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Il fascino del Male e il mio Ted Bundy Day

Buonanotte, amici della notte.  
Carl Gustav Jung
sosteneva che l’esposizione continua di un soggetto al male ne facilitasse anche una conseguente fascinazione.

 

 

Una sorta di attrattiva osmotica dove, concettualmente, se immersi in una realtà fatta di depravazione e malvagità non possiamo sottrarci alla seduzione dei fiori del male.

 

Sempre Jung - uno che sul tema ha ragionato parecchio - sosteneva che

 

Nessuno sta fuori dalla Nera Ombra collettiva dell’umanità. […]

Sarà quindi bene avere una 'immaginazione del male', perché solo gli sciocchi possono trascurare a lungo le premesse della propria natura.

 

 

[Con Vlad Tepes non si smette mai di impalare... E poi, e non si pensa a lui in riferimento a "immaginario del male"... a chi altro?]

 

 

Dunque il male è qualcosa di congenito, radicato nel profondo dell’animo dell’essere umano: un elemento inscindibile della nostra natura, componente integrante da comprendere, accettare e abbracciare.

 

La privatio boni di matrice cristiana che concepisce il Male come ‘assenza di Bene’ si trasforma quindi una favoletta della buonanotte da raccontare ai bambini di buona volontà che credono intensamente nella bontà del prossimo.

 

Coloro che si affidano alla retorica dell' #andràtuttobene o pensano sul serio che “ne usciremo migliori”.

 

Hegel si spinse addirittura più in là rispetto all’idea dello psicologo svizzero, sostenendo che il Male sia il vero motore della Storia.

 

 

[Non so se me la sento di dare del pessimista a Hegel]

 

 

Stabilito che quello della metà oscura non è un espediente letterario-narrativo (non solo, almeno), che Padre Pio picchiava gli orfani e Madre Teresa frullava gattini, possiamo anche accettare serenamente che Mister Hyde ci affascini perché, di fatto, è parte di noi, ce lo portiamo dentro.

 

Chi più, chi meno.

 

Certamente il Male ha le sue sfaccettature e diverse manifestazioni. Molte di esse non suscitano grande fascinazione. Quello generato da stupidità, brama di potere e dal desiderio di controllo sulle masse, ad esempio, è veramente di poco interesse.

 

Slogan razzisti anti-migranti in coordinato a “l’eterno riposo” denotano solo una malvagità dettata da calcolo, avidità, assenza di compassione, oltre che da una dottrina socio-politica armata quasi soltanto di controsensi. Non c’è nulla di affascinante nel male comprensibile, giustificabile razionalmente per mezzo di fattori come egoismo, avidità o semplice aridità d’animo.

 

Al limite può essere materia di studio per sociologi o antropologi culturali.

 

 

[Nella foto: Calcabrina e Cagnazzo direttamente dalle Malebranche]

 

 

Quello che genera veramente curiosità nelle masse, statisticamente, è ciò che più si avvicina al concetto di “Male assoluto”. In questo caso, l’assassinio seriale-sistematico - specie se (apparentemente) immotivato - ha un ascendente terrificante sulla mente dell’essere umano.

 

Non a caso uno dei primi capolavori della Storia del Cinema è legato alla storia di un pluriomicida (dopo qualche anno, sullo stesso tema arrivò anche Fritz Lang), come non è un caso che uno dei personaggi più rappresentati, citati e iconici della storia dell’uomo sia il vecchio Jack, il bollitore di cuori di White Chapel.

 

 

[E poi spiegatemi cos'è il Cinema... Peter Lorre e i brividi in M - Il mostro di Düsseldorf]

 

Si annidano nel nostro immaginario Vlad Tepes/Draculia l’impalatore, assurto poi a leggenda gotica come ‘Principe delle Tenebre’, personaggi letterari profondamente e innaturalmente ‘sbagliati’ come Jean-Baptiste Grenouille, o anche i dittatori cannibali di herzoghiana memoria

 

Individui del genere hanno fatto la fortuna di canali tematici come History Channel dal 1945 in avanti e hanno fatto vivamente preoccupare la mia povera mamma quando a 16 anni mi vide in mano il Mein Kampf o testi sulle mattanze de 'l’angelo della morte' Mengele.

 

Il Male senza volto, lucido, profondo, radicato.

Il Male che non è riconosciuto e accettato dal suo portatore sintomatico, che quindi si trova costretto a riversarlo sul mondo, seminando morte e orrore.

 

"Dunque dobbiamo accettare il nostro male, senza amore né odio, riconoscendo che esso esiste e che deve avere la sua parte nella vita.

In questo modo gli togliamo la forza di sopraffarci."

