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Intervista a Davide Maldi, regista de L'Apprendistato - TFF37

Davide Maldi, già regista di quel Frastuono presentato nella selezione principale del TFF32, presenta al 37° Torino Film Festival nella sezione documentari L'Apprendistato: film che assieme al precedente fa parte di una trilogia sull'adolescenza.

 

 

Diplomato alla Scuola Romana di Fumetto, inizia lavorando come illustratore e storyboard artist per il Cinema per poi passare al documentario con grande successo, tanto da vedere questo suo secondo lavoro presentato al prestigioso Festival di Locarno.

 

L'Apprendistato, che verrà portato in sala da Movieday (assieme a cui Cinefacts.it presenterà Una Poltrona Per Due al Cinema) è un'opera che attraverso la realtà di una scuola alberghiera racconta il rito di passaggio dell'apprendimento di una professione.

 

Regole e gesti per rappresentare la presa di coscienza delle proprie responsabilità.

 

 

[Luca Tufano, protagonista, in una scena del film]

 

Fabrizio Cassandro:

L'Apprendistato è presentato nella sezione documentari e Luca Tufano, il nostro eroe, interpreta se stesso, quindi è chiaramente un documentario.

Il film però ha una struttura narrativa talmente precisa e ben costruita nella sua evoluzione, nei tre atti e nel viaggio del nostro eroe che viene da chiedersi subito quanto ci sia di vero in ciò che vediamo e quanto invece è frutto di un lavoro di scrittura precedente alle riprese del film e successivo alla realizzazione?
 

Davide Maldi

Sono contento che lo chiami eroe, perché Luca è un eroe anche per me: come il precedente e come quello che verrà poi, questo è un film che ragiona molto sulla costruzione di un ipotetico eroe, che potremmo definire anche anarchico.

 

Io non mi sento un documentarista, vengo dallo storyboard e da un cinema di finzione, che ho abbandonato e odiato quando ho fatto l'aiuto regia a 22 anni.

 

Cercando di trovare altre strade ho fatto un po' un volo pindarico e mi sono avvicinato moltissimo al documetario.

L'Apprendistato però è un documentario: non sono stati scritti dialoghi e non c'è una sceneggiatura.

 

Il mio modo di lavorare fa sì che nel momento in cui io riesca a realizzare un film questo si porti appresso un ragionamento molto preciso e che solo in seguito cerca la sua traduzione nelle immagini.

 

Questo è un lavoro che poteva non accadere, perché sono partito con un'idea molto precisa, venuta da alcune letture e dal fatto che fosse un secondo capitolo di una trilogia sull'adolescenza, e quindi ho cercato nella vita reale una traduzione di questo.

 

Volevo ragionare su un ragazzo che imparava un mestiere ferreo come quello del cameriere in una scuola alberghiera di oggi molto severa.

Ho trovato tutti gli elementi e la mia linea narrativa era quella di entrare nella scuola, seguire il primo atto e le sue difficoltà, scontrarsi con la vita vera, abbandonare la propria adolescenza diventando adulti.

 

 



Durante le riprese mi sono un po' abbandonato all'imprevisto: gran parte della scrittura è stata fatta durante il periodo delle riprese e poi nella fase di montaggio si è ripreso un po' tutto in mano.

 

È come se avesse tre atti tecnici: preproduzione da film di finzione, documentario e poi postproduzione di nuovo da film di finzione.

Anche se non è stato detto quasi nulla a loro di dire e di fare, ci sono chiaramente delle scene in cui la mia direzione è chiaramente più visibile come quella con il cinghiale.

 

 

Visto il trascorso che ci hai raccontato: credi che per un giovane cineaste in Italia la strada più percorribile oggi sia il passaggio dal documentario?

 

Davide Maldi 

È più facile perché è più economica, ma non credo.

Puoi prendere un cellulare e andare a filmare.

 

Io ti ripeto non amo il documetario che vampirizza, ma amo la realtà che collabora, che sa cosa si sta facendo: questo è ciò che ho fatto in passato e che - credo - farò in futuro, poi c'è un altro tipo di cinema che è diverso. 

