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The Lobster e l'amore costretto

''He didn’t burst into tears and he didn’t think that the first thing most people do when they realise someone doesn’t love them anymore is cry'' 

 

 

Lasciato dalla moglie dopo 12 anni di rapporto, la prima cosa che fa David (Colin Farrel) è chiederle se l’uomo per cui è stato lasciato indossa gli occhiali o le lenti.

 

Questa scena segue l’uccisione di un asino, e precede la deportazione del protagonista verso l’hotel.

 

The Lobster è un film che non perde tempo a spiegarsi: la storia si racconta da sé, dipanandosi attraverso le idiosincrasie di David e le strane regole dell’hotel, con una voce sconosciuta a tirare i fili di un gomitolo distopico e paradossale.

 

 

 

Ci troviamo in una società dove il matrimonio è obbligatorio: chi è solo viene prelevato e mandato in un hotel per single, dove si hanno 45 giorni per trovare il proprio partner.

 

L’unica condizione è quella di un tratto comune, pena l’annullamento della coppia.

 

Al termine dei 45 giorni, chi non trova nessuno viene trasformato in un animale. 

 

 



“Now the fact that you will turn into an animal if you fail to fall in love with someone during your stay here is not something that should upset you or get you down.

 

But, even then, you must be careful; you need to choose a companion that is a similar type of animal to you.

A wolf and a penguin could never live together, nor could a camel and a hippopotamus.

That would be absurd.”

 

Sin dal check-in di David veniamo a conoscenza di regole molto restrittive, senza mezze misure (letteralmente: quando David chiede della scarpe col 44.5 gli viene chiesto di scegliere tra 44 o 45).

 

Con suo fratello al guinzaglio, come una specie di memento mori, David parla della sua relazione passata come un contabile, e pianifica la prossima come un giocatore di poker (dopo aver tentato di farsi assegnato l’opzione “bisessuale”, il nostro impiega dieci secondi netti a decidere se gli piacciono le donne o no).

 

L’intero hotel (struttura, regole, dinamiche) è organizzato allo scopo di demonizzare la vita da single.

Come in una specie di enorme processo pavloviano, gli avventori sono costretti a muoversi e vivere secondo regole rigidissime, costellate di punizioni, deterrenti e reinforcement positivi.

 

Passo dopo passo, il regista Yorgos Lanthimos ci porta all’interno del semplice – grande – paradosso: nella lotta per non trasformarsi animali, gli avventori finiscono per diventare cavie di laboratorio.

 

 



Nonostante un contesto assurdo, le dinamiche dell’hotel – la promozione forzata e gli imbarazzi sociali, il bisogno di vicinanza, la paura del rifiuto – sanno di déjà-vu, ricalcando con ambigua inquietudine comportamenti e ipocrisie già presenti nella nostra società.

 

Sul palco di presentazione rivediamo la disperante superficialità dei siti d’incontri; nelle cortesie e nelle amicizie forzate respiriamo la stessa, artificiosa, autopromozione dei social.

 

Ma qui le persone sono denudate da ogni tipo di difesa, costrette a muoversi tra umiliazioni pubbliche, costrizioni e minacce.

 

Sotto la fredda cortesia degli avventori, fatta di conversazioni superflue e manieriste, si nascondono i semi di una spietata ferocia - ben rappresentata dal sangue sulla camicia di David, durante il ballo insieme alla ragazza con l’epistassi.

 

 



Sguardi obliqui e silenzi sono i protagonisti della narrazione di The Lobster, e riempiono gli spazi in cui sarebbe lecito aspettarsi un briciolo di empatia.

 

Nonostante la loro situazione disperante, gli avventori non sviluppano alcun senso di solidarietà; ogni rapporto – vecchio e nuovo – è pronto a strapparsi come un cerotto, lasciando dietro di sé il bruciore di cattiverie e rancori.

 

Una delle prime inquadrature, nella stanza di David, è dedicata a un fucile.

Verrà usato per “cacciare” i Solitari, reietti che scappano dalle regole della Città rifugiandosi nel bosco.

 

Ogni cattura equivale ad un giorno in più nell’hotel, così da avere più chance per trovare l’anima gemella.

L’amore nasce quindi dalla violenza, e nella violenza ritorna.

 

Gli unici rapporti che vediamo sbocciare nascono e finiscono nel sangue: quello autoinflittosi dallo zoppo, che si fa sanguinare il naso per stare con la Ragazza con l’espistassi; e quello della Donna dei biscotti, il cui suicidio è il pretesto per il primo approccio di David alla Donna senza cuore

 

 

 

 

Nella società dove l’amore è obbligatorio, tutti i rapporti si basano sulla menzogna.

 

David si rende conto che

“È più difficile fingere di avere sentimenti quando non se ne hanno, che fingere di non avere sentimenti quando se ne hanno”.

 

La sua finzione verrà rapidamente svelata - ancora col sangue - e l’unica salvezza diventa la fuga nei boschi, tra i Solitari.

 

La società dei Solitari si basa su regole antitetiche a quelle dell’hotel: i k-way prendono il posto di abiti e vestiti, si balla solo musica elettronica, ed è vietato ogni tipo di rapporto sentimentale.

 

Ma da questa opposizione sfociano le stesse violenze dell’hotel: la Leader (Léa Seydoux) ha controllo totale sui suoi, costretti a vivere soli insieme, al di fuori di ogni tipo di solidarietà ed aiuto.

 

Ed è proprio qui che David trova l’amore, un sentimento che sboccia solo dopo aver scoperto la miopia della donna (Rachel Weisz), con la seguente fattibilità di un rapporto futuro.

