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Senza Tenere Premuto: un thriller in formato verticale

Senza Tenere Premuto è il primo corto girato con le Instagram Stories: abbiamo intervistato il regista Paolo Strippoli. 

 

Siamo assuefatti all'immediatezza.

L'intera realtà che ci circonda è filtrata attraverso i nostri cellulari in maniera istantanea.
I social network assorbono gran parte del nostro nostro tempo e fungono da specchi derformanti: ci mostrano in un certo modo, magari rendendoci diversi da ciò che realmente siamo.

 

La narrazione delle nostre vite avviene, di fatto, in formato verticale: quello su cui sono automaticamente impostate tante app sui nostri cellulari, quello dei selfie, e, ovviamente, quello delle Instagram Stories.

 

Sono proprio questi i dati di fatto su cui poggia Senza Tenere Premuto, il primo film interamente girato con le Instagram Stories.

 

È stato il nostro rapporto con i social network a fornire al giovane regista pugliese Paolo Strippoli l'idea per un cortometraggio che ha già fatto inarcare più di un sopracciglio all'interno dell'opinione pubblica italiana, guadagnandosi l'attenzione di alcune delle più importanti testate nazionali.

 

Il corto, che prende il nome proprio dalla funzione introdotta da Instagram nel 2017, è stato sceneggiato dallo stesso Strippoli e da Salvatore De Chirico e si presenta al contempo come un omaggio al cinema di Dario Argento e come un'opera capace di nobilitare un mezzo di condivisione estremamente comune. 

 

La trama del cortometraggio si snoda interamente sul profilo @iamchiaramancuso, account appartenente a Chiara Mancuso (la protagonista, interpretata da Chiara Vinci).

Chiara è una normalissima ragazza che, come tanti suoi coetanei, usa i social in maniera massiccia e, come al solito, intende documentare su Instagram lo svolgimento di una serata in discoteca.

 

Tutto regolare, insomma, finché la protagonista non perde il telefono, dando il via a una serie di eventi che vengono prontamente ripresi dalla persona che ha recuperato quel cellulare e continua a seguirla da molto vicino.

Un thriller in piena regola.

 

 

[Un assaggio di Senza Tenere Premuto]

 

 

Questa intrigantissima idea, però, è solo l'ultima perla della giovanissima carriera di Paolo Strippoli, un autore di cui sicuramente torneremo a sentir parlare molto presto.

 

Io ho avuto la fortuna di seguirne la parabola piuttosto da vicino sin da quando cercava le comparse per i suoi primi lavori tra le classi del Liceo Classico Oriani. Sin dagli inizi è stato un filmmaker con le idee chiare.

 

Se sfogliate il suo curriculum vitae, infatti, vi rendete conto di quanto sia già prolifica la sua filmografia, costellata di opere in cui è possibile rintracciare sempre una cifra stilistica molto curata e riconoscibile, che non viene dispersa neanche quando si cimenta in opere di stampo diverso come, ad esempio, i videoclip musicali

 

[il trailer di Nessun Dorma, regia di Paolo Strippoli]

 

Oltre ad aver vinto numerosi riconoscimenti tra cui il premio Puglia Show al Festival del Cinema Europeo di Lecce, ha già presentato alcune delle sue opere come Nessun Dorma e Storia Triste di un Pugile Scemo in prestigiose kermesse come la Festa del Cinema di Roma e la Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia.

 

Ma non è finita qui: i suoi lavori hanno anche valicato i confini nazionali. 

Nessun Dorma è stato recentemente in concorso al Festival International du Film d'Aubagne Music & Cinema e ha addirittura riscosso successo a Pechino, all'International Student Film and Video Festival of Bejing Film Academy, dove ha vinto il premio del pubblico.

 

In più, Paolo ha avuto la grande possibilità di poter vivere dall'interno prestigiosi set come quello de La Tenerezza di Gianni Amelio, Io sono Tempesta di Daniele Luchetti e Troppa Grazia di Gianni Zanasi.

 

Insomma, se proseguirete nella lettura vi renderete conto di come Paolo sia un interlocutore che noi di Cinefacts.it non potevamo proprio farci scappare. 

