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Good Omens: un caos meraviglioso e trasognato - Recensione

A giudicare dai filoni narrativi che si sono imposti sul piccolo schermo negli ultimi anni, il nuovo e accattivante trend che ha impegnato le maggiori emittenti televisive ha a che fare con il soprannaturale, la fine del mondo, angeli e demoni, l’eterna lotta del bene e del male, i piani misteriosi di Dio e di Satana e ha sdoganato, come mai prima d'ora, temi che per molto tempo erano rimasti quasi un taboo.

 

Dall’ultima stagione di American Horror Story di FX al fortunato adattamento de Le Terrificanti Avventura di Sabrina di Netflix, passando per quel Lucifer della Fox che proprio Netflix ha adottato (con relativo martellante rilancio mediatico della quarta stagione), pare che la lunga lista si sia arricchita di un altro titolo. 

 

Amazon Prime Video ha infatti risposto all’appello del pubblico e, cavalcando l’onda del soprannaturale, ci regala un nuovo adattamento di un romanzo di Neil Gaiman, padre non a caso anche di quel Lucifer di cui sopra.

 

Così, dopo l’American Gods giunto ormai alla seconda stagione, Amazon Prime Video ci presenta il suo Good Omens

 

 

 

La peculiarità di questa nuova ondata di tematiche soprannaturali è che ogni show, a modo suo, va ad arricchire un genere pre-esistente e a ritagliarsi il proprio “piccolo” spazio narrativo.

 

American Horror Story riutilizza la fine del mondo come strumento espressivo di una più generale critica alla società, che ormai da anni è un po’ il leitmotiv di tutte le stagioni.

 

Le Terrificanti Avventure di Sabrina va a riempire lo spazio dei teen drama dalle ambientazioni oscure, un po’ fuori dal tempo e altamente “instagrammabili”.

 

In Lucifer la quintessenza del crime si mescola con l’elemento ultraterreno.

American Gods? Riflessione storico-culturale che strizza l’occhio contemporaneamente alle serie fantasy di maggior successo e a quelle distopiche, alla continua ricerca di una narrazione degna del miglior genere epico.

 

Che spazio occupa in questa enorme concorrenza tematica Good Omens?

 

 

[Michael Sheen e David Tennant interpretano l'angelo Aziraphale e il demone Crowley]

 

Il punto forte di questa breve miniserie - destinata secondo le recenti dichiarazioni di Neil Gaiman a rimanere tale - sta nell’essere tutto questo e anche di più.

 

Good Omens è un insieme caotico e trasognato di mille elementi che insieme rendono meravigliosamente, mettendosi in risalto senza entrare in contraddizione, rimanendo tutti paritari sul piano narrativo e senza fagocitarsi l’un l’altro.

 

La prima puntata ce ne dà immediatamente conferma: ciò che rende questa serie un piccolo gioiello è il sapientissimo uso dei tempi narrativi.

 

 

In 50 minuti si concentrano tantissime linee narrative, si fondano le condizioni necessarie allo sviluppo delle puntate successive, si crea la giusta suspense e si costruiscono i caratteri fondamentali dei personaggi senza renderli superficiali e macchiettistici.

 

 

L’elemento sorpresa lascia ben presto spazio a una certezza. 

 

 

 

 

Un pilot così ben equilibrato non è altro che il preludio di ciò che avverrà nei successivi episodi: perfetto ritmo narrativo, superba colonna sonora e ottime interpretazioni.

 

 

In pochi semplici flash impariamo a conoscere i personaggi che ci accompagneranno in questo viaggio. 

 

Aziraphale è interpretato da un leggerissimo Michael Sheen, che come non mai mostra le sue capacità camaleontiche lasciando quei personaggi cinematografici a volte rumorosi, a volte aggressivi, eclettici ed eccentrici per modificare il proprio approccio televisivo.

