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Tutta la luce che non vediamo - Recensione: se a splendere è una voce

Dal 2 novembre è disponibile la miniserie originale Netflix di quattro puntate tratta dall'omonimo romanzo di Anthony Doerr del 2014, vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa

Ambientata nella Francia occupata dai nazisti Tutta la luce che non vediamo racconta la vicenda di Marie-Laure (Aria Mia Loberti), un'adolescente nata cieca, che trasmette instancabile messaggi clandestini via radio.

 

All'altro capo la ascolta Werner Pfenning (Louis Hofmann), giovane soldato tedesco il cui compito sarebbe intercettare le emittenti sfruttate dalla resistenza.

 

Ma la frequenza radio scelta da Marie lo convince che oltre agli orrori della guerra, condividono un passato.

 

[Il trailer italiano di Tutta la luce che non vediamo]

 

 

Entrambi infatti hanno sviluppato sin da bambini un grande amore per la radio grazie alle trasmissioni notturne del Professore, che si rivolgeva ai più giovani per far loro sapere che, in fondo, la luce più grande è sempre là dove non la vediamo.

 

Per Marie, in fuga dall'avanzata nazista col padre (Mark Ruffalo) la trasmissione rappresenta la sola speranza di una possibile fine dell'incubo; per Werner, che la ascolta contravvenendo le regole del regime, la sola cosa che nell'orrore militare gli ricorda la propria idenità.

Scappando da Parigi per nascondere una preziosa gemma bramata dall'esercito tedesco, Marie e il padre trovano rifugio a Saint Malo dagli zii (Hugh Laurie e Marion Bailey), pilastri della resistenza francese.

E il finissimo udito di Marie riconosce immediatamente la voce dello zio, la stessa voce che da anni dissipa le tenebre dalla radio.

 

L'uso frequente di flashback dà accesso al passato dei personaggi, dando spazio alla vita in orfanotrofio e poi nell'incubo della caserma militare di Werner, all'infanzia di Marie col padre, direttore di un importante museo che le ha insegnato a muoversi in autonomia usando un plastico estremamente dettagliato della città, che la bambina poteva esplorare con le dita (e lo spettatore esplora insieme a lei per tutti i titoli di testa di Tutta la luce che non vediamo).

 

Ma anche ai traumi della guerra in trincea dello zio, reduce di una guerra in cerca di un modo degno di morire, e il percorso che ha portato tutti loro a Saint Malo.

 

 

[Nell Sutton e Mark Ruffalo in Tutta la luce che non vediamo nei panni della piccola Marie e suo padre al museo di Parigi]

 

 

Tutta la luce che non vediamo è stata creata da Shawn Levy, cui dobbiamo titoli come Stranger Things e Una notte al museo, e Steven Knight, il creatore di Peaky Blinders nonché regista e sceneggiatore di film come Locke.

 

Il cast si presenta eccezionalmente variegato.

Se l'attrice protagonista è un'esordiente al primo ruolo assoluto (Loberti è stata scritturata dopo una selezione fra migliaia di attrici in tutto il mondo), Hofmann è apparso ormai in diversi film (Land of Mine, Prélude) ed è salito alla ribalta col ruolo di Jonas in Dark.

Star internazionali come Ruffalo (The Avengers) e Laurie (un Dr. House irriconoscibile con barba e capelli lunghi) si trovano invece nei ruoli secondari del padre e dello zio, cui riescono a dare una precisa profondità.

 

La scenografia e l'ambientazione di Tutta la luce che non vediamo sono raffinate e ricche in dettagli al pari del plastico delle città. La fotografia, calda e appena tinta di seppia interni (e in particolare degli episodi rigiardanti la vita di Marie), rievoca un'epoca passata e contrasta con il gelo degli esterni in cui le tinte fredde evidenziano la brutalità dei bombardamenti. 

 

Per contro, i personaggi paiono mancare di sfumature, dividendosi in modo anche troppo netto fra buoni e cattivi.

Gli ufficiali nazisti diventano quasi caricature del male assoluto, di cui Werner è un prigioniero senza macchia, il cui solo scopo è salvare Marie. La ragazza e la sua famiglia in generale sembrano invece privi di qualunque ombra, baluardi del bene e della speranza nell'oscurità della guerra.

 

In Tutta la luce che non vediamo i protagonisti e gli antagonisti, gli aiutanti e gli avversari si ritrovano appiattiti in ragionamenti privi di profondità, laddove si intuisce ci sarebbe stato lo spazio per personaggi a tutto tondo.

 

[La musica dei titoli di testa di Tutta la luce che non vediamo]

 

 

In una storia di radio e cecità, in cui l'udito è principe dei sensi, la colonna sonora si trova in modo del tutto insapettato ad avere un ruolo di solo sottofondo.

 

Le musiche di James Newton Howard (nove volte candidato al Premio Oscar e autore di musiche come quelle di Una serie di Sfortunati Eventi, The Village e Animali Fantastici) accompagnano la visione di Tutta la luce che non vediamo senza mai prendere il sopravvento sulle immagini.

Note delicate e melodie avvolgenti che finiscono per esprimersi realmente solo nei titoli di testa e di coda, come a voler lasciare pieno potere solo alla voce, che diventa così faro nel buio delle città occupate.

Anche gli effetti sonori si trovano a essere in parte appiattiti: se enfatizzare i rumori flebili è giustificato dal sottolineare l'udito sviluppato di Marie, non è altrettanto chiara la ragione per ridurre il fragore delle esplosioni, la cui violenza viene esasperata da effetti speciali ipersfruttati e fughe mirabolanti poco credibili. 

 

A risentire delle carenze narrative è a mio avviso soprattutto il finale, che appare raffazzonato, frettoloso e lascia alcune domande in sospeso, senza lasciarsi sfuggire citazioni piuttosto evidenti a un colossal come Titanic

 

Tutta la luce che non vediamo lascia trasparire una profondità non del tutto esplorata dall'adattamento, portando a una serie TV con un grande potenziale che purtroppo non viene sfruttato pieno. 

 

Cionondimeno, la serie risulta la promessa di una parabola di speranza contro tutte le guerre, un inno a trovare una luce anche laddove gli occhi non arrivano. 

 

[articolo a cura di Cristina Danini]

 

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