Carl Gustav Jung

 

 

[RIMETTETE LA FOTTUTA LOZIONE NEL CESTO]

 

 

Charles Manson, Dexter, Zodiac, Hannibal Lecter, Aileen Wuornos, William Hare e Brendan Burke, Jason Voorhees, Leatherface, Jeffrey Dahmer, John Doe…

Mostri di Rostov, Amburgo, Firenze… suddivisi in ‘tipologie’: edonistici, vedove nere, missionari, angeli della morte, visionari.

 

I serial killer della realtà, quelli cinematografici e letterari si alternano, sovrapponendosi nella fiction narrativa, ma restano saldamente ancorati alla cultura di massa.

 

Perché rappresentano un Male che non sappiamo spiegarci, che non riusciamo a comprendere e che, pur avendo gli strumenti della psicoanalisi e della scienza, spesso restano insondabili o comunque avvolti da un macabro alone di mistero.

In questo senso, Cinema, docu-serie e piattaforme streaming ci corrono in soccorso, foraggiandoci con abbondanti dosi di mostri provenienti dal mondo reale e da quello dell'immaginazione.

 

Così, aiutato da Netflix prima e da Sky poi, in queste uggiose giornate di quarantena ho avuto modo di incontrare un personaggio singolare, che conoscevo solo per la sua notevole fama.

 

Deciso a rimediare, ho inaugurato il mio Ted Bundy Day.

 

 

 

 

Nato nel Vermont nel ’46 da Eleanor Louise Cowell e da padre ignoto, Ted Bundy venne allevato dai nonni materni e dalla madre che però si spacciava per la sorella (una storia molto simile a quella del buon Jack Nicholson).

 

Bundy dimostra segni di instabilità e si esibisce in comportamenti inquietanti ben prima di acquisire la coscienza di essere senziente: all’età di tre anni venne trovato ai piedi del letto della zia addormentata, dopo che la aveva attorniata di coltelli da cucina.

La osservava in silenzio, sorridendo.

 

Le informazioni raccolte da parenti e amici circa l’infanzia di Ted Bundy sono molto ambigue e contrastanti (c’è chi lo descrive come un “invisibile”, un ragazzo normale, e c’è chi, invece, ne racconta orribili abitudini malsane): quel che si sa per certo è che, arrivato all’adolescenza, Ted si era trasformato in un ragazzo schivo e timido, mediocre negli studi e assente dalla vita sociale bazzicata invece dai suoi coetanei.

 

Seattle, 1970: Ted si interessa di politica (negli anni dell’università diventò un attivista per il partito repubblicano), si laurea in Psicologia per poi intraprendere gli studi di avvocatura; negli anni accademici si dedica allo sport, diventando uno sciatore accanito.

Si fidanza poi con Elizabeth Kloepfer, giovane donna divorziata con una figlia a carico per la quale Bundy diventò una figura paterna.

 

Tutto sembrava presagire che le difficoltà iniziali fossero state superate brillantemente e che Ted si avviasse verso un futuro normale se non addirittura di successo.

Ma sotto la superficie cristallizzata, fredda, immobile e silenziosa c’è un rimestare torbido, fatto di depressione, schizofrenia e ferocia inaudita.

 

 

 

Dieci anni dopo, nel 1980, la storia ci consegna un Ted Bundy condannato a morte per aver commesso 3 omicidi. In realtà si calcola che Bundy abbia ucciso più di trenta donne (fu reo confesso solo di 26 di esse) nell’arco di 4 anni dal 1974 al 1978, attraverso 5 stati degli States.

 

Non se ne ebbe mai conferma, ma è plausibile che il numero delle vittime, in realtà, sia superiore, così come il “periodo di attività” che potrebbe essere incominciato negli anni ’60.

 

Conversazioni con un killer: Il caso Bundy (Conversations With A Killer: The Ted Bundy Tapes), è una serie documentario in 4 episodi realizzata attraverso le interviste ai protagonisti delle vicende, compreso una serie di audio (i ‘tapes’ del titolo originale) registrati dalla voce dello stesso Bundy.

 

Quella di Ted Bundy è una storia orripilante, specie se si considera la natura placida del suo protagonista, un serial killer camaleontico e dissimulatore, affascinante e apparentemente placido, capace di ingannare e irretire chiunque lo circondasse.

 

Il suo carisma, oltre che a raggirare le sue vittime, gli fu utile per muoversi liberamente e operare semi-indisturbato per anni, convincendo le persone che aveva attorno che fosse un cittadino modello, ‘gentile, sollecito ed empatico’.

 

 

 

 

Ted Bundy, forse persino più di Charles Manson, è la personificazione di quel Male che - colpevolmente - ci affascina: quello imprevedibile, irrazionale e apparentemente immotivato.

 

Il Male capace di celarsi dietro uno sguardo innocente e inquietante, nel quale si nascondono gli orrori di violenze indicibili, omicidi di dodicenni, stupri, necrofilia e teste collezionate a mo’ di trofei.