 

Qui Sheen passa con facilità dal rigido e fiscale Dr. Masters della serie Masters of Sex all’ angelo imbranato e ai limiti della bricconaggine, di cui offre un'interpretazione in sottrazione, molto controllata e volutamente amena, pronta a lasciare la parte chiassosa al demone Crowly di David Tennant che, al contrario, spinge quelle che per me sono le sue migliori qualità recitative.

 

Tennant fa uso di tutte le sue espressioni più casiniste in un personaggio che gli permette di mischiare la stravaganza usata in Doctor Who con la complicata malvagità del Killgrave visto in Jessica Jones

 

 



Analizzare tutto ciò di cui si occupa la serie possiamo farlo esclusivamente dopo aver puntualizzato quanto la relazione tra i due sia il vero punto focale di tutta la narrazione.

 

La storia di Good Omens mischia all’incombere della Fine del Mondo e ai personaggi secondari ad essa legata quello che in realtà è la chiave di tutto il racconto: il legame millenario che l’angelo e il demone hanno instaurato nel susseguirsi della Storia dell'uomo.

 

Contrariamente a quanto potremmo aspettarci, però, gli eventi della storia non hanno poi alcuna rilevanza e sono più che altro un contorno al rapporto tra i due protagonisti che si sono limitati ad osservare gli uomini con curiosità e con decisamente meno distacco emotivo di quanto sperassero. 

 

Il tema dell’umanità, delle nostre pecche e delle nostre doti - che in fondo è un concetto visto e rivisto - qui non è nemmeno poi tanto il centro cardine della narrazione, ma diventa il vero e proprio collante dei due personaggi che con il tempo scoprono proprio in essa le loro somiglianze.

 

E quando si tratta di ricordare i grandi eventi (e i grandi disastri) politico, economico, bellico, sociali e culturali che gli uomini hanno vissuto fino ad oggi, lungi dall’apparire banale, Good Omens rimane divertente e surreale, offrendoci questa storia da un punto di vista esterno e contornato da una certa leggerezza.

 

 

[Michael Sheen e David Tennant in una scena del terzo episodio]

 

Sì, perché Good Omens ha quell’alone che ci aspetteremmo non da un semplice racconto ma da una favola, una favola non convenzionale che ci parla già dalla sigla e dalla sequenza dei titoli di testa, elegantissimi e quasi estatici.

 

Ci troviamo di fronte a un prodotto che richiama un po’ saghe come Una Serie di Sfortunati Eventi, magari alcuni lavori di Tim Burton e tutto ciò che di più surreale ci possa essere nella narrazione per ragazzi.

La serie più di una volta rimanda ad altri riferimenti cinematografici e televisivi, tolti i più semplici omaggi che piaceranno tantissimo ai fan di Doctor Who

 

A più riprese Good Omens sosta su alcuni stilemi comici, non sempre originalissimi ma apprezzabili se inseriti all’interno di una direzione: non per forza quella di strappare una risata, quanto più quella di mantenere la dimensione sovrannaturale e assurda, una generale sensazione di estraneità nei confronti della realtà.

Una comicità che funziona quanto più la si inserisce nel suo DNA profondamente britannico, che rende farsesca la reinterpretazione dei concetti di santità e dannazione.

 

Good Omens farà facilmente storcere il naso (con tanta gioia dello stesso Neil Gaiman) a chiunque sia solito accusare le grandi case di produzione di politically correctness.

La realtà è che la serie va benissimo così com’è, perché nel realizzare una realtà equilibrata dà spazio a tutte le tematiche, tutte le sfumature sociali, tutte le minoranze e a ragione.

 

La serie non si limita a raccontare una storia, ma interpreta il mondo senza sconti lasciando lo spazio di una nostra redenzione ma riconducendoci le nostre responsabilità, senza scomodare più di tanto quelle forze del Bene e del Male a cui a volte ci piacerebbe imputare tutte le colpe.

 

Per questo motivi i dialoghi affrontano ogni tematica attuale possibile e immaginabile.

I problemi insiti nell’umanità che risalgono all’inizio dei tempi e arrivano fino all’età moderna sono affrontati senza necessariamente conceder loro molto minutaggio, ma ci ricordano che sono lì, sotto gli occhi di tutti.