 

 

 

 

JG: Senza Tenere Premuto ha destato parecchio scalpore, proprio per la scelta di girare un'intera opera con le Instagram Stories.

Com'è nata quest'idea? 
  

Paolo Strippoli: Vorrei dirtela nella maniera più stringata possibile: oggi siamo molto abituati a passare ore sulle storie di Instagram.

Siamo abituati a questo tipo di fruizione in maniera massiva. Siamo abituati all'immediatezza.

Allora ho pensato: "Perchè non provare a raccontare una storia attraverso le Instagram Stories, visto che siamo così abituati a rivolgere gli occhi a questi schermi verticali?

Perché non nobilitarle?"

 

JG: A proposito di abitudini, di solito siamo abituati a un cinema orizzontale.

Lo schermo verticale, invece, ci procura quasi una cecità, una restrizione del campo piuttosto evidente. Come ci si rapporta un regista?

 

PS: Beh, chiaramente per me è stata la prima volta.

Sono d'accordo con te quando parli di abitudine: è un dato oggettivo, i formati classici del cinema sono 1.85:1 e 2.39:1, formati orizzontali.

Noi, però, passiamo l'intera giornata a rapportarci con dei formati verticali quindi non è un formato così inusuale.

Chiaramente una storia raccontata in questo modo ha degli elementi nuovi, che per me hanno rappresentato una sfida.

Avere un formato verticale chiaramente ti porta a lasciare tante cose fuori campo.

Però il fuori campo è una delle cose più interessanti del cinema e un grande regista dei nostri tempi come Michael Haneke ci ha costruito un'intera carriera sul fuori campo.

Anzi, proprio lui apre il suo ultimo lavoro, Happy End, con delle storie di Instagram.

In ogni caso, lavorare molto sul fuori campo è molto interessante, ti permette di avere anche degli stimoli diversi, è una sfida divertente che consiglierei ad altri giovani registi.

Non credo soppianterà mai l'orizzontale, ma allo stesso tempo penso sia un modo interessante di lavorare. 

 

 

 

 

JG: Senza Tenere Premuto in realtà è solo uno dei motivi per i quali mi interessava molto parlare di cinema con te.

Un altro motivo, ad esempio, è la tua presenza su set molto importanti come quelli de La Tenerezza di Gianni Amelio, Io sono Tempesta di Daniele Luchetti e Troppa Grazia di Gianni Zanasi.

Ti va di parlarcene?

Mi viene quasi da dire che Elio Germano, elemento in comune dei tre film, potrebbe tornarti buono qualora tu voglia girare un lungometraggio...

 

PS: Vero.

La presenza di Elio Germano, che è un attore che mi piace molto, è stata una fortunata coincidenza.

Tornando ai film... Io ho già fatto l'assistente alla regia su piccoli set, prima di avere l'opportunità, grazie al Centro Sperimentale di Cinematografia, di vivere il set di Gianni Amelio prima e Daniele Luchetti poi, che erano i miei docenti di Cinema.

Poi, sempre grazie al Centro Sperimentale, ho avuto la possibilità di essere sul set di Gianni Zanasi.

Quest'ultima è stata un'esperienza più lunga, che ho dovuto interrompere solo prima dell'ultima settimana di riprese, visto che mi hanno richiamato da scuola per montare il mio cortometraggio di diploma.

 

JG: Una cosa che mi ha sempre incuriosito è una sorta di rapporto di discepolato che viene a formarsi su certi set.

Tra i tuoi professori c'era Daniele Luchetti che si è formato come assistente sui set di Nanni Moretti, che poi ha prodotto il suo primo film Domani accadrà, nel quale ha anche recitato.

Anche Bertolucci si è formato con Pasolini, le cui influenze si vedono, ad esempio, nel suo primo lavoro La Commare Secca.

Insomma, spesso i temi dei "padri artistici" vengono trasmessi anche ai giovani filmmaker.

Credi che questo avverrà anche con te?

 

PS: Forse no, in realtà.

