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Under the Open Sky - Recensione: cielo aperto ma posti in piedi - TIFF 2020

Il Toronto International Film Festival 2020 si apre nella sua inedita edizione virtuale che ci lascia crudelmente orfani delle sale cinematografiche, delle sale stampa e delle meravigliose tribolazioni energetiche da festival, ma noi gridiamo “Viva il Cinema!” e lo facciamo guardando Under the Open Sky: dramma della regista giapponese Miwa Nishikawa

 

Under the Open Sky racconta la vicenda di Mikami, ex membro della Yakuza che dopo aver scontato una pena lunga 13 anni, torna in libertà.

 

Una volta lasciatosi alle spalle le porte del carcere dovrà trovare un modo per elaborare la nuova realtà mentre Tsunoda, un giovane regista televisivo, documenta la sua vicenda. 

 

Il film di Miwa Nishikawa potrebbe sembrare una delle tante storie che racconta il forte impatto di un uomo lasciato improvvisamente a contatto con una società a lui aliena, irriconoscibile e che nell’arco di tempi brevi riesce a stordire anche noi che la viviamo. 

 

Invece Under the Open Sky, come abitudine di molti film asiatici, nelle sue due ore piega gli atti e le sue strutture e allarga gli intenti della storia, spostandosi più che altro a raccontare la crudeltà della società giapponese verso chi non è conformato alle sue strutture sociali. 

 

[Una clip di Under the Open Sky]

 

 

Nel fare ciò la sceneggiatura adattata da Miwa Nishikawa, e tratta dal romanzo di Ryuzo Saki, non è solo uno studio del carattere del protagonista, dei suoi traumi e della sua natura, ma altresì un mezzo per raccontare la decadenza della Yakuza e di come il contesto sociale giapponese punisca oltremodo l’individuo, caricandolo di ogni responsabilità e mancanza civile. 

 

Non sono ammessi errori, non sono ammesse sbavature, non esiste azione che non diventi fardello per chi la compie. 

 

Non vi è differenza tra il trascurare la propria salute o il compiere un crimine: la società ti ricorderà il carico della tua responsabilità e impietosamente te lo farà portare fino alle sue estreme conseguenze. 

 

Under the Open Sky ci mette sul piatto un certo rigore della società giapponese, ponendo l’accento su come l’individuo sia molto spesso piegato dalle esigenze del contesto che lo circonda, forzandolo a essere crudele, a ignorare la sua natura e spesso a soccombere alle regole di un sistema impietoso verso gli ultimi e verso chi non ha seguito l’itinerario di un treno collettivo il cui programma non ammette ritardi. 

 

 

 

 

L’appartenenza alla Yakuza non è fonte di romantica celebrazione. 

 

L’appartenenza alla società giapponese onesta e inquadrata non è bushido di un popolo industrioso e fiero. 

L’appartenenza a se stessi e per se stessi è scelta dolorosa, ma necessaria. L’appartenenza a una collettività che, in quanto tale, guarda davvero al prossimo è atto di disperazione, poiché non vi è davvero un movimento a rendere l’individuo formica capace di cooperare nella disperazione. 

 

Miwa Nishikawa mette in scena in Under the Open Sky una visione interessante di quello che è uno spaccato importante della società nipponica, depotenziando un mito come quello della Yakuza e raccontandone quasi la sua sconfitta morale all’interno della società. 

 

Eppure, per quanto accorata sia l’interpretazione di Koji Yakusho, mattatore della pellicola, sembra sia la stessa sceneggiatura di Under the Open Sky, nonché la sua regia, a ricordarci una certo gusto dell’ordinario verso ogni cosa, anche la storia stessa - e in particolare quella del protagonista. 

 

Il film vive di qualche bel momento e dello sguardo della regista che non dimentica di inquadrare bene la storia, ma che non vive di alcun espediente visivo e narrativo che metta cuore e fegato in questa vicenda, lasciandoci sostanzialmente affranti per il dramma eppure poco investiti in quello che è il torrente emotivo dei personaggi e della storia. 

 

Per quanto potenti e ben espressi siano alcuni concetti e la loro messa in scena, il totale appare privo di sangue, lacrime e sudore. 

 

Under the Open Sky è uno spaccato decisamente affascinante di un paese e di una cultura che in quanto occidentali idealizziamo o stereotipiamo in certi canoni, ma che a fine viaggio ci lascia solo un po’ più tristi.    

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