 

 

[Aziraphale e Crowley mentre cenano al Ritz come due semplici mortali]

 

Good Omens ci lascia lo spazio di realizzare tutto questo, ci conduce a riflettere su un problema prendendoci in contropiede e lanciando inaspettatamente dei messaggi e delle tematiche senza poi cadere nella pedanteria di una vera e propria lezione morale, senza cioè rompere la patina di stupore nei confronti degli avvenimenti (decisamente sopra le righe) che si stanno susseguendo sullo schermo.

 

Sono piccole schegge di realtà che si inseriscono di soppiatto in una storia che altrimenti di credibile e realistico non avrebbe pressoché nulla.

 

È tutto così palesemente ironico e grottesco da sembrare perfettamente normale. 

Good Omens da questo punto di vista distrugge tutti i cliché e lo fa giocando con il nostro immaginario collettivo.

 

Nella gestione generale della narrazione menzione speciale va fatta a Frances McDormand che interviene frequentemente nel corso delle puntate in quanto narratrice, nonché voce di Dio.

 

In tal senso la visione è consigliata al 100% in lingua originale, fosse anche solo per poter godere dell’immensa espressività di questa grande interprete.

 

Jon Hamm - come già annunciato da mesi - interpreta l’Arcangelo Gabriele, dando al personaggio delle nuove sfumature che non hanno nulla da invidiare alle precedenti rivisitazioni del personaggio.

 

 

[Jon Hamm nei panni dell'Arcangelo Gabriele]

 

Il cast vanta moltissimi altri nomi (qualora servissero altri motivi per incentivarne la visione), tutti delle vere e proprie chicche che rappresentano quel quid in più di cui la serie aveva bisogno: troviamo Benedict Cumberbatch nel ruolo di Satana, Brian Cox, la sempre meravigliosa Miranda Richardson, Derek Jacobi, tanti, tantissimi volti della televisione britannica noti soprattutto a chi, come la sottoscritta, bazzica tra le serie targate BBC e itv, nonché l’americanissimo Nick Offerman, il Ron Swanson di Parks and Recreation.

 

A tal proposito non stupisce che ciascuno di questi ottimi attori abbia deciso di prendere parte al progetto, un progetto che raggiunge il suo equilibrio nella ristrettezza dei suoi 6 episodi.

 

Good Omens è come un piccolo viaggio, che ci concede un momento di calma senza per questo annoiare.

Un prodotto che rimane leggero senza scadere nello stupido, che rende l’eccentrico affascinante e che presto, scommetto, si trasformerà in un cult televisivo (ci risentiamo fra qualche anno per averne conferma). 

 

Lasciando qui una considerazione personalissima: Good Omens, subito dopo The Man in the High Castle, è quanto di più bello abbia finora prodotto il servizio streaming di Amazon.

 

Good Omens va infatti inevitabilmente a confrontarsi con American Gods che, in tutta la sua ansia di raggiungere epicità e grandezza, ha perso la genuinità del suo racconto su schermo o, quanto meno, non ha ancora raggiunto l’equilibrio che Good Omens ha realizzato in poche puntate scambiando, a ragione, la serietà con lo scanzonato incanto.

 

Speriamo che Amazon prenda nota di questa possibilità riassuntiva e ne faccia sempre di più uso nei suoi progetti futuri.

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4 commenti

Marilena Saporito

6 giorni fa

Io l' ho adorata. Per quanto mi riguarda è un piccolo gioiellino. David Tennant e Michael Sheen magistrali come sempre.

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Fulvio

8 giorni fa

Ottima recensione. La serie è un adattamento fedele (forse anche troppo) del romanzo di Neil Gaiman. Gli attori sono perfetti e la regia non stona - speriamo che American Gods migliori!

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Francesco Costa

9 giorni fa

Non é la prima recensione positiva che leggo la recupererò sicuramente!

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Virginia Scotti

10 giorni fa

Sembra molto interessante...

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