 

Però credo fortemente che la cosa più importante per fare film del genere, perché puoi anche fare un documentario senza un'idea, sì lo fai però rimane lì.

L'Apprendistato non racconta solo la vita nel mondo alberghiero, ma molto di più: sfrutta le realtà per andare più il là e parlare d'altro.

 

 

[Un'immagine tratta da Frastuono dello stesso Davide Maldi]

 

Hai mai preso in considerazione per il tuo ragionamento ne L'Apprendistato altri percorsi scolastici che non fossero quello albergiero?
  

Davide Maldi

No, è stata da subito la prima scelta perché avevo letto un libro di Jonathan Swift, Istruzioni alla Servitù, che è un manuale scritto nella metà del '700 di consigli utili rivolti ai giovani servi di allora per sopravvivere presso la casa del padrone.

Quindi ho cercato di tradurre questa cosa qui.

 

 

Ci sono state difficoltà a lavorare all'interno di una scuola, per di più alberghiera?

 

Davide Maldi

Rispetto ad altri film L'Apprendistato è stato quasi più facile, perché ero in un contesto chiuso, quindi ho fatto un lunghissimo lavoro di preparazione, per me, per capire come si svolgevano le lezioni e i movimenti.

Anche perché girando e riprendendo l'audio da solo dovevo cercare di muovermi e coprire il più possibile le zone d'azione.

 

Non è stato complicato, ma come qualsiasi cosa con la giusta preparazione.

 

 

[Tufano durante la prima ispezione presso la scuola] 

 

 

Ne l'Apprendistato vengono mostrati molto poco i docenti.

È solo per focalizzarci sui ragazzi o c'è anche una forma di critica al modo in cui vengono abbandonati nella scelta alla loro autocoscienza?

 

Davide Maldi

Non è di critica, ma è legato all'essere da soli.

Puoi vivere in coppia per tanto tempo, ma alla fine la vita è la tua quindi pensa per uno che a quattordici anni deve imparare sentendo le regole di un maestro.

 

Quindi l'isolamento era comunque per concentrarsi sulla percezione di Luca di tutto questo percorso. 

 

Poi credo fortemente che l'insegnante non ripreso non sia una critica nei suoi confronti, ma un mettersi nel suo punto di vista, in realtà quello che apprezzo è che le lezioni fossero molto dure, ma nessuno sta picchiando nessuno e loro stanno facendo il loro lavoro che è quello di preparare persone per lavorare ad alti livelli e per farlo bisogna avere un'onestà alta, da parte del docente, per dire da subito cosa succederà fuori.

 

Questo fa parte di tutta la trilogia, ovvero ricercare l'onestà dell'adulto cosa che molte volte manca.

 

 

Il mondo anglofono ha i riti di passaggio molto codificati, quasi inseriti nella vita di ogni giovane, mentre da noi si sono persi nel corso del tempo e si è arrivati a questa libertà quasi assoluta in cui un giorno un ragazzo deve scegliersi il suo percorso, ma a parte quello ci sono pochi momenti di passaggio.

Credi che un momento diverso in cui ogni ragazzo raggiunge coscienza di sé sia legato alla scuola o alle età che obbligano a scegliere troppo presto?

 

Davide Maldi

Io non credo che Luca sarà mai un cameriere, credo che lui sarà qualcosa di importante a livello di carattere, sotto altri punti di vista non lo posso sapere ma è giusto che che non lo sappia neanche lui perché il percorso di una persona è fatto di tantissimi incontri e deviazioni.

 

È ingiusto pensare che se tu vai a studiare all'alberghiero tu debba essere quello, però è giusto che se tu ci vai chi ti insegna lo faccia nel miglior modo possibile.

Perché non deve darti quegli strumenti anche se tu sei andato lì anche sotto suggerimento della tua famiglia.

 

Perché quelli sono i percorsi della vita, anche io ho fatto il Liceo Scientifico su consiglio dei miei genitori e dei miei amici, poi i contesti geografici e sociali portano a fare scelte differenti.