Perchè per quanto mi abbiano insegnato tantissimo e io debba loro tantissimo, quello che mi piace fare è molto diverso da quello che fanno loro.

Non credo di avere queste influenze così marcate.

Sono più gli insegnamenti sulle piccole unità del cinema, soprattutto sugli attori e sull'importanza della scrittura, quei consigli che porterò con me.

Perchè poi in realtà credo di avere un'identità piuttosto ben definita, piuttosto lontana dalle loro.

 

JG: Passiamo un po' ad analizzare quella che è la tua poetica.

Sin dai tuoi primissimi lavori hai maturato una certa cifra stilistica, che a me personalmente intriga molto.

Tanto i movimenti di macchina, quanto il tuo interesse verso i primi piani, verso le espressioni umane, sono elementi molto ricercati. 

Cosa ha contribuito a formare questa tua poetica?

 

PS: Semplicemente non sono un fan della regia casuale.

Penso che il compito di un regista sia creare un linguaggio che ben si adatti alla storia che si vuol raccontare.

Quindi prima di iniziare a girare mi piace molto costruire il découpage di un film.

Questo è un aspetto a cui sono molto attento. Poi ognuno ha un suo metodo.

Alcuni arrivano sul set e pretendono di cercare lì l'inquadratura. A me piace farmi sorprendere sul set, ma mi piace anche arrivare con le idee ben chiare.

Tutto ciò perchè so che ogni storia è diversa e, per quanto ognuno possa avere una sua cifra stilistica, ogni storia ha bisogno di un linguaggio leggermente diverso per essere raccontata al meglio.

 

JG: Sul set di Storia Triste di un Pugile Scemo hai lavorato con due attori come Cristina Donadio (la Scianel di Gomorra) e Lorenzo Renzi (il Sergio Buffoni di Romanzo Criminale) che hanno recitato ruoli di primo piano in due delle più importanti produzioni televisive italiane.

Come si rapporta un filmmaker così giovane con attori che hanno già raggiunto un certo tipo di esperienza e status?

 

PS: Eh, li ho rubati a Stefano Sollima!

Comunque in realtà è stato molto facile, anche perché ho avuto spesso modo di collaborare con professionalità di altissimo profilo, come direttori della fotografia e musicisti, dietro la macchina da presa anche sui miei set.

Quindi sono stato abituato a collaborare con gente che aveva già alle spalle cinema e televisione di un certo spessore.

Questo sicuramente arricchisce il lavoro di un giovane regista, lo aiuta.

Nel caso specifico di Cristina e Lorenzo siamo davanti a due professionisti immensi, con metodi molto diversi: con Lorenzo abbiamo costruito da zero un personaggio, senza scavare minimamente nel suo vissuto, esattamente come un personaggio letterario.

Mentre con Cristina ci siamo appigliati molto alle sue esperienze personali.

Lei è una persona di una sensibilità e di un'intelligenza enorme.

Con lei è stato un lavoro più immediato: ci siamo visti meno, siamo andati sul set e ci siamo lasciati sorprendere da ciò che poteva accadere, magari aggrappandoci alle sue esperienze di vita.

Nello stesso tempo non è stato difficile seguire due metodi così diversi, perchè due attori così bravi ti semplificano sicuramente il lavoro.

 

 

 

[Paolo Strippoli, Cristina Donadio e Lorenzo Renzi sul set di Storia Triste di un Pugile Scemo]

 

 

JG: Qual è il tuo rapporto con le improvvisazioni?

Si tratta di un'espressione artistica che magari parte da una persona che potrebbe avere un'idea lontana dalla tua.

Non sempre è semplice far collimare il tutto...

 

PS: Io mi fido molto degli attori che scelgo.

Il mio compito è dare un tono al film, quindi anche la recitazione deve stare dentro il tono che ho scelto.

Questo è uno dei miei compiti più importanti, ma lascio che i miei attori improvvisino.

Le parole non hanno vita, la vita ce la mette l'attore.

Molto spesso sul set scopri che una battuta detta in un modo diverso rispetto a come l'hai scritta può giovare al film.

Molto spesso si è convinti che ciò che è scritto sia la cosa migliore, invece non lo è.

