar, ma che mi fa sempre piacere sottolineare.

 

 

[Le figure di Terry e Jerry sono state realizzate attraverso la creazione di sculture in fil di ferro da parte degli artisti]

 


Prima di avvicinarmi alle conclusioni, vorrei spendere qualche meritatissima parola per Kemp Powers, perché è riuscito a toccare il progetto su punti pressocché fondamentali.

 

A partire dall’attenzione per la figura di Joe per poi passare all’attitudine dei musicisti jazz sino ad arrivare alla spiazzante visione del jazz stesso, è riuscito a donare un incredibile e necessario contributo rendendo la cultura afroamericana il cuore pulsante di questa pellicola e guadagnando, così, la prima co-direzione di un film della Pixar da parte di una persona afroamericana.

 

Probabilmente parlerei per ore di ogni cosa di Soul, che sia la fantastica colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross o le musiche del jazzista Jon Batiste, che siano buffe curiosità come il fatto che i registi ci tengano a farci sapere che Mr. Mittens stia bene perché “i gatti hanno nove vite”: ritengo che ogni cosa, in Soul, sia tremendamente interessante e degna d’attenzione.

 

Una delle mie scene preferite è sicuramente quella in cui l’anima di Joe si ritrova catapultata nell’Ante Mondo: è una scena sperimentale, frammentata, un improvviso lampo di genio per giustificare un passaggio che, in altro modo, sarebbe potuto risultare ostico.

 

Il film non è sicuramente esente da piccoli difetti (ad esempio, momenti in cui forzatamente “spiegano” come andrà ad evolversi la situazione, di cui capisco l’esigenza e che, nonostante ciò, non apprezzo particolarmente) ma passano immediatamente in secondo piano man mano che si va avanti e, sulla conclusione, non si può che sorridere.

 

 

[Una spettacolare New York, che possiamo rivedere nel dettaglio in Pixar Popcorn: Soul of the city]

 

 

Vorrei chiudere con una piccola osservazione riguardo al fatto che molte testate abbiano definito Soul “un film per adulti”, come se la cosa gli desse, in un certo senso, più dignità.

 

Oltre a non essere d’accordo, aggiungo che i registi stessi hanno affermato che certi elementi sono stati scelti proprio per renderlo appetibile a bambini, ragazzi e adulti, nonostante risulti leggermente diverso dagli standard dei film per famiglie.

 

L’opera dunque avrà sicuramente delle chiavi di lettura che non possono essere apprezzate da tutti e altre, forse, destinate solo a determinate fasce d’età ma credo che, anche questo, sia un punto a suo favore che renda Soul, ancora di più, assolutamente eccezionale.

 

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2 commenti

Riccardo Vairo

6 mesi fa

Recensione molto ben scritta e interessantissima (non avevo idea del modo in cui avevano rappresentato Terry e Jerry, davvero magnifico). Personalmente durante la visione mi sono ritrovato a pensare se, come hai giustamente fatto notare, in quanto film d'animazione per bambini, non fosse un po' di difficile comprensione da parte di questi ultimi. Questo non inficia minimamente la qualità del prodotto (specialmente reparto audio e video incredibili), anche se, personalmente, l'accostamento di temi "nuovi" per film d'animazione Pixar (la vita, la morte e il significato che c'è in entrambe) e archetipi narrativi vecchi (lo scambio di persona ma anche il finale) mi ha fatto storcere un po' il naso e pensare a un mancanza di coraggio nel fare un film d'animazione definitivamente per adulti. Insomma per essere un po' provocatori, riusciranno a fare il passo definitivo che ci separa da un film Pixar esclusivamente per i "più grandi"?

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Marta Franchina

6 mesi fa

Riccardo Vairo
Anche secondo me hanno fatto una scelta pavida con il finale. avrebbero dovuto evitare una chiusura così "semplice" che ha poi fatto perdere un po'  il messaggio stesso del film.

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