Le regole da cui David fugge sono così introiettate da influenzarne anche la sua vita al di fuori, sfumando le distanze tra vera libertà e vera costrizione.

 

David e la Donna miope vivono (forse) l'unico sentimento d'amore sincero, e lo fanno nella clandestinità e nel silenzio, sotto la minaccia di punizioni terribili.

 

Affamati l'uno dell'altra, i due sviluppano un linguaggio visivo molto complesso, che alterna frasi dolci a cose come "Andiamo a scopare"

 

L'unico momento in cui possono esprimersi liberamente è durante le sortite clandestine in Città, che da luogo di costrizione e tirannia finisce per diventare oasi e rifugio.

 

 

 

 

Ancora una volta, l'illusione viene subito svelata: la Leader scopre la relazione tra i due, e acceca la Donna miope (una punizione che rimanda al rapporto incestuoso e terribile di Edipo).

 

Ancora una volta, in The Lobster vince l’incomunicabilità: David e la Donna miope si trovano senza l’unico elemento che permetteva loro di aggrapparsi ad un futuro altrove, e non riescono a trovarne di alternativi.

 

Ci troviamo di fronte una coppia innamorata condannata da regole assurde, o un duo così superficiale da non avere altro che la miopia ad unirli?

La risposta sembra arrivare nella loro fuga d’amore, partita da una dichiarazione che non comprendiamo e condita da un silenzio ansioso, interrotto solo da una discussione sui pantaloni.

 

Esuli da un mondo spietatamente libero, rifiutati da uno spietatamente costretto, i due finiscono la loro corsa in un ristorante: la Donna persa nel buio della sua cecità, e David davanti a uno specchio a riflettere su cosa scegliere tra mutilazione ed esilio. 

 

 



Vagolando tra commedia nera e distopismo, Lanthimos racconta le nostre idiosincrasie senza filtri, fingendo di parlare d’altro.

 

Come David e la Donna miope, che riescono ad essere loro stessi solo in incognito in una città non loro, questa storia racconta di noi mettendosi su un mondo che non riconosciamo.

 

Non direttamente, almeno.

E non ci viene nemmeno spiegato.

 

Show, don’t tell: il regista greco non perde tempo, ma il messaggio è chiaro sin dal principio.

Davanti agli occhi incerti di David vediamo dipanarsi un mondo stratificato e sfaccettatissimo, che passa dall’artificiosa eleganza dell’hotel (fatta di finto formalismo e mendaci serate danzanti) all’iperrealismo del bosco, perso tra tombe scavate nella fanghiglia e conigli morti.

 

In The Lobster la fotografia di Thimios Bakatakis segue lo stesso ritmo della narrazione, passando dalla fredda asetticità bluastra dell’hotel ai caldi colori verdi e marroni del bosco, con le transizioni espresse dal giallo oro delle "serate" danzanti e quello paglierino dei campi verso la strada. 

 

Anche qui, il vero messaggio è sotterraneo: vediamo la telecamera indugiare sulle smorfie che dovevano essere sorrisi, e l’inquadratura lasciare consapevolmente persone tagliate, senza testa e individualità.

 

In un mondo di personaggi senza nome, non riconosciamo che le loro finzioni: tra balbettii e frasi impostate, l’unica verità che conosciamo è quella scritta nel diario della Donna miope.

 

Anche quello, senza finale.

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67 commenti

Benito Sgarlato

1 anno fa

Appena finito di vederlo... devo ancora metabolizzarlo, ma così a caldo direi che mi è piaciuto molto

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Ho amato questo film, in particolare la musica che accompagna il lento scorrere degli avvenimenti

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Luca Persia

1 anno fa

Lanthimos è davvero un grande regista e nei suoi due ultimi film ha diretto un Colin Farrell strepitoso. Nel contesto, ho trovato ‘Il sacrificio del cervo sacro’ un pelo superiore a ‘The Lobster’.

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Danilo Tinti

1 anno fa

Per ora è l'unico film del regista che io abbia visto, mi è piaciuto tantissimo quindi probabilmente vedrò gli altri

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Fantastico articolo! (Visto che scrivi per l'ultimo uomo e per cinefacts, ti metto tra i miei autori preferiti sulla fiducia 😂😂😂)

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Angelo A. Pisani

1 anno fa

Emanuele Cortellini
Troppo buono ❤️

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Samuele Monzani

1 anno fa

Bellissimo film

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Daniele Ticconi

1 anno fa

Lanthimos è un pazzo, ho grandi aspettative per The Favourite.

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Kelevra

1 anno fa

E' l'unico film di Lanthimos che io abbia visto al momento e ho impiegato tre giorni a capire che mi era piaciuto. Ho passato tutta la visione in uno stato di torpore interrogativo, chiedendomi dove diavolo volessero andare a parare, cosa diavolo stessi guardando e perché diavolo non riuscissi a smettere. Le atmosfere sono qualcosa di incredibile. Perdonate la metafora poco ortodossa, ma uno dei miei primi pensieri a "mente fredda" fu che The Lobster potrebbe essere il prodotto di Wes Anderson e Von Trier che , una volta drogati insieme, avessero litigato e deciso di fare un film.

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Alessio Trimboli

1 anno fa

Visto dopo aver apprezzato Kynodontas, sempre si Lanthimos, e adesso non vedo l'ora di recuperarmi anche The killing of a sacred deer.
Per quanto riguarda The Lobster, devo dire che mi ha davvero impressionato, anche se ho preferito la prima parte dell'hotel alla seconda, che ho trovato meno tagliente.

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