 

Luca è un anarchico di quattordici anni, ma è troppo facile esserlo a quell'età, ma in realtà i percorsi di vita dei grandi pensatori o anarchici sono fatti di studio e di deviazioni.

Lo stesso Swift era uno che aveva lavorato presso la casa di un padrone.

 

Per diventare qualcosa di più c'è necessità di preparare la persona, questo succede ne L'Apprendistato: si stanno preparando delle persone a contrastare o conoscere il padrone fuori. Tant'è che nell'ultima scena c'è quasi un consiglio di sopravvivenza.

 

 

[Luca e gli altri quattro studenti dell'istituto alberghiero]

 

 

La scintilla anarchica che Luca ha, ma che fa parte di tutti gli studenti del primo anno anche se non in maniera così marcata, credi che possa essere soffocata, spenta o addomesticata dagli anni di studio?

 

Davide Maldi

Probabilmente sì, però dipende da che anarchia intendiamo?

 

Se il riferimento è al correre o al parlare quando un'altra persona parla, io credo che il rispetto vada allenato, mentre l'anarchia di pensiero non si deve fermare, però non sono io a dire chi dei cinque o degli ottanta alunni ha più libertà di pensiero degli altri. 

 

Sono nella fase d'allenamento: sono nell'età in cui veramente ti scorntri per la prima volta con cose più feroci.

 

Nessuno direbbe mai una cosa come il "io mi annoio" di Luca, poi quella frase può farti pensare che la noia lui la debba mettere sotto il cuscino o se la deve tenere stretta per costruire altro. 

 

 

 

 

L'istruzione alberghiera è fatta di riti e gesti di stampo quasi religioso.
 

Davide Maldi

Mi interessava cercare di registrare, nella forma più documentaristica possibile, quel momento di cambiamento del gesto, anche in una traduzione visiva il passaggio dall'adolescenza all'essere adulti.

 

La gestualità in una scuola alberghiera è molto importante perché prima di raggiungere la perfezione, la sacralità nel mettere un coltello - che si intravede in alcune situazioni all'inizio - la mano goffa e sudaticcia di un quattordicenne deve farne di strada.

 

Ho ragionato moltissimo sul gesto, ho cercato di far sì che non fosse solo sul gesto, ma di includerli in un percorso narrativo e individuale di Luca.

 

Per fare un esempio c'è uno scarto tra Luca che non ce la fa a portare un vassoio, ma ce la fa a usare un fucile con una sicurezza da uomo, che mi ha lasciato stupito.

Spero che questa cosa arrivi.

 

La caccia e il bosco sono per lui la bolla adolescenziale da cui sta uscendo, non vuol dire che non ci tornerà più, però quello è un po' la sua stanza e la sta lasciando.

 

Ho poi ragionato molto sui manuali di alberghiera degli anni '60 e '70 e li ho usati molto anche dal punto di vista visivo.

 

 


    

I protagonisti dell'Apprendistato sono pervasi dalla noia e dallo smarrimento, un navigare quasi senza tempo dei ragazzi in un contesto che cerca di ingabbiarli.

Quanto c'è dei giovani d'oggi rispetto a un tipo di istruzione datato come quello alberghiero?

 

Davide Maldi

Fai conto che la scuola alberghiera del film è oggi, appare come un contesto passato apposta per soffermarsi su questo aspetto.

 

Io credo che la libertà vada guadagnata, però è un diritto, perché fuori c'è qualcuno che non vuole fartela avere. Per guadagnarla devi sudartela.

Non come il premio di un genitore perché si è fatto i compiti, è proprio per coscienza intellettuale propria. 

 

Sei un privilegiato rispetto ad altri paesi nel mondo, se vivi in un contesto come quello italiano, dove la libertà è un'altra cosa quindi è doveroso avere un grado più alto di spirito critico sulle cose.

 

C'è subito una scena di regolamento per dare le regole del gioco sin dall'inizio, sai subito dove sei entrato. 

