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Finché morte non ci separi: caccia alla sposa - Recensione

C'è chi la prima notte di nozze, dopo il fatidico Finché morte non ci separi, la passa avvinghiato al suo partner sotto sensuali lenzuola di raso e chi, invece, è costretto a nascondersi nelle stanze di una lussuosa villa per evitare di essere ucciso dalla famiglia della persona a cui, poco prima, aveva promesso amore eterno.


Questo è quello che accade a Grace (Samara Weaving) in Finché morte non ci separi (Ready or not), seconda opera degli statunitensi Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett (La stirpe del male, V/H/S), nelle sale dal 24 ottobre.   

 

 

[Il trailer di Finché morte non ci separi]

 

 

Per entrare a far parte dell'impero (ma loro preferiscono definirlo "regno") dei Le Domas, la giovane sposa dovrà sottoporsi a uno stravagante rito di iniziazione che ha a che fare con ciò che ha permesso alla sua famiglia acquisita di accumulare una ricchezza spropositata: i giochi da tavolo.

 

Allo scoccare della mezzanotte Grace dovrà rinunciare all'agognata "maratona del sesso" con il suo Alex (Mark O'Brien) per partecipare a un gioco - che lei stessa estrarrà da una magica scatola - da cui deriverebbe la fortuna dell'intera famiglia. 

 

 

[La famiglia Le Domas al completo]

 

 

La sorte sceglierà per lei l'innocuo nascondino (in inglese Hide & Seek) che nella casa della Famiglia Addams del nuovo Millennio si trasformerà in una prova di sopravvivenza.

 

Al "ready or not", il cui countdown è accompagnato da una filastrocca che risuona dal grammofono dell'antica residenza Le Domas, scatta la caccia alla sposa: c'è tempo fino all'alba per catturare la donna e sacrificarla per il bene della famiglia.   

 

 

 

 

La pellicola - il cui titolo italiano Finché morte non ci separi per una rarissima congiunzione astrale è addirittura più azzeccato dell'originale - mescola una serie cospicua di generi cinematografici, dal thriller all'horror-comedy, dal grottesco allo splatter, con il risultato di perdersi in se stessa senza convincere.


L'aspetto thriller di Finché morte non ci separi è legato a un plot scontato che si appoggia a un paio di jumpscare piuttosto telefonati.

 

L'horror a tratti richiama il sanguinoso Saw, con omaggi alla Carrie di Brian De Palma e alla sposa di tarantiniana memoria.

Più convincente, e riuscito, è il tratto grottesco che caratterizza il film, dove a farla da padrone è il nucleo familiare dei Le Domas.

 

Il pater familias (Henry Czerny), rispettoso delle tradizioni fino al sacrificio estremo, la moglie Becky (Andie McDowell), ex spirito ribelle, la perfida zia Helene (Nicky Guadagni), i fratelli Alex (Mark O'Brien) e Daniel (Adam Brody), uno precisino l'altro alcolista e la sorella cocainomane Emilie (Melanie Scrofano) insieme con il goffo marito Fitch (Kristian Bruun). 

 

 

[Finché morte non ci separi: Samara Weaving è la sposa Grace]

 


L'interpretazione migliore, a mio avviso, è quella della protagonista, il cui personaggio - drammatico e ironico - è di gran lunga il più convincente, capace di mutare da felice sposina a spietata assassina, con l'abito nuziale (per le riprese ne sono stati confezionati ben diciassette dalla costume designer Avery Plewes) che segue coerentemente la sanguinosa evoluzione del personaggio .

 

Interessante anche la colonna sonora, che spazia da Love me tender a brani di Beethoven e Tchaikovsky.     

 

Prima di chiudere, eccovi qualche curiosità su Finché morte non ci separi degna di CineFacts.it.


L'impero, ops regno, della famiglia Le Domas sembra prendere spunto dalla celebre Milton Bradley Company, più conosciuta come MB.

 

E, guarda caso, tra i giochi in scatola della compagnia compare anche un Ready or not del 1982.

 

 

 


L'arma utilizzata nel film da Emilie è il cosiddetto Pepper Box Revolver, lo stesso tipo che compare nel gioco da tavola Cluedo

 

 



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1 commento

Benito Sgarlato

1 mese fa

Non nascondo che il trailer mi ha messo addosso una certa curiosità... bisognerà vedere se hanno dosato bene i diversi generi

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