 

Quello della storia di Bundy è un orrore che ti afferra allo stomaco e non ti lascia più, costringendoti a proseguire, intervista dopo intervista, fino alla sedia elettrica che lo accolse - fra barbare celebrazioni del popolino di minorati americani - nel 1989.

 

Il documentario diretto da Joe Berlinger presenta una narrazione dei fatti ordinata e ben organizzata, capace di trascinare lo spettatore nella rocambolesca e stranissima vita di Ted Bundy per la totalità della sua durata, fra interviste, ricostruzioni e fughe rocambolesche, processi in diretta TV e il mistero di uno dei più feroci omicidi della storia dell’uomo.

 

 

 

 

Per concludere a dovere il mio Bundy Day ho deciso di lanciarmi nel film biografico del 2019 sulla vita di Ted, diretto dallo stesso Berlinger.

 

Il titolo della pellicola, Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile, che si rifà alle parole del giudice che condannò Ted Bundy alla pena capitale, è stato acutamente tradotto - come di consueto - con Ted Bundy - Fascino criminale

 

Ok, seems legit.

 

La carriera da documentarista di Berlinger esce prepotentemente in questo film a soggetto che, di fatto, è una ricostruzione certosina dei fatti attraverso gli occhi di Elizabeth Kloepfer (Lily Collins), la donna che amò e visse per anni accanto al mostro.


Nei panni del serial-killer si muove in maniera sorprendentemente agevole l’ex “belloccio Disney” Zack Efron, accompagnato da John Malkovich che interpreta il giudice Edward D. Cowart, e dal procuratore distrettuale Larry Simpsons al quale dà vita un Jim Parsons ancora troppo legato allo Sheldon di The Big Bang Theory per essere credibile in un ruolo del genere.

 

A prescindere da un casting non propriamente eccezionale - ho trovato abbastanza “gratuita” la presenza di Malkovich, per quanto sia stato come sempre impeccabile - la regia di Berlinger funziona, la messa in scena è credibile, salvo qualche scivolone e, nel complesso, il film è ben composto.

 

Intrattiene.

Racconta.

Non osa, però.

 

 

 

Quello che manca a Ted Bundy - Fascino criminale è un’anima.

L’anima del Male.

 

Efron, pur disimpegnandosi bene, non riesce a trasmettere il brivido-Bundy.

La sua prova mostra solo l’ambiguità e il fascino (forse troppo esasperato) del killer, ma non restituisce mai allo spettatore l’ansia che avvolgeva il cuore durante la visione dei video di Conversazioni con un killer: Il caso Bundy.

 

L’idea di Berlinger, probabilmente, era quella di non scadere nel morboso, facendoci conoscere Ted attraverso gli occhi di un’innocente che non sapeva chi aveva a fianco, giocando con il dubbio perenne che la donna nutrì rispetto la colpevolezza di Ted Bundy.

 

Scelta che, a mio avviso, si rivela però fallace nel suo svolgimento: noi sappiamo che Bundy è colpevole, quindi il sistema narrativo che si regge sulla tensione dell’incertezza, inevitabilmente, crolla come un castello di carte.

Ted Bundy - Fascino criminale è fondamentalmente una buona docu-fiction popolata da volti noti (nel cast ci sono anche "vedo-la-gente-morta" Haley Joel Osment e "mister Metallica" James Hetfield) ma che manca totalmente di coraggio e ambizione rispetto a un personaggio che non deve essere mitizzato, non raccontato (lo hanno già fatto in tutte le salse), ma esplorato.

 

Esattamente come il regista americano aveva fatto nel suo lavoro precedente sul più feroce omicida della storia degli Stati Uniti d’America, le cui ceneri, per sua volontà, vennero sparse sulle Taylor Mountains, lo scenario dove seppellì un gran numero di vittime.


L'unico luogo - a detta di Bundy - dove si era mai sentito pienamente felice.

 

 

[Una parte del risultato delle ispezioni del Bureau sulle Taylor Mountains]

 

Quel che è certo, miei cari amici della notte, è che al termine del mio Ted Bundy Day, mi sono ritrovato sazio (fin troppo) rispetto il tema, abbondantemente disgustato dagli orrori che un uomo può compiere nell’arco di una vita e, ancora una volta, turbato dalla fascinazione che possiamo subire dai fiori del Male.  

 

- Conversazioni con un killer: Il caso Bundy, di Joe Berlinger, 2019

- Ted Bundy - Fascino criminale, di Joe Berlinger, 2019  

 

"Credere che esista una fonte soprannaturale del male è superfluo.

Gli uomini sono perfettamente capaci di qualsiasi nefandezza."

Joseph Conrad  

 

Buonanotte, faccedipelle… ammesso che abbiate ancora voglia di dormire. 

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1 commento

Rosi Cozzolino

2 mesi fa

Molto interessante, nella sua inquietitudine. Comunque grande articolo e grandi film come sempre!

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