 

 

[Durante le riprese de L'Apprendistato]

 

Soprattutto nelle parole di un ragazzo è molto presente la paura di fallire, come un primo approccio al mondo adulto.

 

Davide Maldi

Non ho messo io quelle parole in bocca a Mario [il ragazzo del colloquio in questione ndr] lui è molto deciso e sa ciò che vuole e mi è sembrata la cosa più adulta che potesse dire in quel momento e mi è piaciuta molto.

Visto che fondamentalmente sono cinque adulti, nonostante i quattordici anni.

 

L'idea del fallimento, sì nasce dall'adolescenza, ma è molto nel post adolescenza, quando sei da solo contro tutti, infatti il fallimento sarà il tema del terzo film della trilogia.

 

 

L'insegnante più anziano è quasi un modello ingombrante, un metro di paragone per i ragazzi in scena.

 

Davide Maldi

È l'aspetto più banale del "guardate cosa sarete", ma era importante perché li proiettava da dentro la scuola a fuori, pur parlando di un tempo diverso.

 

Sembra sereno ma, secondo me, quel lavoro era pesante: quell'uomo, tra l'altro, attraverso una marea di sotterfugi è uscito da quella valle per incominciare una carriera che lo porta fino a quando lo vediamo.

 

Lui era la traduzione vera del mondo fuori che li aspettava, ed era importante soprattutto prima della gita in crociera.

 

 

 

 

Ne L'Apprendistato c'è molta attenzione ai luoghi e agli oggetti della scuola in maniera quasi sacra.

Acuito dall'uso di lenti vintage che la rendono quasi un luogo senza tempo.

 

Davide Maldi

Questo film ha molto poco girato rispetto a miei lavori precedenti e alla norma del documentario in cui spesso si accumula molto materiale.

 

Volevo filmare come se avessi in mano una 16mm, non l'ho usata alla fine, ma ho cercato di renderlo attraverso delle vintage degli anni '50, molto usurate sulla lente per ammorbidire il digitale e non doverlo fare in post e per darmi un metodo e delle regole, usando solo ottiche fisse.

 

La scuola era un luogo che doveva legarsi al contesto concettuale e narrativo del film.

Filmo così: mi piace il cinema classico e ho cercato di darmi del rigore perché fa parte del mio stile.

 

Poi contando che prendevo l'audio da solo non sarebbe stato possibile fare in maniera diversa, ma volevo che questo aspetto fosse in qualche modo presente.

L'ambiente chiuso comunque, come dicevo, mi ha aiutato e poi come per i camerieri l'allenamento è fondamentale: capisci i movimenti e provi ad anticiparli e il bello dell'imprevisto è sia quando vengono come li hai preparati sia quando avviene altro, ma sempre nell'inquadratura che hai fatto.

 

 

Il documentario non ha solitamente una grande distribuzione, nonostante spesso lo meriterebbe.

Che possibilità vedi per L'Apprendistato?

 

Davide Maldi

Grazie a Movieday il film ha già una distribuzione.

 

A Locarno per esempio il film è stato molto replicato grazie al passaparola tra coloro che lo avevano apprezzato. 

Quindi se si lavora tantissimo e con l'aiuto di altri professionisti che credono nel percorso di questo film è possibile.

 

Bisogna essere come delle gocce che tintinnano sulla roccia.

 

Poi il pubblico oltre che essere accontentato vada anche un pochino educato ogni tanto: non c'è nulla di male a proporre del cinema diverso.

 

Sarebbe bello se produzione, distribuzione e Stato allenassero un po' le persone, non le accontentandole solamente.

 

 

 

Credi che il festival sia il posto giusto per portare la gente a vedere i documentari e il cinema un po' più difficile?

 

Davide Maldi

Sarebbe bello se il cinema nelle sale che si sta un po' perdendo, con la nascita di tutto il mondo dello streaming, fosse soprattutto quello dei festival in una forma libera e concettuale.

 

 

Ringraziamo Davide Maldi e Movieday per il tempo concesso e per la disponibilità. 

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