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Un altro giro - Recensione: Hitler non aveva vizi - TIFF 2020

Al Toronto International Film Festival 2020 viene presentato Another Round, titolo internazionale di Un altro giro, commedia danese scritta e diretta da Thomas Vinterberg con Mads Mikkelsen e che si propone come il film più divertente del festival e uno dei più memorabili. 

 

Un altro giro racconta la storia di Martin (Mikkelsen), un professore di storia che nei ricordi dei suoi tre amici, nonché colleghi, è un personaggio carismatico e brillante.

 

Peccato invece che Martin pare abbia perso completamente il suo smalto, divenendo un estraneo per la sua famiglia e un borioso fardello per i suoi studenti. 

 

Durante il compleanno di uno dei suoi più fedeli amici e colleghi, Martin viene incalzato da una teoria secondo la quale l’uomo avrebbe un deficit alcolico dello 0.05% che se quotidianamente colmato lo porterebbe a enormi benefici sociali e personali, stimolando l’autostima e liberando la versione migliore di ogni individuo.. 

 

Martin, totalmente arido nei confronti di ogni stimolo, nel tentativo di recuperare se stesso decide di iniziare un esperimento seguito dai suoi colleghi, applicando la teoria e studiandone gli effetti. 

 

 

 

Un altro giro si propone al pubblico con i toni della commedia, ma porta in grembo un tema molto interessante e molto attuale per i paesi nordici, snocciolando però una certa vena universale accostabile a ogni essere umano. 

 

Siamo davvero ciò che vogliamo essere?

Cosa succede a un certo punto della nostra vita di così drastico da farci perdere un certo vigore? 

 

Cosa contribuisce a ingrigire il nostro aspetto e il nostro stile di vita, entrando in una serie di conseguenze a impattare drasticamente, e drammaticamente, la vita di tutti i giorni e la nostra sfera personale affettiva? 

Come perdiamo autostima?

 

Come inneschiamo una serie di amari episodi tanto banali quanto dolorosi da subire?

 

La sceneggiatura di Un altro giro prova quindi a trovare in questa assurda teoria una via verso la risposta, facendo di quello che più comunemente viene chiamato “coraggio liquido” il grimaldello verso altre risposte, scardinando le domande fondamentali per meglio comprendere come si evolva in peggio la vita di molte persone. 

 

Per fare ciò Vinterberg, che scrive la sceneggiatura a quattro mani con Tobias Lindholm, prende in considerazione anche un grande problema di molti paesi del Nord Europa - e non solo - e che per noi popoli mediterranei è abbastanza assurdo: l’insano rapporto con gli alcolici.  

 

Chi scrive questa recensione vive in Irlanda da ormai otto anni e può testimoniare come il trauma più importante entrando nelle pieghe della cultura locale, sia stato realizzare quanto il consumo non proprio sano di alcol sia enormemente legato alla gran parte delle attività sociali, penalizzando quelle più mondane.

 

Comportamenti al limite del bipolarismo e disfunzioni di ansia sociale sono piuttosto comuni e anche l’approccio con l’altro sesso è spesso reso possibile, quasi esclusivamente, dal consumo di bevande alcoliche, facendo del lubrificante sociale per eccellenza un indispensabile strumento in molti ambienti e via assoluta per iniziare con scioltezza interazioni sociali. 

 

 

[Il film vale anche solo per vedere Mikkelsen professore di storia e il Mikkelsen danzante]

 

Un altro giro non mente riguardo questo punto di vista, come non mente riguardo al fatto che molti personaggi della storia, come molti uomini particolarmente brillanti, abbiano avuto dei vizi piuttosto importanti e invadenti, ricordandoci come sia Ernest Hemingway che Winston Churchill fossero molto affezionati al loro vizio, mentre Adolf Hitler sembra essere stato un borioso e rispettoso astemio. 

 

Giorgio Montanini disse di non fidarsi mai degli astemi: in tutta franchezza, con il passare del tempo, credo abbia ragione. 

 

Il film mette quindi tutti i paletti giusti per non essere preso troppo sotto gamba parlando dell’argomento e usa il dramma e le giuste obiezioni in scena per bilanciare i suoi messaggi, comunicando molto onestamente con il suo pubblico la complessità dell’essere umano e del tema trattato - compiacendo quindi Hemingway

 

Un altro giro diventa quindi un manifesto su come non si dovrebbe lasciare appassire la vita, ma senza entrare in voli pindarici di film che scelgono, senza che ci sia nulla di male, di esagerare le proprie metafore, buttandosi su temi come i viaggi, le scoperte spirituali, la gente che molla il lavoro e campa di amore e fantasia… questa roba qui. 

 

Vinterberg ricorda al mondo lo spirito di Søren Kierkegaard, di come l’uomo sia una macchina fallibile che deve accettare le sue mancanze e i suoi fallimenti e di come probabilmente non debba negare i suoi vizi seguendo strade troppo virtuose, poiché sappiamo tutti come negare le proprie pulsioni e le proprie ingenue idiosincrasie, fino a quando sono tali e innocue, possa solo portare a male, appassendo l’anima di un essere vivente che non si annaffia con sola acqua. 

 

Un altro giro riesce come un buon Negroni ad essere forte, aspro, profumato, un po’ dolciastro, perfettamente bilanciato nel portarti dove vuoi arrivare durante un aperitivo e mescolando commedia, dramma, filosofia e quotidianità Made in Denmark, ci regala uno spettacolo esilarante e appassionato.

 

Prendete la vita come viene, accettate i vostri difetti e brindate ai vostri fallimenti, ma ricordando di celebrare il lato più frivolo e ingenuo della vostra persona, perché sarà quello che vi permetterà di combattere l’immobilità e tenervi vivi e danzanti verso i vostri obiettivi, immutevoli eppure sempre nuovi e alla ricerca di ciò che vi tiene davvero in salute. 

 

Salute!

Sláinte!

Cheers!

Skål!

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