Bisogna lasciare un margine di libertà artistica all'interprete, a prescindere dal fatto che sia professionista o non professionista.

Quando scegli qualcuno scegli una sensibilità, una materia umana di cui devi fidarti.

Penso che la bravura di un attore non possa prescindere dalla sua persona: ecco perché non saprei mai dire quale attore famoso vorrei in un mio lavoro senza averci prima parlato.

 

JG: Parlando, invece, del lato più "giramondo" del tuo mestiere: ci parli un po' di com'è presentare i propri lavori in festival enormi come quelli di Roma e Venezia?

Tu hai portato i tuoi lavori addirittura in Cina, a Pechino...

 

PS: Beh, innanzitutto speriamo sia solo l'inizio.

Io ho avuto la fortuna di girare un bel po' anche grazie al Centro Sperimentale, che ti permette di girare tante cose in un tempo relativamente breve permettendoti così di viaggiare parecchio presentando i tuoi lavori.

Così ho avuto modo di presentare i miei lavori a pubblici con sensibilità diverse.

A prescindere dall'importanza dell'occasione, la grande ricchezza per me è rapportarmi con persone molto diverse tra loro: ogni volta che ho modo di rapportarmi con un tipo diverso di spettatore capisco qualcosa, è un grande insegnamento che mi permette di comprendere cosa piace e cosa no.

 

 

 

[Paolo Strippoli dinnanzi al pubblico del International Student Film and Video Festival of Bejing Film Academy]

 

 

JG: E a te cosa piace?

Quali artisti hanno influito sulla scelta di una carriera artistica? Hai preso spunto da qualcuno, almeno dal punto di vista stilistico?

 

PS: In realtà sono molto libero dai riferimenti.

Io amo un certo cinema di genere e nasco con una passione per l'horror e il thriller, malgrado mi sia avvicinato a questi generi relativamente tardi.

Certamente al momento mi piace molto un certo cinema coreano, che secondo me è quello che meglio riesce a coniugare autorialità e genere, così come amo molto il nuovo cinema horror statunitense, il cosidetto cinema Art-House Americano.

Se devo citare degli autori e non dei generi non posso fare a meno di citare nuovamente Michael Haneke, di cui sono un grande fan: amo il suo cinema e mi sono laureato all'università con una tesi su di lui.

In realtà questo genere di domanda per me è sempre difficile, perché apprezzo tipi di cinema molto diverso: penso anche a David Lynch, il mio guilty pleasure per anni.

Anche perché è un regista così unico che non può far scuola, così come Haneke.

I registi che amo di più sono quelli che non possono far scuola.

L'esperienza al Centro Sperimentale mi ha insegnato proprio che se vuoi imparare a girare non puoi avere riferimenti così alti.

Devi volare basso, imparare dai mestieranti, anche se poi ti piace un altro genere di cinema.

Se voli basso puoi imparare a vivisezionare ciò che fai, capendo ciò che va bene e ciò che non funziona. 

 

JG: Volendo invece restare in Italia, visto che siamo in clima di David, che puoi dirmi del nostro cinema?

Troppo spesso si parla di un abbassamento della qualità media della Settima Arte nel nostro paese, cosa magari non così vera.

Basta guardare le nomination, c'è un'importante tasso di autorialità...

 

PS: Innanzitutto il nostro cinema non sta calando, anzi, si sta visibilmente rialzando.

Poi è vero che noi facciamo un cinema d'autore, però la nostra autorialità si sta molto "svecchiando", se mi passi il termine.

Pensa a Matteo Garrone e a Dogman: quello è un thriller in piena regola, un film molto eccitante.

Ma poi pensiamo anche a Luca Guadagnino e ad Alice Rohrwacher: avere loro due accanto a Garrone e Paolo Sorrentino non è mica poco.

Inoltre, qui stiamo parlando di registi relativamente giovani, attorno ai cinquant'anni di età, ma noi abbiamo una classe di registi un po' più attempati che continuano assolutamente a dire la loro: lo stesso Gianni Amelio o Pupi Avati, Giuseppe Tornatore, Daniele Luchetti.

A chiudere il quadro ci sono anche dei giovani artisti che stanno crescendo benissimo: la mia amica barese Letizia Lamartire o ai fratelli D'Innocenzo che sono molto bravi.

Abbiamo un cinema che si sta distinguendo e soprattutto sta riscoprendo i generi: una cosa tutt'altro che scontata.

 

JG: Proprio uno degli autori che hai appena citato, Paolo Sorrentino, dice sempre che per lui la fase di scrittura è quella realmente divertente, mentre trova faticoso il lavoro sul set, la direzione degli attori.

C'è una fase del tuo lavoro che prediligi?

 

PS: Sono tutte divertenti e sono tutte faticose.

Forse per me è il contrario: amo molto lavorare con gli attori.

Penso di dover imparare ancora molto ma, allo stesso tempo, di aver imparato molto da loro negli ultimi anni.

Mi piace la materia umana e adoro dirigere il set.

Non che la scrittura non mi piaccia, ma il set mi emoziona: poter lavorare con la materia umana, sentirla vibrare e vedere come tutto si compie è bellissimo.

 

 

 

 

 

JG: E come nasce l'idea per un soggetto?

Come prende forma un progetto nelle sue varie fasi?

 

PS: Un film può nascere da tante cose.

Per tanti nasce dalla cronaca o dalle esperienze personali.

A me è capitato spesso di ascoltare qualcosa o leggere un articolo e iniziare a scrivere qualcosa partendo da questo.

In realtà, però, io penso dovrebbe partire tutto dalla necessità di esprimere qualcosa.

Da una grande rabbia o da una grande felicità possono nascere necessità espressive dalle quali vengono generate le storie.

Se non c'è una necessità alla base è quasi meglio che tu non scriva una storia.

Perché è raro che se tu non hai necessità di raccontare qualcosa, agli altri poi possa interessare.

 

JG: Visto poco fa che hai nominato un'artista barese, mi sembra doveroso chiudere con una domanda che riguarda noi ragazzi del sud più da vicino.

In un incontro in una scuola ho sentito dire a Sergio Rubini che scegliere la carriera artistica qui è un po' più difficile non solo perché magari viene vista come un percorso instabile, ma anche perché viene presa con poca serietà da chi ci circonda.

 

Però poi andiamo a controllare e solo nei pochi chilometri che ci circondano abbiamo: Riccardo Scamarcio, Michele Sinisi, Nicola Nocella che è stato candidato lo scorso anno ai David di Donatello e anche Ivana Lotito che è una delle protagoniste di Gomorra.

Inoltre ci sono sempre più ragazzi che provano la carriera artistica.

Insomma, non ti sembra che ora sia cambiato qualcosa nel modo in cui ci si approccia all'arte anche da queste parti?

 

PS: Ovviamente la carriera artistica non può dare garanzie.

Mi chiedo, però, dove siano le reali garanzie.

Noi parliamo di Italia in crisi dal lontano 2008: in un paese in cui nulla è sicuro; io penso che supportare i figli e permettere loro di gettarsi in una carriera così sia necessario.

In un momento in cui è tutto così effimero, riuscire a fare qualcosa che realmente ci piace e ci riesce può essere realmente quell'elemento che ci permette di sfondare, perchè magari così hai più possibilità di realizzarti rispetto a chi prova una carriera diversa perchè generalmente ritenuta più sicura.

Poi chiaramente io ho alle spalle una famiglia che mi ha sempre permesso di fare le mie scelte in piena autonomia e questo è risultato fondamentale per permettermi di intraprendere questo genere di vita, devo sempre ringraziarli per questo.

 

_____________________________________ 

 

Come chiaramente traspare da questa conversazione, Senza Tenere Premuto è stata una trovata vincente di un giovane regista con le idee chiarissime.

Noi di Cinefacts.it siamo orgogliosi di aver potuto intervistarlo all'inizio del suo percorso.

 

Ringraziamo Paolo Strippoli per la sua disponibilità e gli auguriamo il meglio per i suoi prossimi progetti che, senza alcun dubbio, non smetteranno di destare interesse.

 

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